ATTUALE CONFIGURAZIONE PLANETARIA DEL SISTEMA SOLARE


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martedì 16 maggio 2017

IL PRODOTTO INTERNO LORDO DELLA ROMANIA CRESCE MEGLIO DI QUELLO TEDESCO


Il prodotto interno lordo (Pil) della Romania e' cresciuto del 5,7% come serie lorda e del 5,6% in termini destagionalizzati nel primo trimestre di quest'anno rispetto allo stesso periodo del 2016. E' quanto riferito dall'Istituto nazionale di Statistica nel suo ultimo rapporto. Secondo la fonte, il prodotto interno lordo nel primo trimestre del 2017 e' stato, in termini reali, superiore dell'1,7% rispetto al quarto trimestre del 2016. La Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) stimava il 10 maggio che nell'economia romena si dovrebbe registrare quest'anno una crescita del 3,7% prevista nel mese di novembre. A sua volta, il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha rivisto al rialzo, dal 3,8 al 4,2% la sua stima di crescita dell'economia romena di quest'anno 2017. Ad aprile scorso il ministro delle Finanze romeno, Viorel Stefan, ha detto che la Romania potrebbe registrare nel 2017 una crescita superiore al 5,2%. La Germania invece crescerà solo dell'1,7% tre volte meno.

Fonte:http://www.ilnord.it/b-10183_PIL_ROMANIA_1_TRIMESTRE_2017_57_SU_BASE_ANNUA_ALMENO_4_GERMANIA_17

venerdì 21 aprile 2017

LA POLONIA NAZIONALISTA VOLA: CRESCITA ECONOMICA +3,4% NEL 2017 E +3,2% NEL 2018


VARSAVIA - L'economia polacca letteralmente ''vola'': e' destinata a crescere del 3,4 per cento per cento quest'anno e del 3,2 per cento nel 2018. E' quanto emerge da una nuova previsione da parte del Fondo monetario internazionale (FMI) contenuta nel suo rapporto World Economic Outlook. Nel mese di gennaio, gli analisti del Fondo avevano previsto che il Pil polacco sarebbe cresciuto del 3,3 per cento sia nel 2017 che nel 2018. L'Istituto con sede a Washington prevede anche che l'inflazione in Polonia si attestera' al 2,3 per cento alla fine del 2017, e al 2,4 per cento alla fine del 2018, in crescita rispettivamente dello 0,8 e dello 0,2 per cento rispetto sue previsioni di gennaio. L'Fmi ha inoltre rivisto al ribasso le sue previsioni sulla disoccupazione in Polonia. Secondo le ultime proiezioni, la percentuale di senza-lavoro sara' del 5,5 per cento quest'anno e del 5,3 per cento l'anno prossimo. Le previsioni di gennaio erano rispettivamente del 6,2 e del 6,1 per cento.

Fonte:http://www.ilnord.it/b-10109_LA_POLONIA_NAZIONALISTA_VOLA_CRESCITA_ECONOMICA_34_NEL_2017_E_32_NEL_2018

giovedì 16 marzo 2017

L'ECONOMIA DELLA POLONIA EUROSCETTICA CRESCE PIU' DELL'EUROZONA

Polonia:Parlando in una conferenza congiunta con il Vice Primo Ministro e Ministro delle Finanze Mateusz Morawiecki, il primo ministro Beata Szydło ha detto che la crescita del PIL, bassa disoccupazione, e l'aumento dei salari erano la prova che i programmi economici del governo stavano lavorando.
Szydło aggiunto che entrambe le società di rating e la Commissione Europea hanno indicato che l'economia polacca quest'anno crescerà più rapidamente del previsto.
Nel frattempo, Morawiecki ha detto che gli indici hanno mostrato che la Polonia ha avuto il più veloce tasso di crescita economica trimestre su trimestre dal rallentamento globale circa nove anni fa.
Il vice primo ministro ha aggiunto che: "Abbiamo uno dei livelli più bassi di disoccupazione in tutta l'UE", con il tasso di disoccupazione di febbraio Polonia al 5.4 per cento rispetto al 8.1 per cento in Europa e del 9.6 per cento nella zona euro.
Morawiecki ha anche detto che dal mese di ottobre, dopo soli due anni di governo del partito (PiS), i salari sono aumentati del 4.5 al 5 per cento, a fronte di una crescita del due per cento sotto i governi precedenti.

Ha aggiunto che vi è stato un aumento degli investimenti polaccHI in zone economiche speciali del paese, con gli investimenti stranieri in quelle regioni che cadono dal 85 per cento tra il 40 e il 60 per cento, e che le esportazioni polacche sono in crescita con le aziende che diventano più competitive.
Morawiecki ha anche sottolineato di perizie, che hanno suggerito la Polonia era un buon posto per fare affari.
"Goldman Sachs, una delle più grandi banche del mondo, ha messo in Polonia insieme a Brasile e India come uno dei paesi più attraenti per gli investimenti nel 2017," afferma Morawiecki aggiungendo che l'Economist ha messo la Polonia al quinto posto "in termini di uguaglianza sul posto di lavoro ".
"Questo è il risultato della nostra politica", ha detto Morawiecki.
"I nostri programmi stimolanti, programmi sociali, gli investimenti economici ... stanno cominciando a lavorare", ha aggiunto.
Penso che ci sia una possibilità di conseguire una crescita economica del 3,5 per cento anche al di sopra", ha detto Morawiecki al canale TVP Info della emittente pubblica polacca.
Morawiecki, che è anche vice primo ministro, ha detto all'inizio di questo mese che l'economia polacca è destinata a crescere oltre il 3 per cento quest'anno.
Il bilancio della Polonia 2017 si basa su una previsione di crescita del PIL 3,6 per cento di quest'anno.



Fonti:
http://thenews.pl/1/12/Artykul/293654,Polish-economy-could-grow-over-35-this-year-finance-minister
http://www.thenews.pl/1/12/Artykul/297886,Polish-government-eyes-economic-growth

mercoledì 1 febbraio 2017

LA POLONIA NAZIONALISTA CRESCE PIU' DELLA ZONA EURO


L'economia polacca è cresciuta del 2.8 per cento l'anno scorso in termini reali, conferma l'Ufficio Centrale di Statistica.
Il PIL polacco è cresciuto del 3.9 per cento nel 2015.
Gli analisti interpellati dalla nuova agenzia PAP avevano detto che si aspettavano una cifra crescita del PIL del 2.7 per cento per l'anno scorso.
La domanda interna è cresciuta del 2.8 per cento in termini reali dello scorso anno, rispetto al 3,4 per cento nel 2015, secondo l'Ufficio centrale di statistica.
Il bilancio della Polonia 2017 si basa su una previsione di crescita del PIL 3.6 per cento di quest'anno.
Il Vice Ministro delle Finanze, Leszek Skiba ha detto che la crescita economica l'anno scorso è stata indebolita da un calo degli investimenti, ma ha aggiunto la situazione potrebbe migliorare nel 2017.
Egli ha sottolineato che la lettura per l'anno scorso era leggermente al di sopra delle aspettative del mercato.

Fonte:http://www.thenews.pl/1/12/Artykul/291318,Polish-economy-grew-28-last-year

giovedì 27 ottobre 2016

NELL'UNIONE EUROPEA SOLO L'EUROZONA SI STA SPEGNENDO


Nel frattempo però nel resto d'Europa questa tendenza è molto più contenuta o spesso opposta, a evidenziare indubitabilmente ciò che la teoria aveva annunciato: l'euro è la singola principale causa di aumento della povertà nel vecchio continente.
Le corse agli sportelli sono all'ordine del giorno. I mercati obbligazionari vanno nel panico, e i governi del Sud-Europa necessitano di bail-out [salvataggi economici, NdR] ogni pochi anni. La disoccupazione è schizzata alle stelle e la crescita rimane asfittica, non importa quante centinaia di miliardi di denaro la Banca Centrale Europea stampi ed inietti nell'economia.
Ormai siamo tutti annoiatamente consapevoli di come l'eurozona sia stata un disastro finanziario. Ma ora inizia a diventare evidente che essa è anche un disastro sociale. Quello che spesso viene omesso dalle discussioni sui tassi di crescita, sui bail-out e sull'armonizzazione bancaria è che l'eurozona sta diventando una macchina di impoverimento.
Mentre la sua economia è in stagnazione, milioni di persone stanno cadendo in uno stato di vera e propria deprivazione. I tassi di povertà sono aumentati vertiginosamente in tutta Europa, sia che li si misuri in termini relativi che in termini assoluti, e gli aumenti peggiori si sono verificati all'interno dell'area che adotta la moneta unica. Non potrebbe esserci un atto d'accusa più scioccante del fallimento dell'euro, o un promemoria più potente che gli standard di vita cominceranno a migliorare solo se la moneta unica verrà sottoposta a riforme radicali, o smantellata.
L'Eurostat, l'agenzia statistica dell'Unione Europea, ha pubblicato da poco le ultime analisi sul numero di persone "a rischio di povertà o esclusione sociale", confrontando i dati del 2008 con quelli del 2015. Tra i 28 membri dell'Unione, cinque Paesi hanno sperimentato una significativa crescita di questo valore, paragonato con l'anno del crollo finanziario. In Grecia il 35,7% della popolazione rientra in questa categoria, rispetto al 28,1% del 2008. Un incremento di 7,6 punti percentuali. A Cipro l'incremento è stato di 5,6 punti percentuali: ora il 28,7% della popolazione è classificato come "povero". In Spagna tale valore è aumentato di 4,6 punti percentuali, in Italia di 3,2 punti, e persino il Lussemburgo, difficilmente considerabile un Paese a rischio di deprivazione materiale, ha visto il tasso di povertà salire al 18,5% dal 2008, in aumento di tre punti.
Ma la situazione non è così tetra dappertutto. In Polonia, il tasso di povertà è sceso dal 30,5% al 23%. In Romania, Bulgaria e Lettonia, ci sono state considerevoli riduzioni della povertà rispetto ai valori del 2008 — in Romania, ad esempio, la percentuale e scesa di sette punti, raggiungendo il 37%. Cosa c'è di diverso tra i Paesi nei quali la povertà è aumentata in modo drammatico, rispetto a quelli nei quali è diminuita? Avete indovinato. Gli aumenti più significativi del tasso di povertà si sono tutti verificati in Paesi all'interno della moneta unica. Ma le diminuzioni sono state tutte nei Paesi al di fuori di essa.
E c'è di peggio. Sono definiti "a rischio di povertà" gli individui che vivono con meno del 60% del reddito nazionale medio. Ma quello stesso reddito medio è crollato negli ultimi sette anni, dato che la maggior parte dei Paesi all'interno dell'eurozona devono ancora riprendersi dalla crisi del 2008. In Grecia il reddito medio è sceso da 10.800 a 7.500 euro all'anno. In Spagna il calo non è stato altrettanto drammatico, ma il reddito medio è comunque sceso da 13.996 a 13.352 euro all'anno. Nella realtà, le persone stanno diventando più povere sia in termini relativi che in termini assoluti.
Ci sono altri tipi di misurazione che rendono lampante il fenomeno. In tutta l'UE, l'8% delle persone sono definite in stato di "grave deprivazione materiale", il che significa che non hanno accesso a ciò che la maggior parte delle società civilizzate considerano beni di prima necessità — se si mette la spunta a quattro caselle su nove, caselle che includono "non essere in grado di pagare il riscaldamento per la propria abitazione" o "non poter mangiare un pasto a base di carne, pesce o proteine simili almeno a giorni alterni", o "non avere soldi per un telefono", allora si ricade in questa categoria.
Sorprendentemente, numerosi Paesi all'interno dell'eurozona stanno cominciando ad essere in testa alle classifiche per questo tipo di misurazioni. La Grecia sta inevitabilmente scalando la classifica, con il 22% della sua popolazione che ad oggi è in stato di "grave deprivazione materiale", rispetto a al solo 11% del 2008. In Italia, un Paese che vent'anni fa era prospero come qualsiasi altro al Mondo, uno scioccante 11% della popolazione si trova oggi in stato di "deprivazione materiale", paragonato col 7,5% di sette anni fa. In Spagna il tasso di deprivazione è raddoppiato, e a Cipro è aumentato di più del 50%.
Eppure, se si analizzano i Paesi al di fuori della moneta unica, si scopre che al loro interno quel tasso è sostanzialmente stabile (come nel Regno Unito, ad esempio) o sta diminuendo a velocità di tutto rispetto — nella Polonia attualmente in rapida crescita economica, ad esempio, il tasso di persone in stato di "deprivazione materiale" si è dimezzato negli ultimi sette anni e, al 7,5% odierno, è molto più basso di quello registrato in Italia.
Questo è importante. L'UE si è fissata l'obiettivo di ridurre in maniera significativa i principali indicatori di povertà entro il 2020. Sta fallendo miseramente. Anzi, ancora peggio: sta diventando lampante che una delle sue principali politiche, cioè la creazione dell'euro, assieme ai vari "programmi di salvataggio", fiacchi e malriusciti che l'hanno tenuto insieme a malapena, è ampiamente responsabile di questo fallimento. È difficile pensare che esista un'altra spiegazione plausibile per la netta differenza tra il tasso di povertà dei Paesi all'esterno dell'eurozona e quello dei Paesi al suo interno. Perché la Grecia o la Spagna dovrebbero essere in uno stato così drasticamente peggiore di un qualsiasi Paese dell'Est Europa? E perché l'Italia dovrebbe passarsela peggio del Regno Unito, quando i due Paesi si trovavano a livelli di ricchezza sostanzialmente simili durante gli anni novanta? (Gli italiani per un certo periodo addirittura ci superarono come PIL pro capite). Anche in un'economia tradizionalmente di estremo successo come l'Olanda, che non è stata colpita da alcun tipo di crisi finanziaria, si sono registrati grossi incrementi sia della povertà relativa che di quella assoluta.
Infatti non è difficile capire che cosa sia successo. In primo luogo, un sistema valutario disfunzionale ha strangolato la crescita economica, facendo crescere la disoccupazione a livelli precedentemente impensabili. In seguito, dopo che alcuni Paesi sono andati in bancarotta e hanno avuto bisogno di aiuti finanziari, l'UE, assieme alla BCE e al FMI, ha imposto pacchetti di austerità che hanno drasticamente tagliato welfare e pensioni. Con queste premesse, non c'è da sorprendersi che la povertà sia aumentata.
Nei mercati finanziari ci si concentra all'infinito sullo stato dei sistemi bancari all'interno dell'eurozona, sulla crescita dei deficit di bilancio o sui rischi della deflazione e dei disastrosi effetti che essa potrebbe causare sui prezzi delle attività finanziarie. Ma, in ultima analisi, la crisi finanziaria non è così importante. Ad essa si può rimediare con i bail-out, o stampando più denaro. E anche se non fosse possibile, ciò significherebbe semplicemente che alcune banche o fondi d'investimento si troveranno in cattive acque. Ma il fatto che i livelli di povertà stiano crescendo ad un ritmo così veloce in quelle che un tempo erano Nazioni floride è scioccante. E non c'è alcuna avvisaglia che questa crescita stia rallentando — in alcuni Paesi come la Grecia o l'Italia, la crescita della povertà sta addirittura accelerando. Quelli che una volta erano Paesi estremamente poveri (come la Bulgaria) o Paesi a reddito medio (come la Polonia), stanno rapidamente sorpassando quella che una volta era considerata l'Europa sviluppata. Non potersi permettere un telefono o un pasto a base di carne per tre giorni alla settimana non è affatto divertente. Ma, grazie all'euro, è questo il destino di milioni di europei — ed esso non cambierà finché la moneta unica non verrà smantellata.

Fonte:https://it.sputniknews.com/punti_di_vista/201610273549371-eurozona-impoverisce-popoli/

giovedì 1 settembre 2016

ROMANIA: SENZA L'EURO IL PIL E' CRESCIUTO SUPERANDO IL PICCO PRE-CRISI


Dati relativi al PIL della Romania hanno mostrato un aumento del 6% su base annua nel secondo trimestre del 2016.
Si tratta di un aumento della crescita del 4.3% registrata nel primo trimestre del 2016, e porta il PIL del paese oltre il picco pre-crisi nel 2008.
Negativa l'inflazione dei prezzi al consumo causata in gran parte da tagli a IVA, combinato con una crescita a due cifre dei salari del settore pubblico hanno portato a una crescita dei tassi di consumo. Le vendite al dettaglio sono in crescita del 17,1% rispetto allo scorso anno per il secondo trimestre, per esempio.
Il Fondo monetario internazionale (FMI) si aspetta il PIL della Romania si ampli del 3,6% nel 2016.

Fonte:http://www.neweuropeinvestor.com/news/romanian-gdp-passes-pre-crisis-peak-10846/

mercoledì 25 maggio 2016

SUCCESSO ECONOMICO IN ROMANIA (SENZA EURO) PIL 2016 E 2017 +4,2% ANNUO


La Commissione nazionale di previsione della Romania indica, nel rapporto economico di primavera, una tendenza al rialzo della crescita economica, che dovrebbe segnare un Pil a +4,7% nel 2019, sostenuta dalla crescita degli investimenti piuttosto che dei consumi. Le previsioni di primavera della Cnp sono state modificate solo marginalmente rispetto alle previsioni dell'autunno 2015 quando è stato previsto un Pil per il 2016 e il 2017 in crescita a +4,2%, dato confermato anche dalla Commissione Ue e dall'Fmi. In sostanza, la Romania quest'anno e l'anno prossimo crescerà quasi il triplo della Germania e quattro volte l'Italia. Da notare che Germania e Italia usano l'euro, la Romania si è sempre rifiutata di adottarlo.


Fonte:http://www.ilnord.it/b-9096_BOOM_ECONOMICO_IN_ROMANIA_SENZA_EURO_PIL_2016_E_2017_42_ANNUO

lunedì 11 aprile 2016

L'ALBANIA CRESCE PIU' DELL'ITALIA


Il Pil dell'Albania è cresciuto nel 2015 del 2,61% (il triplo dell'Italia): lo rivelano i dati diffusi oggi dall'Istituto albanese delle statistiche, Instat, il quale ha pubblicato il rapporto sull'andamento dell'economia nel quarto trimestre dello scorso anno. Inizialmente il governo albanese aveva previsto un Pil al 3%. Lo scorso luglio pero' le autorita' hanno rivisto al ribasso le stime di crescita, con una riduzione di 0,3 punti percentuali, riducendoli poi di un altro 0,1 punto percentuale nel programma macroeconomico 2016-2019, pubblicato lo scorso febbraio. Nel primo trimestre del 2015, il Pil nazionale si e' attestato a 2,96%, scendendo poi nel 2° trimestre a 2,24%, per risalire al 2,98% nel 3° e attestarsi al 2,15% nel 4°.


Fonte:http://www.ilnord.it/b-8698_LA_PICCOLA_ALBANIA_SEGNA_UNA_CRESCITA_DEL_PIL_NEL_2015_TRIPLA_DELLITALIA_26

L'UNGHERIA RINASCE: TAGLIO COSTO LUCE GAS ACQUA DEL 20% TICKET BUS DEL 10% IVA RIDOTTA DA 27% A 5%


Budapest - L'Ungheria continua la sua politica di abbassamanento delle tasse e delle tariffe. I giornali e i vari talk show italiani continuano a ignorare la rivoluzione economica che sta avvenendo in Ungheria perche' si vuole tenere il popolo nell'ignoranza onde evitare che un numero sempre crescente di persone inizi a opporsi alle misure lacrime e sangue varate da questo governo per conto dell'Unione Europea.
Per chi non ne fosse a corrente (e purtroppo sono ancora tantissimi) il governo magiaro alcuni mesi fa ha deciso di ripagare con due anni di anticipo il debito contratto col Fondo Monetario Internazionale allo scopo di non subire piu' pressioni ricattatorie da parte dei suoi ispettori.
Dopo essersi liberato di questi ricattatori e usurai il governo ha iniziato ad adottare una serie di provvedimenti aventi lo scopo di stimolare l'economia e aiutare le fasce piu' deboli e cosi' ha deciso di abbassare le bollette di luce, acqua, gas e nettezza urbana del 20% e ha aumentato le pensioni per compensare i recipienti dell'aumento del costo della vita.
Tali provvedimenti sarebbero stati sufficienti per migliorare le condizioni di vita degli ungheresi ma il governo ha deciso di andare oltre e infatti nel disegno di legge fiscale recentemente approvato dal parlamento sono previste nuove misure sugli assegni familiari e riduzione dell'IVA dal 27% al 5 % sui suini vivi e macellati.
Inoltre questo disegno di legge amplia le possibilità di detrarre le tasse sui contributi sociali e sul reddito personale delle famiglie con più figli nella fascia di reddito medio-bassa e questo ampliamento delle detrazioni fiscali familiari costerà al bilancio 53 miliardi di fiorini (oltre 180 milioni di euro) ed interesserà circa 260mila famiglie.
Ma se i cittadini ungheresi sono fortunati quelli di Budapest lo sono ancora di piu' visto che l'amministrazione municipale di questa citta' ha deciso che dal 1 Gennaio del 2014 il prezzo degli abbonamenti per i trasporti pubblici sarà ridotto del 10% e nello specifico gli abbonamenti mensili passeranno dagli attuali 10.500 fiorini a 9.500, l'annuale da 114.500 costerà 103.000 fiorini, il pass mensile per gli studenti scenderà da 3.850 a 3.450 e quello mensile per pensionati da 3.700 a 3.330 fiorini.
Questo e' quello che avviene quando al governo ci sono partiti nazionalisti che fanno l'interesse del popolo e questo spiega il perche' la nostra casta dirigente teme la crescita del nazionalismo in tutta Europa e usa parole estremamente offensive per attaccare chiunque osa opporsi alla dittatura dei poteri forti.

Fonte:http://www.ilnord.it/c-1941_CACCIATA_UEBCEFMI_LUNGHERIA_RINASCE_TAGLIO_COSTO_LUCE_GAS_ACQUA_DEL_20_TICKET_BUS_DEL_10_IVA_RIDOTTA_DA_27_A_5

giovedì 18 febbraio 2016

L'INGHILTERRA (SENZA L'EURO) IL TASSO DI OCCUPAZIONE E' IL PIU' ALTO DAL 1971


Il tasso di disoccupazione britannico tocca i minimi dal 2005, pur calando meno delle attese dei più ottimisti tra gli economisti, che si aspettavano addirittura di più. Secondo l'Ufficio di statistica del Regno Unito la percentuale dei senza lavoro è rimasta al 5,1% nell'ultimo trimestre del 2015, mentre contemporaneamente l'occupazione è letteralmente salita alle stelle, al 74,1%, il tasso più alto dal 1971. In valori assoluti negli ultimi trimestri dell'anno i disoccupati in Gran Bretagna sono stati 1,69 mln, 60mila unità in meno rispetto al terzo trimestre dello scorso anno. Quanto alle domande di sussidi di disoccupazione sono diminuite di 14.800 unità a gennaio rispetto a dicembre passando a 760.200, il livello più basso dal 1975.


Fonte:http://www.ilnord.it/b-8237_IN_GRAN_BRETAGNA_E_MIRACOLO_ECONOMICO_TASSO_DI_OCCUPAZIONE_PIU_ALTO_DAL_1971

mercoledì 10 febbraio 2016

L'EUROPA SENZA L'EURO SCAVALCA I PAESI DELLA MONETA UNICA


Se l’euro non fosse stato adottato, la crisi sarebbe da tempo alle nostre spalle. Lo sostiene l’insigne economista danese Lars Christensen, che sostiene che la crisi greca non riguarda la Grecia, ma è il sintomo di un problema più grande, cioè l’euro stesso. Se non fosse stato per la moneta della Bce, «non saremmo stati obbligati ad affrontare massicci salvataggi di Stati, non ci saremmo trovati con sette anni di recessione nell’Eurozona e la disoccupazionesarebbe stata molto più bassa». Tutto questo sarebbe avvenuto «se in Europa avessimo avuto un tasso di cambio flessibile invece di quello che potremmo chiamare il Meccanismo di Strangolamento Monetario (Mms)». Fortunatamente, non tutti i paesi europei sono entrati nell’euro: «L’andamento economico dei paesi che non sono entrati potrebbe darci qualche suggerimento su come le cose avrebbero potuto andare se l’euro non fosse mai stato introdotto». Per questo, Christensen ha esaminato i risultati della crescita nei paesi dell’area euro e in quelli che in Europa hanno avuto tassi di cambio flessibili (o quasi flessibili), per mettere a confronto paesi “agganciati” con paesi “flessibili”. Inutile dire che la differenza è impressionante: chi è fuori dall’euro se la cava, gli altri hanno un Pil inferiore a quello che avevano nel 2007.

Nel campione, Christensen ha incluso gli Stati dell’Eurozona con tassi di cambio fissi nei confronti dell’euro (Bulgaria e Danimarca) e i paesi Ue con tassi di cambio variabile (Regno Unito, Svezia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Romania). Lars ChristensenInoltre, ha incluso la Svizzera e allo stesso modo i paesi dell’Area economica europea (Eea), cioè Norvegia e Islanda (tutti con tassi di cambio flessibile). Infine, ha incluso la Turchia, che confina con la Grecia, e che ha anche lei un tasso di cambio flessibile. In tutto, spiega Christensen in un’analisi su “The Market Monetarist” ripresa da “Voci dall’Estero”, sono 31 paesi europei, tutti molto diversi tra loro. Alcuni hanno un sistema politico poco funzionale e lottano con la corruzione (per esempio Romania o Turchia), mentre altri normalmente sono considerati economie relativamente efficienti, con un mercato del lavoro e un mercato interno che funzionano bene, conti con l’estero in attivo e finanze pubbliche solide, come Danimarca, Finlandia e Olanda. Il risultato lascia sgomenti: dei 21 paesi nell’euro(inclusi i due con ancoramento del cambio) quasi la metà (10) oggi ha un livello di Pil reale più basso che nel 2007, mentre tutti quelli col cambio flessibile oggi hanno un prodotto interno lordo maggiore di quello di 9 anni fa.

Stanno meglio perfino l’Islanda, «che ha avuto una grave crisi bancaria nel 2008», e l’Ungheria, «da sempre politicamente disfunzionale e con un debito alto». Entrambi i paesi (con tasso di cambio rimasto flessibile) sono cresciuti in misura maggiore dei paesi nell’euro e di quelli agganciati all’euro. Islanda e Ungheria, infatti, pur essendo «quelli con la crescita più lenta nel gruppo dei tassi di cambio flessibili», di fatto «sono cresciuti più di Olanda, Danimarca e Finlandia – paesi che sono sempre stati considerati un esempio di grande volontà nel realizzare le riforme, con strategie ultraprudenti, bilancia dei pagamenti salda e finanze pubbliche in piena salute». Se si osserva la media dei tassi di crescita del Pil reale tra il 2007 e il 2015, iL'Islanda contro le banche, oggi cresce“flessibili” hanno significativamente superato in crescita i paesi nell’euro di un “fattore 5”, cioè un 7.9% contro l’1.5%. «Anche se escludiamo dal campione i tre paesi flessibili cresciuti più velocemente (Turchia, Romania e Polonia) i flessibili comunque superano largamente i paesi nell’euro (6.5% contro 1.5%)».

Conclusione: si scrive euro, ma si legge “spazzatura”. «Non ci possono essere dubbi: l’importante vantaggio nella crescita dei paesi con tasso di cambio flessibile rispetto a quelli nell’euro non è una coincidenza», sottolinea l’economista danese, specializzato in dinamiche internazionali, mercati emergenti e politiche monetarie, forte anche della ventennale esperienza all’Adam Smith Institute di Londra. Secondo Christensen, «l’euro è stato un Meccanismo di Strangolamento Monetario: e se non lo avessimo avuto, la crisi in Europa sarebbe stata superata da molto tempo», come in effetti è stato per la maggior parte dei “flessibili”. «Possiamo discutere sul perché l’euro è stato una simile macchina per uccidere la crescita, ma non c’è dubbio che la crisi in Europa oggi è stata causata dall’euro in sé e non da errori di gestione nelle singole economie».Se l’euro non fosse stato adottato, la crisi sarebbe da tempo alle nostre spalle. Lo sostiene l’insigne economista danese Lars Christensen, che sostiene che la crisi greca non riguarda la Grecia, ma è il sintomo di un problema più grande, cioè l’euro stesso. Se non fosse stato per la moneta della Bce, «non saremmo stati obbligati ad affrontare massicci salvataggi di Stati, non ci saremmo trovati con sette anni di recessione nell’Eurozona e la disoccupazione sarebbe stata molto più bassa». Tutto questo sarebbe avvenuto «se in Europa avessimo avuto un tasso di cambio flessibile invece di quello che potremmo chiamare il Meccanismo di Strangolamento Monetario (Mms)». Fortunatamente, non tutti i paesi europei sono entrati nell’euro: «L’andamento economico dei paesi che non sono entrati potrebbe darci qualche suggerimento su come le cose avrebbero potuto andare se l’euro non fosse mai stato introdotto». Per questo, Christensen ha esaminato i risultati della crescita nei paesi dell’area euro e in quelli che in Europa hanno avuto tassi di cambio flessibili (o quasi flessibili), per mettere a confronto paesi “agganciati” con paesi “flessibili”. Inutile dire che la differenza è impressionante: chi è fuori dall’euro se la cava, gli altri hanno un Pil inferiore a quello che avevano nel 2007.

Nel campione, Christensen ha incluso gli Stati dell’Eurozona con tassi di cambio fissi nei confronti dell’euro (Bulgaria e Danimarca) e i paesi Ue con tassi di cambio variabile (Regno Unito, Svezia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Romania). Inoltre, ha incluso la Svizzera e allo stesso modo i paesi dell’Area economica europea (Eea), cioè Norvegia e Islanda (tutti con tassi di cambio flessibile). Infine, ha incluso la Turchia, che confina con la Grecia, e che ha anche lei un tasso di cambio flessibile. In tutto, spiega Christensen in un’analisi su “The Market Monetarist” ripresa da “Voci dall’Estero”, sono 31 paesi europei, tutti molto diversi tra loro. Alcuni hanno un sistema politico poco funzionale e lottano con la corruzione (per esempio Romania o Turchia), mentre altri normalmente sono considerati economie relativamente efficienti, con un mercato del lavoro e un mercato interno che funzionano bene, conti con l’estero in attivo e finanze pubbliche solide, come Danimarca, Finlandia e Olanda. Il risultato lascia sgomenti: dei 21 paesi nell’euro (inclusi i due con ancoramento del cambio) quasi la metà (10) oggi ha un livello di Pil reale più basso che nel 2007, mentre tutti quelli col cambio flessibile oggi hanno un prodotto interno lordo maggiore di quello di 9 anni fa.

Stanno meglio perfino l’Islanda, «che ha avuto una grave crisi bancaria nel 2008», e l’Ungheria, «da sempre politicamente disfunzionale e con un debito alto». Entrambi i paesi (con tasso di cambio rimasto flessibile) sono cresciuti in misura maggiore dei paesi nell’euro e di quelli agganciati all’euro. Islanda e Ungheria, infatti, pur essendo «quelli con la crescita più lenta nel gruppo dei tassi di cambio flessibili», di fatto «sono cresciuti più di Olanda, Danimarca e Finlandia – paesi che sono sempre stati considerati un esempio di grande volontà nel realizzare le riforme, con strategie ultraprudenti, bilancia dei pagamenti salda e finanze pubbliche in piena salute». Se si osserva la media dei tassi di crescita del Pil reale tra il 2007 e il 2015, i “flessibili” hanno significativamente superato in crescita i paesi nell’euro di un “fattore 5”, cioè un 7.9% contro l’1.5%. «Anche se escludiamo dal campione i tre paesi flessibili cresciuti più velocemente (Turchia, Romania e Polonia) i flessibili comunque superano largamente i paesi nell’euro(6.5% contro 1.5%)».

Conclusione: si scrive euro, ma si legge “spazzatura”. «Non ci possono essere dubbi: l’importante vantaggio nella crescita dei paesi con tasso di cambio flessibile rispetto a quelli nell’euro non è una coincidenza», sottolinea l’economista danese, specializzato in dinamiche internazionali, mercati emergenti e politiche monetarie, forte anche della ventennale esperienza all’Adam Smith Institute di Londra. Secondo Christensen, «l’euro è stato un Meccanismo di Strangolamento Monetario: e se non lo avessimo avuto, la crisi in Europa sarebbe stata superata da molto tempo», come in effetti è stato per la maggior parte dei “flessibili”. «Possiamo discutere sul perché l’euro è stato una simile macchina per uccidere la crescita, ma non c’è dubbio che la crisi in Europa oggi è stata causata dall’euro in sé e non da errori di gestione nelle singole economie».


Fonte:http://www.stopeuro.org/crescita-leuropa-senza-euro-surclassa-i-paesi-della-bce/

giovedì 4 febbraio 2016

ROMANIA: ECONOMIA FORTE E STABILE (SENZA L'EURO)


BUCAREST - I prestiti concessi alle imprese in Romania nel 2015 hanno raggiunto il valore di 8,42 miliardi di euro, il livello piu' alto registrato negli ultimi quattro anni, a differenza dell'Italia dove sono crollati. Al contempo i tassi di interesse nel settore hanno raggiunto i minimi storici: piu' della meta' sono stati prestiti in moneta locale (il leu), mentre la parte restante in euro e dollari. Lo riferisce la Banca centrale della Romania in un comunicato. Rispetto al 2014, i prestiti alle imprese sono aumentati nel 2015 del 16,4 per cento. Mentre i prestiti in moneta locale hanno segnato una crescita del 18 per cento, mentre quelli in euro sono aumentati del solo 4,5 per cento. I prestiti in dollari sono cresciuti dell'11 per cento e i prestiti in leu nel 2015 hanno raggiunto il livello piu' alto degli ultimi cinque anni, con 5,32 miliardi di euro. Secondo gli specialisti, i tassi di interesse ai minimi storici hanno inciso sull'aumento dei crediti concessi alle imprese: anche il ritorno della fiducia sulla situazione macroeconomica ha contribuito positivamente. Il 2015 ha portato una crescita economica circa del 4 per cento e un adeguamento del numero di aziende che sono diventate insolventi.

Fonte:http://www.ilnord.it/i-2883_ROMANIA_BANCHE_A_GONFIE_VELE

L'ECONOMIA DELL'ALBANIA CRESCE MEGLIO DELL'ITALIA (RISPETTO ALL'EURO)


La Banca centrale d'Albania ha reso noto che nella seconda meta' del 2015 l'andamento dell'economia del paese e' stato migliore delle attese. ''Abbiamo rivisto al rialzo le nostre stime sul Pil del 2015'', ha spiegato il governatore Genti Sejko, senza precisare pero' di quanto. La Banca ha inizialmente previsto un tasso di crescita che oscilla fra il 2,5 e il 2,7 per cento. Nel terzo trimestre dello scorso anno il Pil, secondo l'Istituto di statistica si e' attestato al 2,98 per cento. ''I nostri dati suggeriscono che l'economia abbia avuto un andamento positivo anche nell'ultimo trimestre'', ha sottolineato Sejko. La Banca centrale prevede una leggera accelerazione della crescita dell'economia per il 2016. Il governo da parte sua si attende un tasso del 3,4 per cento.La massima istituzione finanziaria del paese considera che ''gli investimenti privati sono in crescita, grazie alla migliorata situazione finanziaria delle imprese e da agevolate condizioni di finanziamento da parte delle banche'', mentre sottolinea che ''anche il consumo ha registrato un aumento''. Un altro fattore che dovrebbe favorire la crescita economica sarebbe anche una ripresa dei crediti concessi dagli istituti finanziari. La Banca si attende ''un leggero miglioramento della situazione dei principali partner''.


Fonte:http://www.ilnord.it/i-2887_ALBANIA_MEGLIO_DELLITALIA

mercoledì 7 ottobre 2015

ESPLOSIONE DELLA PRODUZIONE INDUSTRIALE BRITANNICA


La produzione industriale della Gran Bretagna e' aumentata ad agosto dell'1% congiunturale e dell'1,9% tendenziale, molto al di sopra delle attese (+0,5% sia su mese che su anno) degli analisti.
Anche la produzione manifatturiera e' salita dello 0,5% su mese.
Questi dati, divulgati oggi dall'Istituto di statistica britannico, confermano il forte boom economico che sta vivendo il Regno Unito.
Molti osservatori hanno fatto notare che il dato è in netta controtendenza con quello della Germania, la cui produzione industriale è in forte calo.
Il Regno Unito per la prima volta si sta avviando ad essere la prima economia europea, non danneggiata dall'euro.


Fonte:http://www.ilnord.it/b-7073_BOOM_DELLA_PRODUZIONE_INDUSTRIALE_BRITANNICA_MENTRE_LA_ZONA_EURO_AFFONDA

lunedì 29 giugno 2015

IN EUROPA STARE SENZA L'EURO CONVIENE: IN ROMANIA ENORME PRODUZIONE DEL PIL+4,2%, STIPENDI +7%,


BUCAREST - Nel primo trimestre del 2015 la Romania ha registrato il piu' alto avanzo del consumo interno dall'arrivo della crisi economica del 2008, del 2,6 per cento rispetto al medesimo periodo del 2014. Lo rileva una relazione realizzata dalla compagnia di consulenza Ernst&Young. Secondo gli autori dello studio, la crescita del consumo interno nei primi tre mesi dell'anno ha superato le attese, grazie alla crescita economica del paese che nel medesimo periodo e' stata del 4,2 per cento.
A questo si aggiunge l'aumento dello stipendio medio netto del 7 per cento e la riduzione dell'inflazione intorno al 2 per cento. Gli specialisti si dichiarano fiduciosi sul fatto che il paese sara' in grado di mantenere lo stesso ritmo di crescita del consumo interno su tutto il 2015, le prospettive sono ottimistiche grazie soprattutto alla riduzione dell'Imposta sul valore aggiunto (Iva) per i generi alimentari dal 1 giugno scorso.
Per quanto riguarda il prodotto interno lordo del paese, la compagnia di consulenza anticipa un incremento del 3,1 per cento per quest'anno (con proiezioni fino al 4,5%) e del 3,6 per cento per il 2016, con possibilità arrivi addirittura al 5%.
Stando allo studio, il consumo interno e' incrementato dall'inizio dell'anno anche grazie all'aumento della fiducia della popolazione nell'andamento dell'economia e alla speranza di future crescite degli stipendi visto l'attuale contesto economico. La compagnia di consulenza prevede anche un incremento degli investimenti nell'economia interna.
Per la Romania la grande opportunita' e' rappresentata dalla riduzione dell'Iva per i generi alimentari che sta fortemente rilanciando l'economia attraverso i settori dell'agricoltura e agroalimentare e quelli connessi come trasporti merci e servizi alla popolazione. La legge prevede specificatamente che la riduzione dell'Iva si applichi su tutta la catena economica, dal produttore al consumatore finale, il che rende tutti i partecipanti al ciclo economico del settore agroalimentare e agricolo beneficiari diretti dalla riduzione.
Inoltre, la normativa prevede che la riduzione dell'Iva si applichi anche nel caso in cui un prodotto alimentare viene utilizzato come materia prima per la produzione di cosmetici, bevande alcooliche o altro, fermo restando che i rispettivi prodotti hanno come destinazione il consumo da parte della popolazione.
L'alto livello dell'Iva insieme alle altre tasse ed imposte che i produttori e i commercianti dovevano prima pagare allo stato hanno fatto si che questi scaricassero i rispettivi costi sul consumatore finale portando ad una riduzione drastica del consumo.
Il peggiore caso della sovratassazione, con implicazioni su tutti i settori dell'economia, sono stati i carburanti dove la percentuale delle tasse, imposte, accise e Iva sul prezzo totale di un litro di combustibile rappresentava il 60 per cento, come in Italia.
Tasse alte anche nel caso delle bevande alcooliche dove variavano fra il 40 per cento per birra e vino e il 75 per cento per i superalcolici (esattamente come hanno imposto in Italia i governi Monti e Renzi) . Per il caffe' il totale delle tasse ed imposte rappresentavano il 30 per cento del prezzo finale.
Ora, col taglio netto dell'Iva voluto dal governo, l'economia della Romania sta vivendo un boom economico, e possedere la propria valuta sovrana mette al riparo la Romania dal disastro dell'euro e della folli politiche imposte dall'eurozona agli stati che disgraziatamente ne fanno parte, come l'Italia.
In Europa crescere si può, basta stare fuori dall'euro e fare l'esatto contrario di quello che la Commissione europea assieme alla Bce impongono agli stati dell'eurozona.

Redazione Milano.

Fonte:http://www.ilnord.it/c-4304_ENORME_CRESCITA_DELLA_ROMANIA_PIL_42_STIPENDI_7_INFLAZIONE_PERFETTA_AL_2TUTTO_GRAZIE_A_TAGLIO_DI_TASSE_E_IVA

mercoledì 6 maggio 2015

COSI' VIKTOR ORBAN HA SALVATO L'UNGHERIA


Il partito politico Fidesz – Unione Civica Ungherese nasce nel marzo del 1988 con un’impronta anti-comunista. Si colloca a destra dello scenario politico del paese e promuove il conservatorismo nazionale ed il nazionalismo statalista.
Nel 1998 il partito ottiene il 28,18% dei voti popolari aggiudicandosi 148 seggi su 386 nel parlamento e per la prima volta riesce a diventare una forza di governo. Il leader del partito si chiama Viktor Orbán e durante il suo primo mandato governativo tenta di abbattere la disoccupazione e di risollevare l’economia ungherese. L’obiettivo delle politiche adottate da Orbán è di ridurre le tasse, l’inflazione e il deficit del budget. I successi economici del primo governo sono la riduzione dell’inflazione dal 15% nel 1998 al 7,8% nel 2001, la performance positiva del tasso di crescita del PIL tra il 4,4% nel 1999 al 3,8% nel 2001, la riduzione del deficit fiscale dal 3,9% nel 1999 al 3,4% nel 2001 e la riduzione al 54% del rapporto debito nazionale/PIL. Per quanto concerne la politica estera, Fidesz aderisce alla NATO nel 1999, con la Repubblica Cieca e la Polonia, dopo l’esito positivo di un referendum popolare.
Dal 2002 al 2010 il partito rimane all’opposizione per poi riaffermarsi alle elezioni politiche ottenendo un risultato straordinario: 52,72% dei voti con 263 seggi su 386. Un risultato storico senza precedenti, nello scenario politico ungherese post-comunismo, grazie al quale il leader Orbán governa con una maggioranza assoluta. Qui si cambia registro. Il partito decide di introdurre delle modifiche nella Costituzione ungherese, includendo degli elementi conservatori e sociali. In materia economica, Orbán impone lo stop all’uso delle politiche liberali che lo avevano caratterizzato per anni e applica misure nazionaliste. Il suo programma prevede il rafforzamento del settore pubblico e la nazionalizzazione dei fondi pensionistici per un valore di 10 miliardi di euro, 5 dei quali sono destinati alla riduzione del debito pubblico. L’anno 2010 segna anche l’inizio della battaglia contro l’euro e l’UE. Intenzionato a difendere gli interessi del paese, Obrán si scaglia contro l’ipotizzata adesione alla moneta unica e impone il mantenimento del “fiorino ungherese” come valuta nazionale. L’atteggiamento anti-euro e il rifiuto delle politiche di austerità dettate dall’Europa creano inevitabili frizioni nelle relazioni tra l’Ungheria e l’UE, la quale applica delle procedure d’infrazione nei confronti del paese dell’est e taglia i finanziamenti strutturali europei destinati ad esso. Orbán ignora gli atteggiamenti ostili assunti dall’UE e prosegue sulla sua strada invitando il Fondo Monetario Internazionale a fare le valigie e lasciare il paese. All’interno del partito, e di una gran parte dell’elettorato ungherese, regna la convinzione che l’UE è stata concepita per beneficiare il sistema bancario e finanziario. Il rifiuto delle politiche di austerità e del rigore è reso ancor più chiaro dalla decisione del governo ungherese di nazionalizzare la Banca Centrale Magiara. Il messaggio è categorico: No ai diktat Europei. No alla Troika. Le politiche e le riforme messe in campo da Orbán stanno dando i loro frutti. Il PIL è positivo, il tasso di disoccupazione è calato dal 12% nel 2010 al 7,1% nel 2014. Le misure popolari adottate da Fidesz sul costo del lavoro, la sicurezza nazionale e il rilancio dell’economia si stanno dimostrando positive. L’inflazione è bassa nonostante la svalutazione della moneta, ed il rapporto debito pubblico/PIL è al 60%.
Le politiche del governo ungherese, e i risultati ottenuti, sono la prova che un sistema economico diverso esiste. Non a caso, il partito di Orbán ha vinto le elezioni del 2014 ottenendo 133 seggi su 199 (la riforma costituzionale ha ridotto il numero di parlamentari). L’Ungheria ha dimostrato all’Europa intera che esiste una via d’uscita e sembra essere la seguente: meno UE, più Ungheria.


Claudio Pasquini Peruzzi

Fonte:http://www.ilgiornaleditalia.org/news/esteri/864988/Cosi-Orban-ha-risollevato-l-Ungheria.html

venerdì 18 aprile 2014

UNGHERIA AL TOP PER IL TASSO DI OCCUPAZIONE


Il tasso di occupazione nei Paesi Ocse, ovvero la percentuale di persone in età da lavoro che hanno un impiego, è leggermente aumentata (+0,1%) nell'ultimo trimestre del 2013, toccando il 65,3%. Nell'area Euro il tasso ha raggiunto il 63,6% (+0,1%), dopo essere rimasto stabile negli ultimi tre trimestri. Lo comunica l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, segnalando al contempo che il livello di occupazione nell'area Ocse è ancora inferiore dell'1,2% rispetto ai livelli pre-crisi.
In rapporto all'ultimo trimestre del 2012, significativa la crescita a fine 2013 del tasso di occupazione in Ungheria (+1,9% fino al 59,4% di occupati), secondo Paese Ocse dopo l'Irlanda (+2,1% al 61,3%) per miglioramento sul fronte del lavoro. Fra i peggiori invece, oltre all'Italia (-0,9%, 55,5%) e all'Olanda (-0,9%, 74%), la Grecia (-1,3%, tasso di occupazione al 49,1%) e la Slovenia (-0,9%, 63,2%).
Fra le nazioni dell'area della Nuova Europa incluse nel rapporto Ocse, vanno segnalate le performance della Repubblica ceca, dove il tasso di occupazione è salito dal 66,9% dell'ultimo trimestre del 2012 al 68,1% dell'ultimo trimestre dell'anno scorso, dell'Estonia (dal 67% al 68,1%), della Germania (dal 73,1% al 73,5%), della Polonia (dal 59,7% al 60,3%) e della Slovacchia (dal 59,4% al 59,9%). Stabile il tasso di occupazione in Austria (72,4%).

Fonte:http://www.ansa.it/nuova_europa/it/notizie/rubriche/altrenews/2014/04/15/ungheria-al-top-per-aumento-tasso-di-occupazione-594_3cae9e93-fc86-4359-b798-6fbebe7f6e78.html

BENVENUTI!!!



LIBRI LETTI
TEMPESTA GLOBALE,ART BELL,WHITLEY STRIEBER;LA PROSSIMA ERA GLACIALE,ROBERT W.FELIX;ARCHEOLOGIA PROIBITA,STORIA SEGRETA DELLA RAZZA UMANA,MICHAEL A.CREMO,RICHARD L. THOMPSON;MONDI IN COLLISIONE,IMMANUEL VELIKOVKY;LE CICATRICI DELLA TERRA,IMMANUEL VELIKOVSKY;HO SCOPERTO LA VERA ATLANTIDE,MARCO BULLONI;GLI EREDI DI ATLANTIDE,RAND FLEM ATH;IL PIANETA DEGLI DEI,ZACHARIA SITCHIN;IMPRONTE DEGLI DEI,GRAHAM HANCOCK;LA FINE DI ATLANTIDE,RAND FLEM ATH;I MAYA E IL 2012,SABRINA MUGNOS;LA VENDETTA DEI FARAONI,NAUD YVES,L'EGITTO DEI FARAONI,NAUD YVES;LA STORIA PROIBITA,J.DOUGLAS KENYON;SOPRAVVIVERE AL 2012,PATRICK GERYL;STATO DI PAURA,MICHAEL CHRICHTON;APOCALISSE 2012,JOSEPH LAWRENCE;I SERVIZI SEGRETI DEL VATICANO,DAVID ALVAREZ;GENGIS KHAN E L'IMPERO DEI MONGOLI,MICHAEL GIBSON;SCOPERTE ARCHEOLOGICHE NON AUTORIZZATE,MARCO PIZZUTI;UNA SCOMODA VERITA',AL GORE;ECC..
(NON TUTTI GLI ARGOMENTI O TALVOLTA I LIBRI STESSI SONO DA ME CONDIVISI)

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