ATTUALE CONFIGURAZIONE PLANETARIA DEL SISTEMA SOLARE


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mercoledì 1 febbraio 2017

LA POLONIA NAZIONALISTA CRESCE PIU' DELLA ZONA EURO


L'economia polacca è cresciuta del 2.8 per cento l'anno scorso in termini reali, conferma l'Ufficio Centrale di Statistica.
Il PIL polacco è cresciuto del 3.9 per cento nel 2015.
Gli analisti interpellati dalla nuova agenzia PAP avevano detto che si aspettavano una cifra crescita del PIL del 2.7 per cento per l'anno scorso.
La domanda interna è cresciuta del 2.8 per cento in termini reali dello scorso anno, rispetto al 3,4 per cento nel 2015, secondo l'Ufficio centrale di statistica.
Il bilancio della Polonia 2017 si basa su una previsione di crescita del PIL 3.6 per cento di quest'anno.
Il Vice Ministro delle Finanze, Leszek Skiba ha detto che la crescita economica l'anno scorso è stata indebolita da un calo degli investimenti, ma ha aggiunto la situazione potrebbe migliorare nel 2017.
Egli ha sottolineato che la lettura per l'anno scorso era leggermente al di sopra delle aspettative del mercato.

Fonte:http://www.thenews.pl/1/12/Artykul/291318,Polish-economy-grew-28-last-year

giovedì 15 dicembre 2016

WALL STREET JOURNAL: LA RUSSIA NON E' UN PERICOLO PER GLI USA, IL PERICOLO SI CHIAMANO CRISI ITALIANA E ZONA EURO


WASHINGTON - "La nomina dell'amministratore delegato di Exxon Mobil, Rex Tillerson, alla guida del dipartimento di Stato Usa, e' forse la miglior risposta del presidente eletto Donald Trump al clamore circa la presunta intromissione della Russia nelle elezioni presidenziali statunitensi".
A scriverlo oggi, sul Wall Street Journal, è l'editorialista Holman W. Jenkins. "Tillerson non risponde al tradizionale profilo del diplomatico ne' puo' vantarne la formazione, ma ha una lunga esperienza di relazioni dirette con il presidente russo, Vladimir Putin, si e' sempre detto contrario alle sanzioni alla Russia e favorevole a una riappacificazione, ed e' certamente nella posizione di potersi confrontare con il Cremlino".
"Questo non significa - sottolinea Jenkins - che Tillerson sia un amico di Putin. Si tratta di un'accusa capziosa e del tutto insensata, specie se proiettata nel contesto di un leader dalle problematiche e dai dilemmi di Putin. Trump - prosegue l'editoriale pubblicato oggi - citando il caso della presunta intromissione della Russia nel processo elettorale Usa, fa bene a ricordare i fallimenti della Cia in merito alle presunte armi di distruzione di massa irachene, anche se non per le ragioni che pensa. Nessun presidente sano di mente lascerebbe che una singola provocazione o un rapporto d'intelligence determinino le sue scelte strategiche".
"A prescindere dall'approccio che il presidente eletto degli Stati Uniti riservera' alla Russia, Trump fa bene a non farsi trascinare in un confronto diretto con Mosca soltanto perche' i Democratici a Washington e certi repubblicani fanno chiasso in merito a qualche informazione che a torto a ragione - poco importa - accusa la Russia di aver provato a garantire l'elezione di Trump".
"Questo - sottolinea ancora l'editorialista - a meno di voler davvero sostenere con convinzione che sia stata Mosca a dettare, tramite oscure intromissioni informatiche, l'esito delle elezioni presidenziali o che il presidente eletto Trump sia davvero un fantoccio del Cremlino. Due sciocchezze assolute. Il presidente eletto degli Stati Uniti deve governare, e deve concepire a sangue freddo una politica in merito alla Russia, che e' potenzialmente l'attore piu' pericoloso sulla scena internazionale, senza dover puerilmente dimostrare che la sua amministrazione non e' manovrata da Putin".
"Trump - prosegue il Wall Street Journal - non ha torto a sospettare che i suoi detrattori e avversari vogliano servirsi dello spettro delle intromissioni russe per screditare la sua presidenza. Quanto alle eventuali intromissioni Russe nel processo elettorale - sostiene l'autore dell'editoriale - sarebbe piu' sensato supporre che il Cremlino prevedesse come chiunque altro una vittoria della democratica Hillary Clinton e che si sia servito delle rivelazioni a WikiLeaks per indebolirla una volta che quest'ultima avesse assunto la presidenza".
"Washington - afferma l'autore dell'articolo, Jenkins - farebbe bene a gestire i rapporti con la Russia con freddezza e circospezione, evitando confronti diretti con Putin proprio ora che il suo regime entra in una fase declinante. Putin non ha alcun piano di pensionamento e puntella sempre piu' il suo consenso domestico con un rischioso e insostenibile interventismo estero".
"Le qualita' del presidente eletto Trump saranno anche opinabili e ciononostante e' difficile sostenere che l'attuale politica statunitense fatta da Obama nei confronti della Russia sia stata un successo. Detto questo - conclude il Wall Street Journal - gli Stati Uniti potrebbero presto scoprire che il pericolo maggiore al loro benessere e alla loro sicurezza risiede non tanto nella Russia, ma in Italia: una crisi dell'Europa, o comunque della moneta unica, costituirebbero una minaccia reale per tutto quanto di buono Trump intende fare per l'economia statunitense".

Redazione Milano

Fonte:http://www.ilnord.it/c-5125_WALL_STREET_JOURNAL_MA_QUALE_PERICOLO_RUSSIA_IL_PERICOLO_PER_GLI_USA_SONO_LA_CRISI_DELLITALIA_E_LEURO_BOOM

mercoledì 30 novembre 2016

IL REGNO UNITO CRESCERA' ESTREMAMENTE OLTRE L'EUROZONA


LONDRA - Negli ultimi giorni tutte le previsioni pessimistiche fatte sui presunti effetti negativi del Brexit sono state smentite dai fatti e adesso anche l'OCSE in un recente rapporto non solo rivede verso l'alto le stime di crescita dell'economia britannica, ma rivela anche che la Gran Bretagna nei prossimi 10 anni crescera' di piu' dei paesi dell'eurozona. Il qual fatto, già da solo, è una notizia a dir poco "rivoluzionaria" nel mondo dell'ipocrisia dell'informazione che domina l'Italia e l'eurozona, dove l'importante è tacere, nascondere, dissimulare il mostruoso fallimento dell'euro e della Ue.
Il rapporto dell'organizzazione che riunisce i paesi piu' ricchi del mondo - l'Osce appunto - dice che quest'anno 'economia britannica crescera' del 2% e dell'1,2% nel 2017 e tali stime sono entrambe in rialzo dello 0,2% rispetto alle previsioni fatte lo scorso settembre.
In molti avevano previsto che il Brexit avrebbe portato a una recessione ma l'OCSE smentisce vivamente queste previsioni pessimistiche e una della ragioni sta nel fatto che la banca d'Inghilterra e' intervenuta per far crescere la fiducia dei consumatori.
Certo tale intervento rischia di far salire l'inflazione, ma visto che al momento il vero problema e' la deflazione tali effetti inflazionistici non destano preoccupazione. Anzi, dnno un impulso insperato ai mercati e alle vendite.
L'unica incertezza che rimane e' legata al modo in cui la Gran Bretagna uscira' dall'Unione Europea, sempre che esista ancora la Ue quando il Regno Unito deciderà di uscirne in base ai trattati.
Gli economisti dell'OCSE credono che la Gran Bretagna otterra' le migliori condizioni possibili dalla UE ma ovviamente nessuno puo' essere certo di questo e per tale motivo c'e' una certa cautela nel fare previsioni a riguardo.
Quel che e' certo invece e' che i paesi dell'eurozona cresceranno meno della Gran Bretagna visto che la crescita media sara' dell'1,5% e ha rivisto verso il basso le stime di crescita di Francia e Germania rispettivamente all'1,2% e all'1,7%.

Fonte:http://www.ilnord.it/c-5113_LEGNATA_DELLOCSE_ALLA_UE_LA_GRAN_BRETAGNA_CRESCERA_MOLTO_DI_PIU_DELLEUROZONA_ENORME_SUCCESSO_DEL_BREXIT

giovedì 27 ottobre 2016

NELL'UNIONE EUROPEA SOLO L'EUROZONA SI STA SPEGNENDO


Nel frattempo però nel resto d'Europa questa tendenza è molto più contenuta o spesso opposta, a evidenziare indubitabilmente ciò che la teoria aveva annunciato: l'euro è la singola principale causa di aumento della povertà nel vecchio continente.
Le corse agli sportelli sono all'ordine del giorno. I mercati obbligazionari vanno nel panico, e i governi del Sud-Europa necessitano di bail-out [salvataggi economici, NdR] ogni pochi anni. La disoccupazione è schizzata alle stelle e la crescita rimane asfittica, non importa quante centinaia di miliardi di denaro la Banca Centrale Europea stampi ed inietti nell'economia.
Ormai siamo tutti annoiatamente consapevoli di come l'eurozona sia stata un disastro finanziario. Ma ora inizia a diventare evidente che essa è anche un disastro sociale. Quello che spesso viene omesso dalle discussioni sui tassi di crescita, sui bail-out e sull'armonizzazione bancaria è che l'eurozona sta diventando una macchina di impoverimento.
Mentre la sua economia è in stagnazione, milioni di persone stanno cadendo in uno stato di vera e propria deprivazione. I tassi di povertà sono aumentati vertiginosamente in tutta Europa, sia che li si misuri in termini relativi che in termini assoluti, e gli aumenti peggiori si sono verificati all'interno dell'area che adotta la moneta unica. Non potrebbe esserci un atto d'accusa più scioccante del fallimento dell'euro, o un promemoria più potente che gli standard di vita cominceranno a migliorare solo se la moneta unica verrà sottoposta a riforme radicali, o smantellata.
L'Eurostat, l'agenzia statistica dell'Unione Europea, ha pubblicato da poco le ultime analisi sul numero di persone "a rischio di povertà o esclusione sociale", confrontando i dati del 2008 con quelli del 2015. Tra i 28 membri dell'Unione, cinque Paesi hanno sperimentato una significativa crescita di questo valore, paragonato con l'anno del crollo finanziario. In Grecia il 35,7% della popolazione rientra in questa categoria, rispetto al 28,1% del 2008. Un incremento di 7,6 punti percentuali. A Cipro l'incremento è stato di 5,6 punti percentuali: ora il 28,7% della popolazione è classificato come "povero". In Spagna tale valore è aumentato di 4,6 punti percentuali, in Italia di 3,2 punti, e persino il Lussemburgo, difficilmente considerabile un Paese a rischio di deprivazione materiale, ha visto il tasso di povertà salire al 18,5% dal 2008, in aumento di tre punti.
Ma la situazione non è così tetra dappertutto. In Polonia, il tasso di povertà è sceso dal 30,5% al 23%. In Romania, Bulgaria e Lettonia, ci sono state considerevoli riduzioni della povertà rispetto ai valori del 2008 — in Romania, ad esempio, la percentuale e scesa di sette punti, raggiungendo il 37%. Cosa c'è di diverso tra i Paesi nei quali la povertà è aumentata in modo drammatico, rispetto a quelli nei quali è diminuita? Avete indovinato. Gli aumenti più significativi del tasso di povertà si sono tutti verificati in Paesi all'interno della moneta unica. Ma le diminuzioni sono state tutte nei Paesi al di fuori di essa.
E c'è di peggio. Sono definiti "a rischio di povertà" gli individui che vivono con meno del 60% del reddito nazionale medio. Ma quello stesso reddito medio è crollato negli ultimi sette anni, dato che la maggior parte dei Paesi all'interno dell'eurozona devono ancora riprendersi dalla crisi del 2008. In Grecia il reddito medio è sceso da 10.800 a 7.500 euro all'anno. In Spagna il calo non è stato altrettanto drammatico, ma il reddito medio è comunque sceso da 13.996 a 13.352 euro all'anno. Nella realtà, le persone stanno diventando più povere sia in termini relativi che in termini assoluti.
Ci sono altri tipi di misurazione che rendono lampante il fenomeno. In tutta l'UE, l'8% delle persone sono definite in stato di "grave deprivazione materiale", il che significa che non hanno accesso a ciò che la maggior parte delle società civilizzate considerano beni di prima necessità — se si mette la spunta a quattro caselle su nove, caselle che includono "non essere in grado di pagare il riscaldamento per la propria abitazione" o "non poter mangiare un pasto a base di carne, pesce o proteine simili almeno a giorni alterni", o "non avere soldi per un telefono", allora si ricade in questa categoria.
Sorprendentemente, numerosi Paesi all'interno dell'eurozona stanno cominciando ad essere in testa alle classifiche per questo tipo di misurazioni. La Grecia sta inevitabilmente scalando la classifica, con il 22% della sua popolazione che ad oggi è in stato di "grave deprivazione materiale", rispetto a al solo 11% del 2008. In Italia, un Paese che vent'anni fa era prospero come qualsiasi altro al Mondo, uno scioccante 11% della popolazione si trova oggi in stato di "deprivazione materiale", paragonato col 7,5% di sette anni fa. In Spagna il tasso di deprivazione è raddoppiato, e a Cipro è aumentato di più del 50%.
Eppure, se si analizzano i Paesi al di fuori della moneta unica, si scopre che al loro interno quel tasso è sostanzialmente stabile (come nel Regno Unito, ad esempio) o sta diminuendo a velocità di tutto rispetto — nella Polonia attualmente in rapida crescita economica, ad esempio, il tasso di persone in stato di "deprivazione materiale" si è dimezzato negli ultimi sette anni e, al 7,5% odierno, è molto più basso di quello registrato in Italia.
Questo è importante. L'UE si è fissata l'obiettivo di ridurre in maniera significativa i principali indicatori di povertà entro il 2020. Sta fallendo miseramente. Anzi, ancora peggio: sta diventando lampante che una delle sue principali politiche, cioè la creazione dell'euro, assieme ai vari "programmi di salvataggio", fiacchi e malriusciti che l'hanno tenuto insieme a malapena, è ampiamente responsabile di questo fallimento. È difficile pensare che esista un'altra spiegazione plausibile per la netta differenza tra il tasso di povertà dei Paesi all'esterno dell'eurozona e quello dei Paesi al suo interno. Perché la Grecia o la Spagna dovrebbero essere in uno stato così drasticamente peggiore di un qualsiasi Paese dell'Est Europa? E perché l'Italia dovrebbe passarsela peggio del Regno Unito, quando i due Paesi si trovavano a livelli di ricchezza sostanzialmente simili durante gli anni novanta? (Gli italiani per un certo periodo addirittura ci superarono come PIL pro capite). Anche in un'economia tradizionalmente di estremo successo come l'Olanda, che non è stata colpita da alcun tipo di crisi finanziaria, si sono registrati grossi incrementi sia della povertà relativa che di quella assoluta.
Infatti non è difficile capire che cosa sia successo. In primo luogo, un sistema valutario disfunzionale ha strangolato la crescita economica, facendo crescere la disoccupazione a livelli precedentemente impensabili. In seguito, dopo che alcuni Paesi sono andati in bancarotta e hanno avuto bisogno di aiuti finanziari, l'UE, assieme alla BCE e al FMI, ha imposto pacchetti di austerità che hanno drasticamente tagliato welfare e pensioni. Con queste premesse, non c'è da sorprendersi che la povertà sia aumentata.
Nei mercati finanziari ci si concentra all'infinito sullo stato dei sistemi bancari all'interno dell'eurozona, sulla crescita dei deficit di bilancio o sui rischi della deflazione e dei disastrosi effetti che essa potrebbe causare sui prezzi delle attività finanziarie. Ma, in ultima analisi, la crisi finanziaria non è così importante. Ad essa si può rimediare con i bail-out, o stampando più denaro. E anche se non fosse possibile, ciò significherebbe semplicemente che alcune banche o fondi d'investimento si troveranno in cattive acque. Ma il fatto che i livelli di povertà stiano crescendo ad un ritmo così veloce in quelle che un tempo erano Nazioni floride è scioccante. E non c'è alcuna avvisaglia che questa crescita stia rallentando — in alcuni Paesi come la Grecia o l'Italia, la crescita della povertà sta addirittura accelerando. Quelli che una volta erano Paesi estremamente poveri (come la Bulgaria) o Paesi a reddito medio (come la Polonia), stanno rapidamente sorpassando quella che una volta era considerata l'Europa sviluppata. Non potersi permettere un telefono o un pasto a base di carne per tre giorni alla settimana non è affatto divertente. Ma, grazie all'euro, è questo il destino di milioni di europei — ed esso non cambierà finché la moneta unica non verrà smantellata.

Fonte:https://it.sputniknews.com/punti_di_vista/201610273549371-eurozona-impoverisce-popoli/

venerdì 5 agosto 2016

IL PRESIDENTE RUSSO STA PER CANCELLARE I PAGAMENTI IN DOLLARI E EURO TRA I MEMBRI DELLA COMUNITA' DEGLI STATI INDIPENDENTI


Sul sito del presidente russo Vladimir Putin è apparso il testo della nuova iniziativa legislativa.
Secondo il progetto di legge sul territorio della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), sarà istituito un meccanismo, permettendo ai membri del sindacato di abbandonare il dollaro e l'euro.
Come risultato dell'iniziativa dei mercati valutari il presidente russo e i suoi alleati avranno un ulteriore incentivo allo sviluppo.
Di conseguenza, la moneta nazionale non sarà più coinvolto nelle transazioni interbancarie, che porterà ad un aumento della liquidità nei mercati internazionali.
Tali misure creeranno le condizioni per il massimo sviluppo dei mercati delle valute nazionali, che promuove gli investimenti e la cooperazione commerciale ed economica tra i paesi della CSI, che aumenterà la stabilità finanziaria della regione.
Questo dovrebbe ridurre il volume del finanziamento dell'economia statunitense, che è dovuto al sostegno del dollaro, attraverso l'uso della moneta nei pagamenti internazionali.
Vale la pena notare che alla fine questo porterà ad una diminuzione del sostegno per la stabilità del dollaro e la sua effettiva disponibilità e, di conseguenza, una diminuzione del livello di liquidità della valuta statunitense.

Fonte:http://newinform.com/20849-zapad-v-aute-putin-ubivaet-dollar-i-evro

martedì 12 maggio 2015

"L'EURO E' IL SIMBOLO DELLA SUDDITANZA POLITICO-CULTURALE CON GLI STATI UNITI"

"Un bell'aggancio valutario euro-dollaro e il TTIP trasformerebbero gli Stati europei nei PIIGS dell'Unione transatlantica (il paese in deficit estero)"





Vi dicono (dal Pd e giornali servili principalmente) che l'euro sarebbe il momento più significativo di costruzione dell'identità "europea", nonché uno strumento essenziale per competere ad armi pari non solo con la Cina ma anche con gli Stati Uniti. Questo è ciò che si vuole imprimere nell'immaginario collettivo da coloro che continuano a voler difendere l'indifendibile, vale a dire un'unione monetaria fallita e fallimentare che ha sulla coscienza povertà diffusa, disoccupazione di massa e la perdita progressiva di diritti sociali acquisiti negli anni nel contienente.
Ebbene, scrive Alberto Bagnai sul suo blog Goofynomics in uno dei suoi ultimi articoli, l'argomento secondo cui “gli Stati Uniti ci invidierebbero l'euro, e per questo motivo tanti studiosi statunitensi lo criticherebbero, ha il valore degli studiosi che l'hanno proposto (quasi zero)”. Dopo la Seconda guerra mondiale, prosegue l'economista, l'Europa continentale era una tabula rasa, “semplicemente non c'era più, lacerata da guerre civili combattute prima, durante e in parte anche dopo il conflitto mondiale”. In questo contesto a dettare le regole furono i vincitori (gli Usa) che avevano a cuore alcune priorità:  “ricostruire un mercato mondiale per quei beni che solo lui aveva ormai la capacità di produrre, e garantirsi un baluardo contro un sistema, quello sovietico, che, nel bene e nel male, si poneva come antagonista al suo modello di capitalismo. L'Europa, da ricostruire col piano Marshall, e da mantenere coesa col Movimento federalista europeo, risolveva entrambi questi problemi. E infatti gli Stati Uniti finanziarono l'uno e l'altro. Sapete, probabilmente, del piano Marshall, ma magari non sapete che il movimento federalista europeo era finanziato da una speciale "agenzia" del governo statunitense (prima di essere finanziato dalla Commissione)”.
Questo ha comportato un passaggio storico molto semplice: "essere americani, non europei". “Per capirlo meglio, considerate l'altro caposaldo del populismo europeista, quello secondo cui "L'Europa ci avrebbe dato la pace". Un'affermazione che si sbriciola di fronte all'evidenza del fatto che la pace sono state la basi NATO a darcela: l'Europa è, dalla Seconda guerra mondiale in poi, una allegra brigata di paesi sconfitti e militarmente occupati. Meglio questo della guerra, siamo d'accordo. Ma è questo, non è un'altra cosa”.
La costituzione economica europa, tutta articolata sul concetto di stabilità dei prezzi, viene fatta risalire al sacro orrore dei tedeschi per l'inflazione di Weimar che avrebbe portato al nazismo. Ma questo, si sa, è un falso storico (peraltro, costruito a tavolino dalla Bundesbank): al nazismo ci portò, e ci sta riportando, la deflazione, e ormai questa cosa, che raccontavo nel Tramonto dell'euro (quando già non era originale), dovrebbe essere di dominio pubblico. Senza disconoscere le radici europee dell'ordoliberismo (a proposito, vi saluta Lars Feld), va però chiarito che anche l'apparato ideologico di Maastricht è prima facie del tutto statunitense: l'impiego di regole fisse (monetarie e fiscali) è infatti il cavallo di battaglia del monetarismo statunitense anni '70 (Milton Friedman, per capirci), ed è a causa dell'egemonia culturale e geopolitica di quel monetarismo che fu relativamente facile far recepire l'approccio "regole fisse" in un progetto che però voleva qualificarsi come europeo. Peraltro, il dibattito fra regole fisse e regole flessibili all'inizio degli anni '80 oppose economisti statunitensi (come Barro, per capirci) a economisti europei (come Buiter). Le regole flessibili sono europee: le regole fisse sono yankee. Il Trattato di Maastricht è il momento più infimo di sudditanza culturale dell'Europa alla sua ex colonia (roba che in confronto il MacDonald a piazza di Spagna è le cinque giornate di Milano...).
[...]
L'euro è precisamente il segno della nostra sudditanza culturale e politica agli Stati Uniti: uno strumento costruito con logica statunitense per difendere interessi statunitensi di carattere economico e geopolitico. Sì, perché, come spiego ne l'Italia può farcela, in un mondo che si sta de-dollarizzando, e dove quindi il potere di signoraggio degli Stati Uniti ("stampo e compro") è progressivamente eroso, gli Stati Uniti intuiscono che non potranno continuare ad essere "l'acquirente mondiale di ultima istanza" (o, il che è lo stesso, a finanziare un deficit estero strutturale stampando dollari), e quindi, esattamente come dopo la Seconda guerra mondiale, noi europei gli serviamo come mercato di sbocco. Un bell'aggancio valutario euro-dollaro e il TTIP trasformerebbero gli Stati europei nei PIIGS dell'Unione transatlantica (il paese in deficit estero), con grande soddisfazione degli Stati Uniti, che di questa unione diventerebbero la Germania (il paese in surplus estero)! Saremmo noi a comprare, con un eurollaro sopravvalutato, la merce Usa, aiutando la nostra ex-colonia a correggere il proprio deficit estero, esattamente come, grazie all'euro, abbiamo aiutato "il malato d'Europa" (come abbiamo visto più volte). Inutile notare che gli Stati Uniti hanno, come la cronaca dimostra, strumenti di controllo sociale molto più efficaci dei nostri, e che qualora volessero, come la Germania, ad aggancio valutario effettuato, effettuare una sleale svalutazione competitiva dei propri salari, saprebbero come gestire il malcontento in casa propria! 

[...]
La questione economica è più complessa. Avrete visto, credo, segni di scetticismo sempre più diffusi provenire da ambienti vicini alla finanza statunitense (da Michael Pettis a Patrick Chovanec a tanti altri). Lasciate perdere che questi argomenti per noi sono standard: per loro no (più precisamente: lo sono in ambito accademico, ma non in ambito operativo). Accompagnando a Pescara Philippe Weil, quest'ultimo mi faceva notare come si stia diffondendo negli ambienti che contano l'idea che quella dei Bund sia una bolla speculando contro la quale ci si mette in banca per il resto della propria esistenza: lo ha detto Bill Gross, che a quanto pare è uno che se ne intende. Il problema è il timing. Io l'ho detto troppo presto (e quindi ho sbagliato, è uno dei miei errori). Tuttavia, vi assicuro, a Wall Street l'idea che il sistema sia disfunzionale, il che lo rende potenziale fonte di grosse perdite per molti (e di grossissimi guadagni per pochi) si sta piano piano diffondendo. Il problema è solo capire quando i pochi che hanno i mezzi per guadagnare molto decideranno di passare all'attacco (come fece Soros nel 1992).
Insomma, e per concludere, nonostante in questo periodo la stanchezza mi induca al pessimismo, mi sento istintivamente vicino al commento di un altro lettore (non riesco a trovare il suo tweet, se ha interesse si dichiari lui): il fatto che gli Stati Uniti sentano il bisogno di ribadire così apertamente l'ovvio, ovvero che l'euro è cosa loro e che qui comandano loro, paradossalmente apre a qualche speranza. Le minacce sono sempre armi del minacciato, anche e soprattutto quando il minacciato è, in linea di principio, così potente da poterne tranquillamente fare a meno.


Fonte:http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=6&pg=11551

domenica 16 marzo 2014

SPAGNA: PEGGIORA IL DEBITO PUBBLICO


Il debito pubblico in Spagna ha segnato un nuovo record nel quarto trimestre del 2013, attestandosi a 960,640 miliardi, pari al 93,9% del Pil, con un incremento dello 0,6% rispetto al trimestre precedente. Secondo i dati diffusi oggi dalla Banca di Spagna, il debito pubblico è inferiore alle previsioni macroeconomiche del governo, pari al 94,2% del Pil.
Rispetto allo stesso trimestre del 2012, il debito registra un incremento dell’8,6%. Dall’inizio della crisi è passato dal 40% del Pil nel 2008 al 93,9% nel 2013.(ANSAmed).

Fonte:http://www.imolaoggi.it/2014/03/15/spagna-sempre-peggio-nuovo-record-debito-pil-a-fine-2013-al-939/

mercoledì 12 marzo 2014

''L'EUROPA DELL'EURO E' IN DEFLAZIONE: TRAVOLTE SPAGNA, PORTOGALLO E ITALIA SE LA BCE NON AGISCE. ADESSO'' (THE TELEGRAPH)


Evans Pritchard - autorevole editorialista del quotidiano Telegraph di Londra - dà la notizia che il più importante centro di ricerca economica (e di potere) della Germania, il D.I.W., ha sconfessato apertamente Mario Draghi: la Zona Euro è in deflazione e la deflazione è un pericolo mortale per l'Europa dell'euro, ha scritto. Con questo radicale cambiamento di posizione, una parte dell'elite finanziaria tedesca chiede - anzi, indica - alla BCE di attuare quanto prima una politica identica a quella dell'americana FED, e cioè l'acquisto di 60 miliardi di euro al mese di titoli di stato dei paesi periferici dell'euro. Ma... Leggiamo: "Il capo dell'Istituto tedesco per la Ricerca Economica chiede 60 miliardi di € di acquisti di bond al mese per arrestare la contrazione del credito e scongiurare la trappola in stile giapponese. Un alto organismo tedesco richiede un vero e proprio Quantitative Easing alla BCE per scongiurare la spirale deflattiva, segnando un cambiamento radicale nelle linee di pensiero delle élite tedesche. “E’ tempo che la BCE agisca. Altrimenti l’Europa rischia di cadere in una pericolosa spirale discendente dei prezzi e di domanda in declino”, ha scritto sul Die Welt. Marcel Fratzscher, il capo dell’Istituto Tedesco per la Ricerca Economica (DIW) a Berlino, ha chiesto 60 miliardi di euro di acquisti mensili di bond per fermare la contrazione del credito e scongiurare una trappola in stile giapponese. “La BCE deve contrastare il rischio deflattivo velocemente e in maniera decisa, e lanciare un programma esteso di acquisto di bond simile a quanto fatto dalla Federal Reserve,” ha dichiarato. La scala dovrebbe essere dello 0,7% del debito pubblico dell’eurozona al mese, qualcosa di simile al ‘Q3’ degli Stati Uniti. L’appello è arrivato dopo che, la scorsa settimana, la BCE si è rifiutata di agire nonostante la contrazione dell’aggregato monetario M3 negli ultimi 8 mesi e il calo dell’inflazione allo 0,8%. La linea della BCE, dettata dai “falchi”, ha spinto il cambio euro/dollaro a 1,39, serrando ancor più la morsa della deflazione. Il Fondo Monetario Internazionale ha avvertito che il rischio di deflazione in Europa potrebbe ormai essere del 20%, ossia la regione è ormai vulnerabile ad uno shock esterno. Il signor Fratzscher ha detto che la BCE dovrebbe comprare i titoli pubblici di tutti gli stati dell’eurozona – inclusi i bund tedeschi – in maniera proporzionale, per risollevare l’intera regione. Il DIW è uno dei 5 istituti tedeschi con un ruolo consultivo ufficiale, ed è una voce importante del mondo degli affari tedesco. La richiesta di un’azione drastica suggerisce che il paese potrebbe essere più disponibile a considerare una strategia di reflazione di quanto si immagini, e fa pressione sui membri tedeschi del board della BCE perché moderino la loro veemente opposizione a qualsiasi forma di QE. Il DIW ha detto che una deflazione nell’eurozona sta diventando “sempre più probabile”, rendendo ancor più difficile per Italia, Spagna e Portogallo recuperare la competitività perduta rispetto al nord Europa. Questi paesi devono portare avanti delle svalutazioni interne con profondi tagli sui prezzi e sui salari. Ma questa strategia manda fuori controllo la traiettoria del debito e aumenta il rischio di una trappola dell'interesse composto. “I prezzi in calo aumentano i tassi di interesse reali per le famiglie e le imprese, che a loro volta aumentano il peso dei debiti e la necessità di una loro ristrutturazione,” ha dichiarato il signor Fratzscher. “Il risultato potrebbe essere un circolo vizioso che diventerebbe ancor più difficile da arrestare per la BCE. L’esperienza giapponese degli ultimi 20 anni mostra come sia doloroso uno scenario del genere.” Il DIW in pratica si unisce a un coro di economisti in Europa e negli USA i quali ammoniscono che la lenta deriva verso la deflazione sta generando una seconda crisi dei debiti sovrani, potenzialmente peggiore della precedente, una volta che la prossima recessione comincia a colpire. Il presidente della BCE Mario Draghi ha cercato di minimizzare i rischi di deflazione, sostenendo che la situazione è totalmente differente da quella del Giappone alla fine degli anni ’90 e che la ripresa sta accelerando. In ogni caso le sue mani sono legate dalla Corte Costituzionale Tedesca, che il mese scorso ha sentenziato che il piano di salvataggio della BCE per Italia e Spagna (OMT) oltrepassa il mandato della BCE e viola i trattati dell’UE che impediscono la “monetizzazione” dei bilanci pubblici. La sentenza non affronta la questione del QE, ma è stata considerata da tutti come un avvertimento. L’Istituto ha detto che l’OMT non dovrebbe essere confuso con un acquisto di bond in stile FED, che è uno strumento monetario puro e non un salvataggio di specifici paesi in difficoltà. Ha inoltre avvertito che la paralisi politica alla fine potrebbe provocare più danni alla credibilità della BCE di una decisione rischiosa con delle misure di emergenza. Resta da vedere se il cambiamento di posizione del DIW riflette le correnti tedesche più profonde. Stampare moneta continua ad essere visto come il tabù economico per eccellenza dalla maggioranza del paese. In Febbraio la rivista Spiegel ha detto che la sentenza della corte costituzionale “non era altro che la resa dei conti finale sulla gestione della crisi perseguita dalla BCE” che pone limiti stringenti alla strategia per affrontare la crisi. “Nel peggiore dei casi, la Corte potrebbe proibire a Berlino di contribuire agli sforzi per salvare l’euro o perfino costringere la Germania ad abbandonare del tutto l'area monetaria“, ha detto. 


Fonte:http://www.ilnord.it/c-2654_LEUROPA_DELLEURO_E_IN_DEFLAZIONE_TRAVOLTE_SPAGNA_PORTOGALLO_E_ITALIA_SE_LA_BCE_NON_AGISCE_ADESSO_THE_TELEGRAPH

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TEMPESTA GLOBALE,ART BELL,WHITLEY STRIEBER;LA PROSSIMA ERA GLACIALE,ROBERT W.FELIX;ARCHEOLOGIA PROIBITA,STORIA SEGRETA DELLA RAZZA UMANA,MICHAEL A.CREMO,RICHARD L. THOMPSON;MONDI IN COLLISIONE,IMMANUEL VELIKOVKY;LE CICATRICI DELLA TERRA,IMMANUEL VELIKOVSKY;HO SCOPERTO LA VERA ATLANTIDE,MARCO BULLONI;GLI EREDI DI ATLANTIDE,RAND FLEM ATH;IL PIANETA DEGLI DEI,ZACHARIA SITCHIN;IMPRONTE DEGLI DEI,GRAHAM HANCOCK;LA FINE DI ATLANTIDE,RAND FLEM ATH;I MAYA E IL 2012,SABRINA MUGNOS;LA VENDETTA DEI FARAONI,NAUD YVES,L'EGITTO DEI FARAONI,NAUD YVES;LA STORIA PROIBITA,J.DOUGLAS KENYON;SOPRAVVIVERE AL 2012,PATRICK GERYL;STATO DI PAURA,MICHAEL CHRICHTON;APOCALISSE 2012,JOSEPH LAWRENCE;I SERVIZI SEGRETI DEL VATICANO,DAVID ALVAREZ;GENGIS KHAN E L'IMPERO DEI MONGOLI,MICHAEL GIBSON;SCOPERTE ARCHEOLOGICHE NON AUTORIZZATE,MARCO PIZZUTI;UNA SCOMODA VERITA',AL GORE;ECC..
(NON TUTTI GLI ARGOMENTI O TALVOLTA I LIBRI STESSI SONO DA ME CONDIVISI)

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