ATTUALE CONFIGURAZIONE PLANETARIA DEL SISTEMA SOLARE


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mercoledì 10 febbraio 2016

L'EUROPA SENZA L'EURO SCAVALCA I PAESI DELLA MONETA UNICA


Se l’euro non fosse stato adottato, la crisi sarebbe da tempo alle nostre spalle. Lo sostiene l’insigne economista danese Lars Christensen, che sostiene che la crisi greca non riguarda la Grecia, ma è il sintomo di un problema più grande, cioè l’euro stesso. Se non fosse stato per la moneta della Bce, «non saremmo stati obbligati ad affrontare massicci salvataggi di Stati, non ci saremmo trovati con sette anni di recessione nell’Eurozona e la disoccupazionesarebbe stata molto più bassa». Tutto questo sarebbe avvenuto «se in Europa avessimo avuto un tasso di cambio flessibile invece di quello che potremmo chiamare il Meccanismo di Strangolamento Monetario (Mms)». Fortunatamente, non tutti i paesi europei sono entrati nell’euro: «L’andamento economico dei paesi che non sono entrati potrebbe darci qualche suggerimento su come le cose avrebbero potuto andare se l’euro non fosse mai stato introdotto». Per questo, Christensen ha esaminato i risultati della crescita nei paesi dell’area euro e in quelli che in Europa hanno avuto tassi di cambio flessibili (o quasi flessibili), per mettere a confronto paesi “agganciati” con paesi “flessibili”. Inutile dire che la differenza è impressionante: chi è fuori dall’euro se la cava, gli altri hanno un Pil inferiore a quello che avevano nel 2007.

Nel campione, Christensen ha incluso gli Stati dell’Eurozona con tassi di cambio fissi nei confronti dell’euro (Bulgaria e Danimarca) e i paesi Ue con tassi di cambio variabile (Regno Unito, Svezia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Romania). Lars ChristensenInoltre, ha incluso la Svizzera e allo stesso modo i paesi dell’Area economica europea (Eea), cioè Norvegia e Islanda (tutti con tassi di cambio flessibile). Infine, ha incluso la Turchia, che confina con la Grecia, e che ha anche lei un tasso di cambio flessibile. In tutto, spiega Christensen in un’analisi su “The Market Monetarist” ripresa da “Voci dall’Estero”, sono 31 paesi europei, tutti molto diversi tra loro. Alcuni hanno un sistema politico poco funzionale e lottano con la corruzione (per esempio Romania o Turchia), mentre altri normalmente sono considerati economie relativamente efficienti, con un mercato del lavoro e un mercato interno che funzionano bene, conti con l’estero in attivo e finanze pubbliche solide, come Danimarca, Finlandia e Olanda. Il risultato lascia sgomenti: dei 21 paesi nell’euro(inclusi i due con ancoramento del cambio) quasi la metà (10) oggi ha un livello di Pil reale più basso che nel 2007, mentre tutti quelli col cambio flessibile oggi hanno un prodotto interno lordo maggiore di quello di 9 anni fa.

Stanno meglio perfino l’Islanda, «che ha avuto una grave crisi bancaria nel 2008», e l’Ungheria, «da sempre politicamente disfunzionale e con un debito alto». Entrambi i paesi (con tasso di cambio rimasto flessibile) sono cresciuti in misura maggiore dei paesi nell’euro e di quelli agganciati all’euro. Islanda e Ungheria, infatti, pur essendo «quelli con la crescita più lenta nel gruppo dei tassi di cambio flessibili», di fatto «sono cresciuti più di Olanda, Danimarca e Finlandia – paesi che sono sempre stati considerati un esempio di grande volontà nel realizzare le riforme, con strategie ultraprudenti, bilancia dei pagamenti salda e finanze pubbliche in piena salute». Se si osserva la media dei tassi di crescita del Pil reale tra il 2007 e il 2015, iL'Islanda contro le banche, oggi cresce“flessibili” hanno significativamente superato in crescita i paesi nell’euro di un “fattore 5”, cioè un 7.9% contro l’1.5%. «Anche se escludiamo dal campione i tre paesi flessibili cresciuti più velocemente (Turchia, Romania e Polonia) i flessibili comunque superano largamente i paesi nell’euro (6.5% contro 1.5%)».

Conclusione: si scrive euro, ma si legge “spazzatura”. «Non ci possono essere dubbi: l’importante vantaggio nella crescita dei paesi con tasso di cambio flessibile rispetto a quelli nell’euro non è una coincidenza», sottolinea l’economista danese, specializzato in dinamiche internazionali, mercati emergenti e politiche monetarie, forte anche della ventennale esperienza all’Adam Smith Institute di Londra. Secondo Christensen, «l’euro è stato un Meccanismo di Strangolamento Monetario: e se non lo avessimo avuto, la crisi in Europa sarebbe stata superata da molto tempo», come in effetti è stato per la maggior parte dei “flessibili”. «Possiamo discutere sul perché l’euro è stato una simile macchina per uccidere la crescita, ma non c’è dubbio che la crisi in Europa oggi è stata causata dall’euro in sé e non da errori di gestione nelle singole economie».Se l’euro non fosse stato adottato, la crisi sarebbe da tempo alle nostre spalle. Lo sostiene l’insigne economista danese Lars Christensen, che sostiene che la crisi greca non riguarda la Grecia, ma è il sintomo di un problema più grande, cioè l’euro stesso. Se non fosse stato per la moneta della Bce, «non saremmo stati obbligati ad affrontare massicci salvataggi di Stati, non ci saremmo trovati con sette anni di recessione nell’Eurozona e la disoccupazione sarebbe stata molto più bassa». Tutto questo sarebbe avvenuto «se in Europa avessimo avuto un tasso di cambio flessibile invece di quello che potremmo chiamare il Meccanismo di Strangolamento Monetario (Mms)». Fortunatamente, non tutti i paesi europei sono entrati nell’euro: «L’andamento economico dei paesi che non sono entrati potrebbe darci qualche suggerimento su come le cose avrebbero potuto andare se l’euro non fosse mai stato introdotto». Per questo, Christensen ha esaminato i risultati della crescita nei paesi dell’area euro e in quelli che in Europa hanno avuto tassi di cambio flessibili (o quasi flessibili), per mettere a confronto paesi “agganciati” con paesi “flessibili”. Inutile dire che la differenza è impressionante: chi è fuori dall’euro se la cava, gli altri hanno un Pil inferiore a quello che avevano nel 2007.

Nel campione, Christensen ha incluso gli Stati dell’Eurozona con tassi di cambio fissi nei confronti dell’euro (Bulgaria e Danimarca) e i paesi Ue con tassi di cambio variabile (Regno Unito, Svezia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Romania). Inoltre, ha incluso la Svizzera e allo stesso modo i paesi dell’Area economica europea (Eea), cioè Norvegia e Islanda (tutti con tassi di cambio flessibile). Infine, ha incluso la Turchia, che confina con la Grecia, e che ha anche lei un tasso di cambio flessibile. In tutto, spiega Christensen in un’analisi su “The Market Monetarist” ripresa da “Voci dall’Estero”, sono 31 paesi europei, tutti molto diversi tra loro. Alcuni hanno un sistema politico poco funzionale e lottano con la corruzione (per esempio Romania o Turchia), mentre altri normalmente sono considerati economie relativamente efficienti, con un mercato del lavoro e un mercato interno che funzionano bene, conti con l’estero in attivo e finanze pubbliche solide, come Danimarca, Finlandia e Olanda. Il risultato lascia sgomenti: dei 21 paesi nell’euro (inclusi i due con ancoramento del cambio) quasi la metà (10) oggi ha un livello di Pil reale più basso che nel 2007, mentre tutti quelli col cambio flessibile oggi hanno un prodotto interno lordo maggiore di quello di 9 anni fa.

Stanno meglio perfino l’Islanda, «che ha avuto una grave crisi bancaria nel 2008», e l’Ungheria, «da sempre politicamente disfunzionale e con un debito alto». Entrambi i paesi (con tasso di cambio rimasto flessibile) sono cresciuti in misura maggiore dei paesi nell’euro e di quelli agganciati all’euro. Islanda e Ungheria, infatti, pur essendo «quelli con la crescita più lenta nel gruppo dei tassi di cambio flessibili», di fatto «sono cresciuti più di Olanda, Danimarca e Finlandia – paesi che sono sempre stati considerati un esempio di grande volontà nel realizzare le riforme, con strategie ultraprudenti, bilancia dei pagamenti salda e finanze pubbliche in piena salute». Se si osserva la media dei tassi di crescita del Pil reale tra il 2007 e il 2015, i “flessibili” hanno significativamente superato in crescita i paesi nell’euro di un “fattore 5”, cioè un 7.9% contro l’1.5%. «Anche se escludiamo dal campione i tre paesi flessibili cresciuti più velocemente (Turchia, Romania e Polonia) i flessibili comunque superano largamente i paesi nell’euro(6.5% contro 1.5%)».

Conclusione: si scrive euro, ma si legge “spazzatura”. «Non ci possono essere dubbi: l’importante vantaggio nella crescita dei paesi con tasso di cambio flessibile rispetto a quelli nell’euro non è una coincidenza», sottolinea l’economista danese, specializzato in dinamiche internazionali, mercati emergenti e politiche monetarie, forte anche della ventennale esperienza all’Adam Smith Institute di Londra. Secondo Christensen, «l’euro è stato un Meccanismo di Strangolamento Monetario: e se non lo avessimo avuto, la crisi in Europa sarebbe stata superata da molto tempo», come in effetti è stato per la maggior parte dei “flessibili”. «Possiamo discutere sul perché l’euro è stato una simile macchina per uccidere la crescita, ma non c’è dubbio che la crisi in Europa oggi è stata causata dall’euro in sé e non da errori di gestione nelle singole economie».


Fonte:http://www.stopeuro.org/crescita-leuropa-senza-euro-surclassa-i-paesi-della-bce/

lunedì 30 novembre 2015

FINLANDIA: I PROGRESSISTI CONTRO L'EURO POTREBBERO VINCERE


Il prossimo anno la Finlandia potrebbe essere il primo Stato i cui cittadini voteranno la permanenza o meno del paese nell'euro. Nelle scorse settimane, infatti, piu' di 50 mila cittadini finlandesi si sono dette favorevoli a un referendum di iniziativa popolare in merito a questa delicatissima questione, mettendo cosi' in azione gli ingranaggi legislativi. Al dibattito sul futuro della Grecia (Grexit) e su quello della Gran Bretagna (Brexit), si aggiunge quindi la questione ''Fixit''. Quella tra Finlandia ed euro, scrive il ''Frankfurter Allgemeine Zeitung'', e' una storia particolare. Il Paese ha aderito all'Unione Europea nel 1995, dal 1999 ha preso parte al gruppo degli eurostati e nei primi anni dell'unione monetaria è andato tutto bene, poi è arrivata la crisi del 2008 e con essa il tracollo della Finlandia: Nokia venduta, settori produttivi, come quello della carta, devastati, e l'arrivo sulla scena politica dalla scorsa primavera dei ''Veri Finlandesi'' che fanno parte del governo di centro-destra di Helsinki hanno cambiato tutto, scrive al Faz. L'iniziativa popolare che prospetta un referendum sull'euro e sul ritorno al marco finlandese è promossa da Paavo Vayrynen del Partito di Centro agrario, vicinissimo al premier in carica, Juha Sipila. Questo dice tutto, su cosa accadrà.

Fonte:http://www.ilnord.it/i-2421_FINLANDIANO_EURO_VINCERANNO

mercoledì 18 novembre 2015

IN FINLANDIA SI PREPARA IL REFERENDUM PER USCIRE DALL'EURO


LONDRA - Il 2016 potrebbe essere un anno particolarmente interessante, visto che la Finlandia potrebbe uscire dall'eurozona.
Infatti, proprio in questi giorni 50mila cittadini finlandesi hanno sottoscritto un referendum per chiedere se rimanere o no nell'euro e il parlamento finlandese dovra' discutere l'anno prossimo, tra febbraio e marzo, questa iniziativa di legge popolare.
Anche se non e' chiaro se l'approvera', in realtà sarebbe la prima volta in cui un referendum popolare richiesto - come in questo caso - a termini di legge, viene bocciato. E già molti commentatori hanno detto che non accadrà. Il referendum si farà.
Al momento i sondaggi in Finlandia dicono che il 64% dei cittadini vorrebbe rimanere nell'euro, ma cresce molto rapidamente il numero di coloro che vogliono uscirne. Basti pensare che a gennaio i favorevoli alla valuta unica europea erano il 69% e un anno fa sarebbe stato addirittura impossibile perfino raggiungere le 50mila firme referendarie, mentre ora sono state raccolte in brevissimo tempo perche' molti finlandesi adesso credono che solo cosi' si possa rilanciare l'economia del Paese.
Infatti, ad alimentare questo forte euroscetticismo montante c'e' il dato incontrovertibile per il quale dal 2008 ad oggi la "cugina" Svezia - che e' fuori dall'euro - e' cresciuta dell'8% mentre l'economia finlandese si e' contratta del 6% e da tre anni e' in recessione e visto che non si possono chiedere altri sacrifici ai cittadini o abbassare gli stipendi come in Grecia perchè scoppierebbe una vera rivolta popolare, sempre più gente pensa che l'unica soluzione sia riavere la valuta nazionale e svalutarla.
Un recente rapporto di un centro studi finlandese ha calcolato che uscire dall'eurozona costerebbe 20 miliardi di euro, ma tali costi verrebbero subito recuperati dall'export e comunque il rilancio dell'economia farebbe avere dei guadagni nel medio termine dei 5 anni.
D'altra parte, dopo ben 7 anni di arretramento, con un drammatico calo del Pil del 6%, l'idea che fra 5 anni senza più l'euro ci sarà una forte crescita economica non solo non spaventa più nessuno in Finlandia, ma anzi fa proselitismo per l'uscita dall'eurozona.
Sara' interessante vedere come andra' a finire, ma quel che e' certo e' che in Italia un dibattito di questo tipo non sarebbe mai tollerato dal nostro governo, tant'e' che ogni proposta di referendum in materia e' stata censurata dalla stampa di regime, come pure e' stata censurata questa notizia che vi sfidiamo a trovare pubblicata su altri giornali, lasciando pur perdere "l'informazione" televisiva italiana che è degna solo della Bulgaria del Patto di Varsavia.
Per ora possiamo solo sperare che questo referendum avra' successo, perche' questo scatenerebbe un effetto domino che distruggerebbe la zona euro e cambierebbe il corso della storia.

Fonte:http://www.ilnord.it/c-4557_IN_FINLANDIA_SI_PREPARA_IL_REFERENDUM_PER_USCIRE_DALLEURO_POTREBBE_ESSERE_INDETTO_GIA_NELLA_PRIMAVERA_DEL_2016

mercoledì 26 agosto 2015

AUSTRIA: IL PARTITO PROGRESSISTA "FPO" IN TESTA A OGNI SONDAGGIO, ELEZIONI 11 OTTOBRE


LONDRA - Probabilmente sono in pochi a sapere che il prossimo 11 ottobre, a Vienna, si terranno le elezioni municipali, ma questa tornata elettorale e' molto più importante della semplice elezione di un sindaco, visto che secondo i sondaggi il Partito Della Libertà Austriaco (FPO) si trova in vantaggio nelle previsioni di voto. E la vittoria a Vienna darebbe il colpo di grazia al governo in carica, aprendo le porte a un radicale ricambio al vertice delle istituzioni nazionali austriache.
Il leader di questo forte movimento euroscettico austriaco FPO, Heinz-Christian Strache, ha guadagnato molti consensi negli ultimi anni proprio grazie al suo pragmatico programma politico contro i diktat dei signori di Bruxelles e contro l’immigrazione massiccia che rischia di sconvolgere gli equilibri demografici del paese, come avviene del resto in tutte le nazioni del vecchio continente e contro l’accettazione di qualunque sensibilità multiculturale, sino ad affermare che in Austria ci vorrebbero più case per gli austriaci e meno moschee. Anzi, nessuna moschea.
La popolarità del FPO viene confermata dagli ascolti che alcune sere fa ha fatto registrare in una trasmissione proprio con il leader di questo movimento, abbattendo i record e guadagnandosi tre posizioni nella top ten dei personaggi politici del vicino paese alpino.
D'altra parte, la sterzata a destra dell'elettorato, generalizzata a livello europeo, è la risposta più ovvia a decenni di governi di centro sinistra e centro destra gli uni fotocopie degli altri, che in pratica portano avanti lo stesso programma politico senza interessarsi ai reali bisogni dei cittadini.
Inoltre, in Austria è stata lanciata una raccolta firme per indire un referendum a proposito della permanenza del paese nella “Disunione Europea” come viene definita sarcasticamente la Ue in Austria, e dopo la sottoscrizione di più di 260.000 cittadini, ora il parlamento di Vienna dovrà espirmersi sulla questione.
Ovviamente nessun mezzo di informazione ha riportato in Italia queste notizie perche' la nostra classe politica al potere non vuole che il popolo prenda coscienza del fatto che in tutta Europa il rifiuto della Ue continua a salire. L'ondata euroscettica e' oramai impossibile da fermare e presto o tardi travolgera' anche l'Italia.


GIUSEPPE DE SANTIS - Londra


Fonte:http://www.ilnord.it/c-4380_A_OTTOBRE_ELEZIONI_A_VIENNA_IN_TESTA_A_TUTTI_I_SONDAGGI_LFPO_DI_STRACHE_NO_EURO_NO_UE_NO_ISLAM_SE_VINCE_UE_ADDIO

lunedì 27 luglio 2015

RICHIESTA DI REFERENDUM IN FINLANDIA - PER USCIRE DALL'EURO: TRAVOLGENTE RACCOLTA FIRME, SARA' FATTO IN PRIMAVERA 2016


LONDRA - Dopo l'Austria un altro paese potrebbe dare il colpo di grazia all'Unione Europea.
Proprio in questi giorni, infatti, in Finlandia e' iniziata una raccolta di firme per un referendum sull'uscita dell'euro e tale proposta e' stata ben accolta dai finlandesi visto che in pochissimi giorni sono state raccolte 26mila firme.
Per convertirla in disegno di legge pero' questa iniziativa necessita di almeno 50mila firme in sei mesi e dopo dovra' essere discussa dal parlamento e l'obbiettivo potrebbe essere raggiunto già a fine luglio, anzichè a fine dicembre.
Finora in Finlandia c'è stato solo un precedente di legislazione popolare legge ed e' la sul matrimonio ugualitario.
La nuova iniziativa è stata lanciata da Paavo Väyrynen, ex ministro degli Esteri del paese e oggi deputato del Partito di Centro finlandese. La sua proposta è stata pubblicata sul sito delle iniziative civiche (kansalaisaloite.fi), creato con il contributo del Ministero della Giustizia della Finlandia.
Secondo Paavo Väyrynen, l'adesione all'euro ha avuto per Finlandia conseguenze più gravi che per altri Stati. La partecipazione all'eurozona ha portato soltanto a gravi danni economici, disoccupazione e seri problemi nel settore pubblico. A sostegno della sua tesi il politico cita uno studio, effettuato dal professor Vesa Kanniainen dell'Università di Helsinki.
Sul suo blog Väyrynen ha scritto che i finlandesi devono seguire l'esempio di altri paesi dell'Europa del Nord, che non hanno rinunciato alla loro moneta nazionale e quindi possono essere più flessibili nella loro politica fiscale, ma allo stesso tempo sono integrati bene nell'Unione Europea. Per Väyrynen l'economia della Svezia si sviluppa meglio di quella finlandese, pertanto la Finlandia ha fatto un errore, votando per euro.
"Il popolo della Finlandia deve avere la possiblità di scegliere se restare nell'eurozona o seguire l'esempio degli altri paesi dell'Europa settentrionale, cominciando a usare una nostra moneta in parallelo con l'euro", sottolinea Paavo Väyrynen.
Questa iniziativa popolare potrebbe portare a forti cambiamenti nella UE e quindi non e' un caso che la stampa di regime abbia censurato questa storia, che viceversa ha trovato ampio spazio nella stampa del nord Europa.
Le probabilità che effettivamente la Finlandia lasci l'euro, sulla base del riscontro di massa alla richiesta di referendum, sono molto alte. Il referendum potrebbe essere tenuto già entro i primi mesi del 2016, esattamente in concomitanza, tra l'altro, col possibile voto referendario britannico di uscita dalla Ue, che sulla base delle pessime risposte ottenute da Cameron in sede europea alle richieste di ulteriore autonomia e indipendenza dalle stupide direttive comuntarie, potrebbe essere anticipato, appunto, alla primavera del 2016 invece del 2017 come già stabilito.
La Ue e l'euro, quindi, hanno davanti due baratri, uno in fila all'altro.

GIUSEPPE DE SANTIS - Londra.

Fonte:http://www.ilnord.it/c-4349_RICHIESTA_DI_REFERENDUM__IN_FINLANDIA__PER_USCIRE_DALLEURO_TRAVOLGENTE_RACCOLTA_FIRME_SARA_FATTO_IN_PRIMAVERA_2016

INGHILTERRA: IL VOTO PER USCIRE DALL'UNIONE EUROPEA SI TERRA' A GIUGNO 2016


Il governo conservatore di David Cameron accelera verso il referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell'Ue, convinto di poter spuntare qualche concessione di sostanza da Bruxelles dopo l'epilogo del caso greco. E deciso al contempo a evitare incroci pericolosi con le prossime elezioni in Germania e Francia: appuntamenti che potrebbero spingere Parigi, ma soprattutto Berlino, a irrigidirsi nei negoziati sulle riforme dell'Unione pretese da Londra e magari a rispondere 'nein' a tutto vantaggio degli euroscettici del Regno. Il voto era stato promesso da Cameron entro il 2017, ma nessuna scadenza ufficiale e' stata mai comunicata. E di un possibile anticipo al 2016 si parla gia' da diverse settimane. Ora il domenicale dell'Indipendent rivela che sul tavolo del primo ministro un'ipotesi di data c'e': dovrebbe cadere a giugno dell'anno prossimo ed essere annunciata in un discorso programmatico al partito in calendario per ottobre. Il calcolo dell'inquilino di Downing Street e' semplice: incassare almeno ''un pacchetto limitato di riforme'' da presentare agli elettori di casa sua come un punto a favore degli interessi nazionali per evitare lo spettro del si' alla Brexit. E farlo prima che francesi e tedeschi entrino in campagna elettorale.

Fonte:http://www.ilnord.it/i-1518_VOTO_BREXIT_A_GIUGNO_2016

POLONIA: I PROGRESSISTI DI DESTRA CONTRO L'UNIONE EUROPEA PRONTI A VINCERE LE ELEZIONI DI QUESTO AUTUNNO

Il partito di destra “Diritto e giustizia” (Pis) dell’ex premier Jaroslaw Kaczynski è favorito alle prossime elezioni politiche in Polonia del 25 ottobre, secondo i sondaggi. D’altra parte, Diritto e Giustizia ha già ottenuto una clamorosa vittoria con l’elezione del suo candidato, Andrzej Duda, presidente della Repubblica.

Secondo il sondaggio di Millward Brown SA il Pis potrebbe ottenere il 33% dei voti contro 23% al partito di centro Piattaforma civica (Po) al governo dal 2007 in coalizione con il Partito dei contadini (Psl) attualmente sostenuto solo dal 5% degli elettori. In pratica, Diritto e Giustizia se fossero confermate queste percentuali, governerebbe da solo.
Secondo lo stesso sondaggio è leggermente calato il sostegno al cantante rock Pawel Kukiz; la sua potrebbe diventare comunque la terza formazione politica del paese con 18% delle preferenze.
Già la schiacciante vittoria di Duda era stata un serio avvertimento per il governo filo-Unione Europea della premier Ewa Kopacz (PO), al governo dal 2007, in vista delle elezioni parlamentari che si terranno il prossimo autunno.
E questa volta si preannuncia un importante cambiamento in seno alla sesta più grande economia dell'Unione Europea: vincendo anche le politiche di ottobre, Diritto e Giustizia (PiS) potrebbe ristabilire la situazione creata nel 2007 con Presidente (Lech Kaczynski) e primo ministro (Jaroslaw Kaczynski) dello stesso partito. In questo modo, la Polonia continuerebbe la sua svolta a destra iniziata con l'elezione di Andrzej Duda.
Questo comporterebbe rilevanti, anzi decisivi, cambiamenti sia interni che esterni, nella Ue.
Nonostante in quest'ultimo decennio la Polonia si sia affermata come un paese leader e fortemente integrato alle politiche Comunitarie, riconosciuto anche dalla nomina di Presidente del Consiglio europeo di Donald Tusk ex leader di Piattaforma Civica, ora è in corso un drastico cambio di rotta avvenuto già in quest'ultima tornata elettorale delle presidenziali, che ha spostato l'elettorato del Paese su un'idea politica fortemente antieuropeista.
Negli ultimi anni la Polonia ha goduto di una crescita economica quasi ininterrotta, oggi continua a registrare tassi di crescita nettamente superiori alla media europea; ed è l'unico Stato membro dell'Unione Europea che ha evitato la recessione durante la crisi finanziaria, grazie soprattutto al fatto di essersi tenuta molto alla larga dall'euro, del quale non vuole nè ha mai voluto far parte.
E nonostante la stabilità economica del Paese, la popolazione ha espresso la propria insoddisfazione per la classe politica che ha governato la Polonia in questi ultimi anni, in particolar modo i giovani vedono i politici polachi di governo distanti dalla società civile, ma soprattutto sono insoddisfatti di vedere una Polonia legata ad un'Europa dipendente dalle scelte di Berlino. La Germania non è mai stata amata, in Polonia, ed ora men che meno.
Il presidente Duda durante la campagna elettorale ha promesso di rispondere alle preoccupazioni dei giovani e dei meno giovani dichiarando di voler aumentare i salari e revocando una legge impopolare che aumenta l'età pensionabile a 67 anni. Si è impegnato a sostenere gli agricoltori, e ha riconosciuto le difficoltà delle famiglie offrendo sostegno finanziario a coloro che hanno famiglie numerose. Cattolico praticante è un fermo oppositore ditematiche quali aborto, matrimonio omosessuale e fecondazione assistita.
La probabile vittoria di Diritto e Libertà alle elezioni d'ottobre salderà l'esecutivo e il presidente nel medesimo progetto basato su questi valori e ideali.
Duda in ogni caso è un conservatore ed è un patriota nazionalista che sostiene che la Polonia debba difendere i propri interessi nazionali e propone il mantenimento della moneta polacca. È un fermo sostenitore del rilancio dell'industria polacca, che si basa su riserve nazionali di carbone, anche se questo significa scontrarsi con la politica climatica dell'Unione Europea.Diritto e Giustizia (PiS) si è sempre presentato come un partito che antepone gli interessi nazionali a quelli comunitari, che viceversa comunitari non sono, ma rappresentano in massima parte gli interessi dell'economia e della finanza tedesche.
Le vittorie di Andrzej Duda e David Cameron inoltre hanno avvicinato Varsavia a Londra, segnale questo inquietante per l'Europa di Angela Merkel, in quanto la Polonia è vista come punto di riferimento dai paesi dell'Europa dell'est.
È evidente come la vittoria dei conservatori euroscettici possa avere ripercussioni sull'Unione Europea e sull'Alleanza Atlantica, in quanto la Polonia prima era un alleato fondamentale ed un interlocutore affidabile per l'Europa a trazione tedesca, Duda al contrario propone una politica estera distante dalle linee indicate dall'UE.
L'esito delle elezioni presidenziali polacche ha evidenziato come l'Unione Europea abbia perso il suo appeal e la sua spinta propulsiva, ora con le politiche d'autunno il cerchio si chiuderà e la Ue riceverà un colpo fortissimo, che potrebbe addirittura sgretolarla. La Germania avrà una costante spina nel fianco, con la vittoria in Polonai di Diritto e Libertà. Ed è difficile che potrà durare a lungo quella situazione: l'Unione europea non può reggere contemporaneamente le tensioni a sud, con la Grecia devastata e impossibilitata a rispettare le folli condizioni dell'accordo firmato da Tsipras, e le tensioni a nord, con lo scontro tedesco-polacco sul senso stesso d'esistere, della Ue.

Leggi tutto: http://it.sputniknews.com/politica/20150726/821634.html#ixzz3h61c1lyC

TRAPELANO NUOVE POSSIBILITA' SU UN RITORNO ALLA DRACMA. IL VOLTAGABBANA TSIPRAS SEMPRE PIU' ALLE STRETTE

"E' facile capire perché molti analisti e commentatori ancora credono che la Grexit sia ancora il risultato più probabile"

 


 

La situazione politica in Grecia vive nuove importanti rivelazioni. Venerdì i media greci e il Financial Times hanno riportato dell'incontro segreto tenutosi il 14 aprile all'Hotel Oscar di Atene in cui il Ministro dell'Energia dell'epoca e leader della Piattaforma di sinistra di Syriza Panayotis Lafazanis ha tentato di convincere membri del partito a prendere d'assalto la zecca greca, mettere al sicuro le riserve valutarie del paese, e, se necessario, arrestare il governatore della banca centrale Yannis Stournaras.
Il piano non è mai stato attuato, ma se la storia torna d'attualità dimostra quanto la Grecia abbia vacillato sul bordo di sconvolgimenti sociali nei giorni precedenti la decisione di arrendersi ai creditori da parte di Alexis Tsipras e abbandonare non solo il mandato elettorale di Syriza ma l'esito del referendum di pochi giorni prima.
Ora che Tsipras è riuscito ad ottenere il voto del Parlamento che cede la sovranità del paese a Bruxelles in cambio del diritto di utilizzare l'euro, le storie di quei giorni antecedenti la resa stanno uscendo allo scoperto. Dopo il presunto no del Cremlino a un prestito chiesto da Tsipras per tornare alla dracma, conosciamo oggi una nuova storia ottenuta per gentile concessione di una conference call registrata tra Yanis Varoufakis e "membri di fondi hedge internazionali ripresa da Kathimerini.
In una chiamata in teleconferenza con i membri di hedge fund internazionali, Varoufakis ha affermato di aver avuto l'ok dal Tsipras dicembre scorso - un mese prima delle elezioni generali che hanno portato SYRIZA al potere - di pianificare un sistema di pagamento alternativo che avrebbe potuto operare in euro, ma che sarebbe stato convertibile in dracme se necessario. 
Varoufakis ha lavorato con un piccolo team per preparare il piano, che avrebbe richiesto uno staff di 1.000 persone per essere attuato, ma non ha ottenuto il via libera definitivo da Tsipras a procedere.
La chiamata ha avuto luogo il 16 luglio, una settimana dopo Varoufakis ha lasciato il suo posto come ministro delle finanze. Il piano prevedeva la creazione di un sistema parallelo che avrebbe funzionato se le banche fossero state costrette a chiudere e che avrebbe permesso pagamenti da effettuare tra terzi e lo Stato e avrebbe potuto portare alla creazione di un sistema bancario parallelo, ha dichiarato Varoufakis.
Dato che la segreteria generale è un sistema che è monitorato da parte dei creditori della Grecia ed è quindi di difficile accesso, Varoufakis ha detto che ha assegnato ad un suo amico d'infanzia, un esperto di tecnologia dell'informazione divenuto professore alla Columbia University, il compito di introdursi nel sistema. Una settimana dopo che Varouakis ha assunto il ministero, ha detto che l'amico gli ha telefonato e ha detto di aver sotto "controllo" l'hardware, ma non il software", che faceva parte della troika."
A quanto pare, Varoufakis prevedeva di prendere il controllo dei computer, rubare il codice e progettare il sistema dei pagamenti in parallelo.

Ecco alcuni estratti dalla chiamata, ancora una volta da Kathimerini, citando Varoufakis:
“Avevamo intenzione di creare, di nascosto, conti di riserva allegati ad ogni codice fiscale, senza dirlo a nessuno, solo per avere questo sistema in una funzione sotto gli involucri. E, con il semplice tocco di un pulsante, per permettere di dare codici PIN ai titolari di codice fiscale, per i contribuenti.
"Questo avrebbe creato un sistema bancario parallelo, mentre le banche venivano chiuse a causa dell'azione aggressiva della Bce di negarci un certo respiro.
"il tutto è stato ben sviluppato e penso che avrebbe fatto una grande differenza, perché molto presto avremmo potuto estenderlo, utilizzando applicazioni su smartphone e sarebbe potuto diventare un sistema parallelo funzionante e, naturalmente, questo sarebbe stato denominato in euro, ma poteva essere immediatamente convertito in una nuova Dracma.
"Ma lasciate che vi dica quali difficoltà che ho affrontato. Il Segretario Generale delle Entrate Pubbliche nel mio ministero è controllato completamente e direttamente dalla troika non era sotto il controllo del mio ministero.
Avevo il controllo dei sistemi informativi stata controllata da me, come ministro. Ho nominato un mio buon amico, un mio amico d'infanzia che era diventato professore di informatica presso la Columbia University negli Stati Uniti, e così via. L'ho messo dentro perché mi fidavo di lui per sviluppare questo progetto.
"Ad un certo punto, una settimana dopo ci siamo spostati nel ministero, lui mi chiama e mi dice:?. 'Controllo l'hardware, ma  non controllo il software, che appartiene alla troika attraverso il Segretario Generale delle Entrate Pubbliche. Che cosa devo fare? '
"Così abbiamo deciso di creare un programma software del mio ministero in modo da progettare e attuare questo sistema di pagamento parallelo
"E noi eravamo pronti per ottenere il via libera dal primo ministro quando le banche erano chiuse in modo da spostare tutto dal Segretariato Generale delle Entrate Pubbliche, che non è controllato da noi, ma è controllato da Bruxelles, e di collegare questo portatile per applicare il sistema”
In breve, Varoufakis sostiene Tsipras aveva pre-approvato la creazione di conti segreti per ogni contribente fiscale. I greci sarebbero stati a conoscenza dell'esistenza dei conti »nel caso in cui il sistema bancario avesse cessato di funzionare del tutto e ad Atene sarebbe effettivamente facilitare pagamenti attraverso il nuovo sistema a dispetto della zona euro. Chiaramente, questo non sarebbe stato ben accolto da Bruxelles - in particolare la punta di hacking loro software - ma alla fine, perché il nuovo sistema sarebbe interamente controllata dal Ministero delle Finanze Varoufakis ', sarebbe stato convertito alla dracma immediatamente.
Kathimerini prosegue la citazione di Varoufakis in merito alla strategia di Wolfgang Schaeuble:
"Schaeuble ha un piano. Il modo con cui me l'ha descritto è molto semplice. Egli ritiene che la zona euro non è sostenibile in quanto è. Egli ritiene ci deve essere alcuni trasferimenti fiscali, un certo grado di unione politica. Egli ritiene che per quella unione politica di lavorare senza la federazione, senza la legittimità che un parlamento federale correttamente eletto può rendere, in grado di conferire a un dirigente, dovrà essere fatto in un modo molto disciplinare. Ed egli disse esplicitamente a me che una Grexit serve per dotarlo del livello di contrattazione sufficiente per potere terrorizzare i francesi a fare quello che Parigi non vuole fare, vale a dire trasferire poteri decisionali sul bilancio da Parigi a Bruxelles"
Le nuove rivelazioni sollevano gravi preoccupazioni per Alexis Tsipras. Le profonde divisioni all'interno Syriza sono ormai ben note, ma i rapporti di piani segreti per istituire sistemi bancari paralleli che utilizzano gli ID filer fiscali "e l'idea che elementi all'interno del partito di governo venissero tracciati per appropriarsi di miliardi in riserve valutarie e prendere il controllo della banca centrale rendono difficile immaginare un governo di coalizione con le forze d'opposizione che hanno permesso il via libera al nuovo Memorandum.
Tsipras potrebbe presto perdere l'appoggio da tutti gli schieramenti del Parlamento e per questo, conclude Zero Hedge, è facile capire perché molti analisti e commentatori ancora credono che la Grexit - e tutto ciò che questo comporta per la Grecia e per la zona euro - sia ancora il risultato più probabile.



Fonte:http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=12431

venerdì 24 luglio 2015

DISOCCUPAZIONE E MASSICCIA IMMIGRAZIONE, L'EUROPA COLTIVA IL RISENTIMENTO SOCIALE


Il risentimento e la frustrazione per la disoccupazione, il debito pubblico e l'immigrazione si stanno diffondendo tra i giovani europei. Una risposta alla situazione è l'emergenza e la crescente accettazione dei partiti di estrema destra, un fenomeno che può far aumentare i conflitti in Europa.
Già nel 2013 Zero Hedge ha avvertito che questa tendenza potrebbe portare a disordini sociali in alcuni paesi dell'UE. Secondo previsioni diverse, il sito Vesti.ru riporta ora che la crisi che si sta intensificando potrebbe portare a gravi disordini sociali e anche alla guerra.
Un'analisi statistica delle circostanze che hanno portato tutti i grandi sconvolgimenti sociali tra il 1919 e il 2008 (come le grandi manifestazioni, rivolte, attentati, crisi di governo, rivolte e tentativi di rivoluzioni) ha rivelato una correlazione diretta tra i tagli alla spesa pubblica e l'instabilità politica .
Quando questi tagli aumento, avviene in media 1,4 conflitto per paese in un anno. Basta tagliare l'1% del prodotto interno lordo e il tasso sale a 1,8. Quanto maggiore è l'austerità, più alterazioni si producono nell'ordine sociale. Un taglio di 5% del PIL provoca un minimo di tre conflitti l'anno.

La persistenza di austerità in Europa promette disturbi al di là delle marce di protesta. Prima di tutto si riferisce a paesi come la Spagna e la Grecia, dove il settore più attivo della società - i giovani - sono i più colpiti dalla disoccupazione e sono anche indignati per la politica inefficace sulll'immigrazione.

Fonte:http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=11&pg=12406

martedì 21 luglio 2015

FINLANDIA: ENNESIMO PAESE CHIEDE UN REFERENDUM PER USCIRE DALL'EURO

La proposta di tenere in Finlandia un referendum per uscire dall’euro in pochissimi giorni ha raccolto 26000 voti. Per convertirla in disegno di legge, che potrà essere esaminato dal parlamento, in 6 mesi occorre raccogliere 50000 firme.

Finora in Finlandia c'è stato solo un precedente di "legislazione popolare" — legge sul matrimonio ugualitario.
La nuova iniziativa è stata lanciata da Paavo Väyrynen, ex ministro degli Esteri del paese e oggi deputato del Partito di Centro finlandese. La sua proposta è stata pubblicata sul sito delle iniziative civiche (kansalaisaloite.fi), creato con il contributo del Ministero della Giustizia della Finlandia.
Secondo Paavo Väyrynen, l'adesione all'euro ha avuto per Finlandia conseguenze più gravi che per altri Stati. La partecipazione all'eurozona ha portato soltanto a gravi danni economici, disoccupazione e seri problemi nel settore pubblico. A sostegno della sua tesi il politico cita uno studio, effettuato dal professor Vesa Kanniainen dell'Università di Helsinki.
Sul suo blog Väyrynen ha scritto che i finlandesi devono seguire l'esempio di altri paesi dell'Europa del Nord, che non hanno rinunciato alla loro moneta nazionale e quindi possono essere più flessibili nella loro politica fiscale, ma allo stesso tempo sono integrati bene nell'Unione Europea. Per Väyrynen l'economia della Svezia si sviluppa meglio di quella finlandese, pertanto la Finlandia ha fatto un errore, votando per euro.
"Il popolo della Finlandia deve avere la possiblità di scegliere se restare nell'eurozona o seguire l'esempio degli altri paesi dell'Europa settentrionale, cominciando a usare una nostra moneta in parallelo con l'euro",sottolinea Paavo Väyrynen.
Intanto la stampa della Finlandia informa di un'altra inziativa popolare per abrogare la legge sul matrimonio ugualitario, approvata l'anno scorso. Durante lo scorso fine settimana questa proposta ha già racclto 50000 firme, previste dalla legge.
Tuttavia, secondo l'agenzia d'informazione finlandese Yle, gli oppositori del matrimonio ugualitario hanno poche speranze, perché in parlamento la maggioranza dei membri della commissione legislativa sono decisamente contro l'abrogazione della legge.

Fonte:http://it.sputniknews.com/mondo/20150721/785387.html#ixzz3gXbsaeqQ

venerdì 17 luglio 2015

LA BULGARIA CONFERMA IL SUO RIFIUTO A ENTRARE NELL'INAFFIDABILE ZONA "EURO"


Se c’e’ una cosa che la crisi greca ha insegnato e’ che l’euro e’ un progetto fallimentare e chi ne e’ fuori farebbe meglio a starne alla larga il piu’ lontano possibile. L’ultimo in ordine di tempo ad affermarlo è niente di meno che il Fondo Monetario Internazionale, come riferisce il New York Times, che però in Italia – stranamente – non viene… tradotto.
In ogni caso, a proposito della sfiducia e della negatività che emana l’euro, e’ importante notare come il governo della Bulgaria non abbia la ben che minima intenzione di entrare a far parte della moneta unica, una posizione che e’ condivisa da quasi tutti i paesi dell’est europeo. Ne sono fuori e fuori vogliono rimanerne.
A mettere nero su bianco questo euroscetticismo della Bulgaria – che è bene sapere è in condizioni economiche difficili con molta povertà – e’ stato il ministro del lavoro e delle politiche sociali Ivaylo Kalfin il quale ha dichiarato che la moneta unica europea creerebbe enormi problemi alla Bulgaria visto che la sua economia non e’ ricca come quella di altri paesi europei. La Grecia insegna, quindi.
“Riguardo l’entrata nell’euro, vediamo solo costi e nessun beneficio. Per noi, entrare rappresenterebbe un rischio”. Secondo il ministro, l’entrata nell’euro comporterebbe l’adeguarsi alle politiche scelte dalle istituzioni europee, incapaci di gestire la crisi attuale. Inoltre, anche l’opinione pubblica non è d’accordo ad un’entrata nell’euro. Un “no” all’euro, sia dal Governo che dal popolo.
Ovviamente Kalfin ha ragione da vendere e semmai la vera sorpresa e’ che ci siano ancora politici che si ostinano a dire che l’euro e’ stato un enorme successo, ma questo e’ quello che succede quando al governo ci sono i servi dei poteri forti.

GIUSEPPE DE SANTIS – Londra

Fonte:http://iodubito.altervista.org/la-bulgaria-ribadisce-il-no-alleuro-solo-costi-e-nessun-beneficio-ed-e-una-valuta-rischiosa-guardate-la-grecia/

martedì 14 luglio 2015

DOPO INGHILTERRA, GRECIA E AUSTRIA ANCHE IN SLOVACCHIA AUMENTA LA TENSIONE CONTRO L'UNIONE EUROPEA


LONDRA - Dopo Grecia e Austria un altro paese vuole fare un referendum contro l'Unione Europea.
Alcuni giornali hanno riportato la notizia che il governo slovacco avrebbe l'intenzione di indire un referendum per chiedere ai suoi cittadini se e quanto vogliono pagare per inviare aiuti economici alla Grecia.
Al momento non e' chiaro se e quando questo referendum si fara' ma quel che conta e' che sempre piu' paesi stanno usando questo strumento per distruggere la UE dall'interno e per i parassiti di Bruxelles le cose cominciano a farsi piuttosto complicate.
A tale proposito e' interessante la dichiarazione che Mario Monti ha fatto pochi giorni fa quando ha dichiarato che l'euro ha ormai i giorni contati e a Novembre, dopo le elezioni spagnole, potrebbe crollare tutto.
L'ex commissario europeo e' convinto che il movimento antiausterita' Podemos possa vincere le elezioni ma probabilmente i referendum che si potrebbero tenere in Austria e in Slovacchia potrebbero far crollare tutto molto prima. Solo la classe politica italiana non si rende conto di tutto questo e continua ad agire come se nulla fosse.
GIUSEPPE DE SANTIS - Londra


Fonte:http://www.ilnord.it/i-1470_SLOVACCHIA_REFERENDUM_NO_UE

CLAUSOLA RITORNO ALLA LIRA!


Una grande multinazionale straniera fa firmare in questi giorni ai suoi fornitori italiani contratti che contemplano la procedura da seguire in caso d'uscita dall'euro e ritorno alla lira. E'il risultato –gravissimo– del modo irresponsabile con cui è stata gestita la crisi greca.
Il contagio è già avvenuto.
Il ''salveremo l'euro a qualsiasi costo'' di Draghi è sepolto.
Nella testa della gente e dei mercati l'euro è diventato reversibile. Lo pagheremo in termini di spread e di speculazione. Se non oggi domani, alla prossima crisi. A questo punto, i dettagli dell'accordo – quanto cede Tsipras, cosa riesce a strappare, l'elenco delle riforme – contano assai poco. Qualsiasi numero, qualsiasi vincolo è ballerino.Inevitabilmente, sulla misura effettiva del deficit di bilancio, sulle rate di restituzione dei debiti, l'Europa dovrà tornare.
Il dramma greco è destinato a restare con noi. Per arrivare a questo risultato, Berlino ha devastato il panorama politico del continente. Da Salonicco a Lisbona l'Europa ha un ''cattivo'' ufficiale e parla tedesco, un ruolo che la Germania dovrebbe vivere con disagio. L'asse storico con Parigi è profondamente incrinato: le proposte con cui Tsipras s'è presentato venerdì a Bruxelles ridicolizzate dai tedeschi, erano scritte con la Francia. (Maurizio Ricci)

Fonte:http://www.ilnord.it/i-1476_CLAUSOLA_RITORNO_ALLA_LIRA

INARRESTABILE CONSENSO PER USCIRE DALL'UNIONE EUROPEA, ORA L'AUSTRIA


Aumentano gli euroscettici e cresce la febbre referendaria contro l'Unione europea. In Austria sono state depositate le firme di oltre 261mila cittadini (il 4,12 per cento degli elettori) che chiedono di tenere un referendum sull'uscita dall'UE. In base alla legge austriaca bastano 100mila firme perché una richiesta di referendum debba essere discussa in Parlamento, che ora dovrà dunque prendere una decisione sull'iniziativa lanciata dalla 66enne Inge Ruascher, da sempre una "pasionaria" dell'abbandono dell'Unione.
Le regioni dove si è registrato il maggior appoggio alla petizione sono state l'Austria bassa con il 5,18%, e la Carinzia con il 4,85%. L'iniziativa è bipartisan e ha sfondato puntando solo sul web. Segno che la pancia dell'opinione pubblica si sta muovendo al di sotto dei circuiti "ufficiali". Lo slogan è "Tornare a un'Austria libera e neutrale", molto simile ai manifesti anti euro di destra e di sinistra sparsi nel continente, da Salvini a Grillo, dalla Le Pen agli ungheresi. È il segnale che qualcosa nel cuore dell'Europa si sta muovendo, e non è qualcosa di rassicurante per Bruxelles e Strasburgo.
Sarà difficile che una proposta sostenuta nel Paese soltanto da comitati di cittadini possa trovare appoggi tra i partiti. Nessuna forza politica, ufficialmente, ha sostenuto la raccolta delle firme. Può essere, quindi, che il Parlamento alla fine respinga la proposta. Ma il vero nodo della questione è un altro. Indipendentemente dal percorso parlamentare, infatti, lo scenario di un referendum è ora più vicino. E di fronte a una consultazione popolare la politica sarebbe obbligata ad accettare il responso.
In ogni caso, i parlamentari non potranno sorvolare sul tema a cuor leggero. Duecentocinquantamila firme — 261.259 per l'esattezza — sono tutt'altro che un risultato trascurabile.


Fonte:http://it.sputniknews.com/politica/20150713/741111.html

lunedì 13 luglio 2015

SOTTOMISSIONE


Sembrava che con il nuovo governo Tsipras, specialmente dopo il recente referendum chiesto alla popolazione della Grecia se accettare o meno le condizioni dell'accordo di sangue che l'Unione Europea stava chiedendo, fossimo arrivati ad una svolta cruciale in un paese gravato da anni di carestia da parte delle politiche imposte dall'Unione Europea dove ogni giorno nelle piazze centinaia di persone alla fame si radunano in fila per un piatto di minestra o qualcosa da mangiare.
Quello che l'Unione Europea ha fatto alla Grecia non ha precedenti.
Il governo Tsipras aveva a portata di mano un'occasione unica prima di tutto avrebbe dato un'esempio, nel caso la Grecia uscisse dall'euro che esiste un'alternativa all'euro, in secondo luogo avrebbe avuto l'occasione di ritornare alla DRACMA o di usare una moneta alternativa una volta che il default fosse passato.
Quello che i greci pensano molto probabilmente è che se uscissero dall'euro non sarebbero più in grado di risollevarsi mai più.
Realtà alternative però ci sono già viste per esempio in Islanda, in una situazione che sembrava senza via di uscita.

Anche qui si è visto un crollo delle maggiori banche è come la Grecia a dover scegliere se pagare un debito insostenibile attraverso una politica di rigore come quella che gli europeisti dell'Unione Europea vorrebbero imporre al paese ellenico tra cui: taglio dei posti di lavoro, taglio dei salari, taglio delle pensioni, taglio dei servizi e aumento di tasse e imposte.
L'Islanda ha applicato misure direttamente opposte a quello che organismo internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) mettono in atto senza pietà per risolvere i problemi di alcuni paesi indebitati, e così facendo l'economia si è risollevata e sebbene i media non abbiano fatto alcuna menzione di tutto ciò è un dato di fatto che ha funzionato e l'economia del paese è attualmente in crescita.
Perchè definiamo "spietate" le politiche del FMI?
Un'esempio lo possiamo osservare con la Grecia, il modo in cui le politiche europee e del FMI hanno ridotto la popolazione è a dir poco umiliante.
Ma questo è niente se ricordiamo il modo in cui una recente serie di terremoti ha ridotto Kathmandu in un'ammasso di rovine e causato la morte di almeno diecimila persone.
La campagna “Jubilee Network”, che unisce 75 organizzazioni e 400 comunità religiose in tutto il mondo, ha chiesto al Fondo Monetario Internazionale (FMI) di condonare parte del debito estero del Nepal, colpito dal terribile sisma dell’aprile scorso. Come appreso da Fides, il Fondo Monetario ha ufficialmente dato risposta negativa.
La proposta intendeva utilizzare lo speciale “fondo fiduciario” dell'FMI destinato ad aiutare i paesi poveri quando si trovano ad affrontare le calamità naturali. Attraverso quel fondo sono stati condonati in passato quasi 100 milioni di dollari del debito a nazioni dell'Africa occidentale colpite dal virus ebola.
“Il diniego del FMI è una è una notizia preoccupante per il paese", ha detto all’Agenzia Fides Eric LeCompte, direttore esecutivo della rete “Jubilee Network”.
Il Nepal è uno dei 38 paesi a basso reddito che possono beneficiare degli aiuti del nuovo fondo. Per poter beneficiare di tale sostegno dopo un disastro naturale, un paese beneficiario deve soddisfare determinati criteri: il disastro deve colpire almeno un terzo della popolazione del paese e causare un danno produttivo grave all'economia del Paese. Secondo il FMI, il Nepal, dopo il sisma, soddisfala la prima condizione ma non la seconda, anche se le stime parlano di 5-10 miliardi di dollari di danni, circa un terzo del totale dell'economia del paese.
In sostanza per condonare un debito un paese deve letteralmente avere danni paragonabili a quelli di una testata nucleare.
Adesso arrivamo all'argomento Grecia, dove possiamo dire che dopo 12 ore di colloqui durati tutta la notte in cui Tsipras ha fatto notevole resistenza come descritto dalle stesse fonti si è arrivati infine al suo atto di sottomissione.
Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk ha informato tramite twitter del raggiungimento di un accordo, all'unanimità, sulla Grecia.
Atene beneficerà di un nuovo prestito da parte del Meccanismo europeo di stabilità (MES), in cambio di una nuova serie di riforme e tagli alla spesa.
"Le condizioni sono rigide, severe, ha proseguito Tusk in conferenza stampa, e i ministri delle Finanze dovranno decidere "con urgenza come aiutare la Grecia con un finanziamento ponte".
Ora "l'Eurogruppo lavorerà con le istituzioni e insieme prenderanno le ultime decisioni".
I dettagli dell'accordo non sono ancora stati annunciati, ma quasi sicuramente la Grecia dovrà far fronte ad un altro round di severe misure di austerità severe.
Come se già non avesse sopportato abbastanza.
Così facendo il referendum che era stato indetto la settimana scorsa, amaramente disprezzato sia dalla Germania che da Renzi, non ha aiutato molto in questo caso, anzi non ha cambiato niente.
Notevole il dissenso in Grecia sia prima che dopo aver raggiunto un'accordo che ormai sappiamo tutti si tratta di una nuova catastrofe economica per un paese alla fame.
Zoe Kostantopoulou, presidentessa del Parlamento greco, nel respingere ieri proposta di accordo da parte del governo e nel giustificare il suo voto "presente" ha dichiarato:

"Siamo giudicati dal Sì e dai No che diciamo. A nessuno è permesso di svalutare le decisioni da un processo esistenziale come quello che stiamo vivendo. L'Europa si sta trasformando in una prigione per la sua gente. L'euro è utilizzato come strumento di vincolo imposto ai popoli. La Germania si comporta come se il popolo greco gli dovesse qualcosa, quando lei si rifiuta di pagare riparazioni di guerra alla Grecia. Il "no" del popolo greco è oltre tutti noi."
Il titolare della Difesa, il ministro Panos Kammenos, nel suo intervento al Parlamento greco non ha usato mezzi termini per descrivere la situazione
Così il titolare della Difesa, il ministro Panos Kammenos, nel suo intervento al Parlamento greco non ha usato mezzi termini per descrivere la situazione: "Non ho paura del Grexit e neanche delle altre minacce che ci vengono fatte. Ho paura solo di una cosa. Delle divisioni del nostro popolo e della guerra civile. I Greci non sono pronti ad affrontare una cosa del genere".
Nell'ultimo comunicato della segreteria del Movimento greco Epam (Fronte popolare unito) si chiedono 5 misure immediate per impedire che la Grecia "sparisca"
"La Grecia sta attraversando il periodo più difficile della sua storia contemporanea e in questo momento è a rischio la sua esistenza. Con un governo di pericolosi traditori, con un Parlamento inesistente che non prende in considerazione la decisione che il popolo greco ha espresso, con un'Europa che chiede che la Grecia e il suo popolo vadano in ipoteca, per darle ulteriori prestiti e per applicare un programma che farà sparire le cittadine e i cittadini greci, l'EPAM chiede:
1. il ritiro immediato della delegazione greca dalle negoziazioni dopo aver denunciato l'Accordo di Prestito del maggio 2010, in merito agli artt 48-52 della Convenzione di Vienna sui Trattati internazionali.
2. l'interruzione di rapporti diplomatici con Germani e Finlandia.
3. l'uscita della Grecia dall'eurozona.
4. l'applicazione e realizzazione dell'art 120 della Costituzione [che prevede che la democrazia e il rispetto della Costituzione viene affidata al popolo greco il quale ha il diritto e il dovere di salvaguardarlo]
5. la realizzazione da parte di tutti i cittadini greci di disobbedienza civile rifiutando di pagare qualsiasi tassa".

La crisi di nervi non è venuta solo a loro.
"Accordo umiliante". Così Panagiotis Lafazaris, ministro dell'energia e leader dell'ala radicale di Syriza, definisce il compromesso raggiunto ad Atene in una nota a nome di "Piattaforma di sinistra" pubblicata sul sito parapolitika.gr
Ulteriore sfogo verso gli europeisti è stato quando in uno dei momenti più duri del negoziato, nella notte, all'Eurosummit il premier greco Alexis Tsipras si è tolto la giacca e porgendola ha detto: "Prendete anche questa!". Lo riferiscono fonti di Bruxelles.

Il fatto che si trova più interessante è quanto ha detto l'ex ministro delle finanze Yanis Varoufakis aveva un piano per la Grecia per il dopo referendum.
Ma non è stato appoggiato, anzi Alexis Tsipras ha deciso malgrado il 'No' ulteriori concessioni e "ha accettato il fatto che qualsiasi fosse stata la posizione dei creditori, lui non li avrebbe sfidati". Lo afferma l'ex ministro delle Finanze greco.
Ben pochi però hanno una vaga comprensione di chi sia in realtà tale persona.
Yanis Varoufakis è un economista e politico greco naturalizzato australiano.
Dopo la laurea in Statistica Matematica consegue il dottorato in Economia all'Università dell'Essex.
Già prima del dottorato aveva iniziato la sua attività di insegnamento, in Economia ed Econometria, presso l'Università dell'Essex e l'Università dell'Anglia Orientale.
Nel 1988 trascorre un anno come fellow all'Università di Cambridge.
Dal 1989 al 2000 è Senior Lecturer in economia presso l'Università di Sydney. Nel 2000 ritorna in Grecia come professore di Teoria Economica all'Università di Atene, dove nel 2002 istituisce il The University of Athens Doctoral Program in Economics (UADPhilEcon) che dirige fino al 2008. Da gennaio 2013 a gennaio 2015 insegna alla Lyndon B. Johnson School of Public Affairs dell'Università del Texas a Austin.
Il 22 Gennaio 2015, il Collegio Universitario Internazionale di Torino ha premiato Varoufakis con una cattedra onoraria in diritto economico comparato e finanza per il suo straordinario contributo teorico alla comprensione della crisi economica globale.
Molto probabilmente le ragioni delle sue dimissioni non stanno alla base della sua incapacità, ma bensì per il fatto che era fin troppo competente in materia, tanto che le sue esposizioni mettevano in crisi creditori e l'intero staff dell'eurogruppo che contestava e insultava le sue affermazioni.
Durante i negoziati il Fondo Monetario Internazionale, FMI, addirittura si è messo in moto per decidere la possibiltà di destituire il governo Tsipras.
Il Fondo monetario internazionale ha messo in campo la possibilità che per svolgere i negoziati sugli aiuti in Grecia si instauri un governo tecnico ad Atene.
Questa sarebbe la situazione peggiore di tutte in quanto, gli italiani, non hanno dimenticato cosa avvenne quando venne destituito il governo Berlusconi a causa di pressioni sia interne ed esterne dalla Germania e da Napolitano, mettendo su il governo tecnico senza elezioni di Mario Monti, le cui riforme in parallelo con quelle della Fornero, contestata anche questa da tutti, portarono ad un'anno 2011-2012 tra i più cupi in Italia.
Ma la conclusione che se ne deriva adesso, una volta raggiunto l'ennesimo accordo da Piaghe d'Egitto, è che Tsipras ha avuto tra le mani l'occasione di salvare la Grecia e muoversi verso altri orizzonti dove c'erano certezze migliori che rimenendo nell'Unione Europea.
Certo, le cose possono sempre cambiare da un momento all'altro, la tensione in Grecia è palpabile fino in Italia e la popolazione greca è davvero arrabbiata, ma nel frattempo abbiamo assistito alla sottomissione di un presidente che ha avuto molto da guadagnare per il futuro del suo paese, ma non ha trovato il coraggio di fare il passo necessario che avrebbe dato più garanzie che sacrifici.
Il default sarebbe solo un sacrificio di principio ma non certamente il futuro prossimo.

















lunedì 29 giugno 2015

IL SINDACO DI LONDRA A FAVORE DELL'USCITA DELL'INGHILTERRA DALL'EURO


Il sindaco di Londra, Boris Johnson, esponente di spicco del Partito conservatore britannico è tentato dalla possibilità di votare ''no'' nel referendum sull'appartenenza del Regno Unito all'Unione Europea, promesso dal primo ministro, David Cameron, per il 2017. La sua strategia, in realtà, sarebbe quella di un doppio voto referendario: una prima bocciatura potrebbe accrescere le chance di negoziati con Bruxelles all'insegna di riforme sostanziali.
Il premier si è impegnato solo per un referendum, ma non si è detto molto su ciò che potrebbe accadere nel caso in cui gli elettori si esprimessero a favore della cosiddetta Brexit e a diversi osservatori sembra ragionevole l'ipotesi di un secondo referendum. La posizione di Johnson e' degna di nota perche' alcuni euroscettici sperano ancora che il primo cittadino della capitale possa assumere un ruolo guida nella campagna per il ''no''.
L'idea del doppio referendum, riferisce ''The Guardian'', non convince invece un'altra figura di rilievo dei Tory, Theresa May, segretaria all'Interno che alla Bbc ha dichiarato di non vederne la necessità.
Il doppio voto incontra riscontri sia in campo europeista che antieuropeista; uno dei sostenitori è ad esempio Dominic Cummings già artefice della vittoriosa campagna contro l'ingresso nell'euro.

Fonte:http://www.ilnord.it/i-1397_SINDACO_LONDRA_PER_IL_BREXIT

giovedì 18 giugno 2015

LA GRECIA E' SUL PUNTO DI SALVARSI DALL'EURO?

Ariel Noyola Rodríguez* RussiaToday
*Economista laureatosi all’Universidad Nacional Autónoma de México.


Il primo ministro della Grecia, Alexis Tsipras, ancora non ha raggiunto un accordo economico con la troika. Di conseguenza le probabilità che Syriza soddisfi le promesse elettorali sotto il giogo dell’Unione monetaria sono sempre più remote. Se Bruxelles non pone fine alle richieste di austerità, il governo greco affronterà la via dolorosa, ma la sola a permettere di rompere con la ‘dittatura dei creditori’, lasciando l’euro.


Già alcune settimane fa i negoziati tra il governo greco e la troika (comprendente Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Commissione europea), sono in un vicolo cieco. Determinata a proteggere gli interessi dei creditori, la troika sostiene le politiche di austerità per salvaguardare la fiducia nella moneta ‘comune’, l’euro. Nel frattempo, la Grecia è immersa nel pantano. Nel primo trimestre del 2015 l’attività economica è caduta del 0,20% in termini annui, il peggior dato tra i Paesi dell’Unione europea, superata solo da Lituania (- 0,60%) ed Estonia (- 0,30%). Il tasso di disoccupazione complessivo rimane sopra i 25 punti percentuali, ma la disoccupazione dei giovani tra i 15 e 24 anni è del 52%, secondo i dati pubblicati dall’agenzia Elstat. Nel campo della finanza, la fuga dei depositi dalle banche greche si acutizza. Si stima che le perdite giornaliere varino tra 200 e 500 milioni di euro. La Banca centrale europea (BCE) subordina le banche greche con il programma di assistenza di emergenza alla liquidità (ALS, nell’acronimo inglese) che per inciso, costituisce già un”arma economica, e in cambio della concessione di nuovi ‘fondi di emergenza’ la BCE chiede riforme economiche a favore degli istituti di credito. Infatti, le “riforme strutturali” sono necessarie, e qui vi è piena coincidenza tra governo di Alexis Tsipras e autorità di Bruxelles. La controversia fondamentale è il tipo di “riforme strutturali” ricercate, le condizioni di attuazione e il tempo necessario per valutarne i risultati. Il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis ha chiarito di condividere le intenzioni della troika di aumentare la produttività, promuovere la concorrenza tra imprese, modernizzare la pubblica amministrazione, dell’uso efficiente delle risorse e trasformare i sistemi fiscali e pensionistici (1). Varoufakis, tuttavia, rifiuta il modo con cui Bruxelles collega le “riforme strutturali” al contesto macroeconomico. Per la troika non c’è altra via che la svalutazione interna: ridurre salari e vantaggi sociali dell’occupazione, avanzare il programma di privatizzazione, aumentare tasse e tariffe dei servizi pubblici (acqua, elettricità, ecc)(2). Con tale prospettiva, le autorità europee obbligano la Grecia a mantenere un alto ‘avanzo primario’ (differenza tra reddito e spesa pubblica, esclusi i pagamenti dei debiti) presumibilmente per ridurre l’indebitamento. Quest’anno la troika chiede alla Grecia di avere un avanzo primario dell’1% del PIL, che nel 2018 dovrebbe aumentare al 3,5%. Così Bruxelles impone le stesse misure che non solo fallirono nell’alleviare la crisi iniziata nel 2010, ma in realtà le approfondiscono in Grecia. Se il governo greco accetta i vincoli della troika, supererà le “linee rosse” tracciate da Syriza (opposizione alla riforma del lavoro e al taglio delle pensioni, ecc.), tradendo il mandato popolare. Non si dimentichi che la sinistra ellenica è uscita vittoriosa nelle elezioni del gennaio grazie all’opposizione al capitalismo neoliberista imposto dalla troika. Cercando un’economia alternativa, la vittoria di Syriza si fondava nella speranza. Alexis Tsipras ha promesso cambiamenti profondi, sostenendo che era una priorità raggiungere un accordo sulla redditività economica di lungo termine, adottando pienamente le norme della zona euro, ma senza cadere nella trappola dell”austerità’ come in passato (3). Così la Grecia avrebbe spezzato la ‘spirale depressiva’ che aiuta solo le economie del centro (Germania e Francia), mentre punisce in modo implacabile le economie in situazione critica. Tuttavia, il rifiuto della troika di approvare le richieste minime rivela l’incompatibilità della svolta economica con i principi dell’Unione monetaria. L’euro è sempre più una ‘camicia di forza’ imposta dal capitale finanziario, e sempre meno uno strumento d’integrazione economica che enfatizza solidarietà e benessere tra i popoli (4).
Appena settimana scorsa, dopo un incontro di oltre 10 ore, i negoziati sono finti su un punto morto per la persistenza di “significative” differenze (5). Nei giorni precedenti, sopraffatto dalla contrazione dei finanziamenti, il governo greco annunciava che non al 30 giugno non avrebbe pagato quattro scadenze mensili (1,6 miliardi di dollari) del debito con il Fondo monetario internazionale (FMI), accrescendo i timori di una moratoria dei pagamenti, non per mancanza di volontà di Atene ma per l’intransigenza di Brussels (6). Messo all’angolo, Alexis Tsipras è stato costretto a ridurre la portata delle promesse elettorali. La Grecia ha già deciso l’aumento dell’IVA su alcuni prodotti, di annullare gradualmente i prepensionamenti e privatizzare parte delle infrastrutture (il porto del Pireo, ferrovie Trainose e aeroporti). Pertanto sembra che i creditori potranno concentrare i loro sforzi per sabotare politicamente Syriza dall’interno, minandone la base sociale e quindi il sostegno, aprendo la via a un cambio di regime. A livello regionale, la troika intende inviare il messaggio che, indipendentemente da chi vince le elezioni, il pagamento del debito è al di sopra di qualsiasi agenda economica nazionale. Syriza dovrebbe continuare a combattere (7). Alla fine di questa settimana, il governo ellenico presenterà una nuova proposta all’eurogruppo per poter finalmente sbloccare l’ultima sezione del piano di salvataggio (7,2 miliardi di euro) e così adempiere agli obblighi finanziari.
La Grecia abbandonerà l’euro in tempi brevi? Se Bruxelles continuerà nell’intransigenza, dipenderà fondamentalmente da Alexis Tsipras e dal suo governo difendere le aspirazioni popolari dalla tirannia del capitale finanziario


Note
1. “A New Deal for Greece“, Yanis Varoufakis, Project Syndicate, 23 aprile 2015.
2. “Austerity Is the Only Deal-Breaker“, Yanis Varoufakis, Project Syndicate, 23 maggio 2015.
3. “Non à une zone euro à deux vitesses“, Alexis Tsipras, Le Monde, 31 maggio 2015.
4. “To beat austerity, Greece must break free from the euro“, Costas Lapavitsas, The Guardian, 2 marzo 2015.
5. “Greek default fears rise as ‘11th-hour’ talks collapse“, Peter Spiegel & Kerin Hope, The Financial Times, 14 giugno 2015.
6. “The Greek Bailouts Are Incredibly Stupid“, Daniel Altman, Foreign Policy, 15 giugno 2015.
7. “If the eurozone thinks Greece can be blackmailed, it is wrong“, Costas Lapavitsas, The Guardian, 9 giugno de 2015.


Fonte:https://aurorasito.wordpress.com/2015/06/18/la-grecia-sul-punto-di-abbandonare-leuro/

UNICREDIT: LA GRECIA GUARDA VERSO EST?


La situazione che si sta venendo a creare in Grecia può portare a un rischio geopolitico che l'Europa non deve sottovalutare, ossia che Atene potrebbe guardare sempre più a est e non più a ovest. A dirlo è l'Ad di Unicredit, Federico Ghizzoni, parlando a margine del comitato esecutivo dell'Abi. ''E' una domanda senza risposta oggi - ha risposto a chi gli chiedeva se la Grecia uscirà dall'euro - il vero problema è che è una negoziazione interminabile e mi auguro finisca presto. Se finisce bene come spero nessun problema se finisce con la Grecia fuori dall'euro o comunque in default - ha proseguito - le conseguenze dal punto di vista macroeconomico credo siano gestibili, perché comunque il Pil greco è molto limitato rispetto a quello europeo, però ci possiamo aspettare impatti sul cambio e sui tassi, soprattutto nei paesi periferici inclusa l'Italia, perché è presumibile che lo spread si allarghi''. ''Poi c'è un'altra domanda - ha continuato Ghizzoni - che dobbiamo farci come europei su quale sarà l'impatto politico in Grecia: sarà sempre un paese che guarda ad ovest o comincerà a guardare est? Quindi c'è anche un impatto politico che non va sottovalutato e per tutte queste ragioni - ha concluso - spero che un accordo venga preso''.

Fonte:http://www.ilnord.it/i-1362_UNICREDIT_GRECIA_VERSO_EST

IL 58% DEI TEDESCHI A FAVORE DELL'USCITA DELLA GRECIA DALL'UNIONE EUROPEA


Il 58% dei tedeschi è favorevole ad un'uscita della Grecia dalla zona euro in caso di default, secondo un sondaggio YouGov pubblicato oggi. Il 28% degli intervistati preferirebbe che la Grecia rimanesse nell'eurozona e il 14 % non sa. Il 49%, contro il 41, ritiene che una Grexit sia possibile.

Fonte:http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=11&pg=12013

mercoledì 10 giugno 2015

DAL 24 GIUGNO AL 1° LUGLIO GLI AUSTRIACI FIRMERANNO PER INDIRE IL REFERENDUM D'USCITA DA EURO-UE (IN OTTOBRE 2015)


VIENNA - Il ministro degli Interni austriaco ha accettato il "principio dell'iniziativa popolare" per chiedere l'uscita dell'Austria dall'Ue. Dopo la presentazione di 10mila firme valide, fra il 24 giugno e 1 luglio 2015 gli austriaci potranno esprimere nei loro comuni di residenza la volontà di restare o meno nell'Ue. Così nel testo della petizione gli austriaci puntano il dito contro Bruxelles: "Vogliamo nuovamente vivere in un paese libero e neutrale, senza essere una colonia di Bruxelles e di Washington. Non vogliamo essere coinvolti in conflitti all’estero che non ci riguardano e che rappresentano un pericolo per la pace. Solamente uscendo dall’UE potremo sfuggire ai famosi accordi transatlantici di libero scambio tra Europa e Stati Uniti (TTIP) e il Canada (CETA). L’Austria recupera solo una piccola parte dei miliardi di euro che ogni anno servono alla promozione dell’UE. Di questi pagamenti annui siamo contribuenti netti da 20 anni ma non abbiamo alcun potere decisionale riguardo l’utilizzo di questi soldi.
Essere uno Stato membro dell’Unione europea - continua il testo della petizione - è un affare in perdita, sia per la diminuzione delle prestazioni sociali, sia per il calo degli investimenti dello Stato a favore della popolazione. Se l’Austria uscisse dall’UE, non solo risparmierebbe cospicui contributi annui, ma anche i pagamenti per i diversi fondi di salvataggio dell’euro. Gli obblighi di deposito miliardari per il Meccanismo europeo di stabilità e le enormi garanzie per il Fondo europeo di stabilità finanziaria sarebbero soppressi”.
Ebbene, nel caso in cui in tutta l'Austria si raggiungano almeno 100.000 firme a questa petizione, il Parlamento austriaco per legge dovrà discutere il testo con priorità assoluta oppure indire un referendum.
Ovviamente, la discussione dovrà essere centrata proprio sul fatto di rimanere o meno nella Ue. Secondo la consolidata tradizione democratica austriaca, riferita a casi precedenti aventi diverso contenuto ma identica forma, il referendum sarà certamente indetto e dovrà esserlo non più tardi di tre mesi dopo. Cioè, nel mese di ottobre 2015.
Le probabilità che tutto ciò accada, sono altissime, se si tiene conto che i partiti euro scettici e anti Ue hanno trionfato alle recenti elezioni europee.
Quindi, ben prima della Gran Bretagna potrebbe essere l'Austria a scardinare la Ue e a distruggere l'incantesimo malefico chiamato euro.

Redazione Milano

Fonte:http://www.ilnord.it/c-4275_DAL_24_GIUGNO_AL_1_LUGLIO_GLI_AUSTRIACI_FIRMERANNO_PER_INDIRE_IL_REFERENDUM_DUSCITA_DA_EUROUE_IN_OTTOBRE_2015

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