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martedì 31 marzo 2015

I VULCANI PORTARONO ALLA CADUTA DELLE ARMATE DI NAPOLEONE


Sono passati circa 200 anni da quando la devastante eruzione del vulcano Tambora nel 1815 cambiò il clima globale in un periodo già di per se freddo chiamato Piccola Età del Ghiaccio, cominciata dal 1250 fino e terminata nel 1913, causata da una prolungata bassa attività solare che portò ad un lungo periodo di clima freddo su scala globale.
L'eruzione del vulcano Tambora fu solo l'ultima di un'escalation eruttiva cominciata anni prima, ma con la conseguenza di essere stata in realtà la causa principale dell'ormai noto "Anno Senza Estate" nel 1816 dove sul continente europeo e americano l'estate proprio venne a mancare e si ebbero addirittura delle nevicate.
Quanto si descrive sotto è un resoconto parallelo tra gli eventi che portarono alla caduta del glorioso impero di Napoleone.
Le ultime campagne militari di Napoleone Bonaparte, dalla disastrosa campagna di Russia del 1812 alla sconfitta di Waterloo nel 1815, vennero fortemente condizionate dalle pessime condizioni meteorologiche. Queste tuttavia vennero precedute da eruzioni vulcaniche di notevole entità che liberarono nell'atmosfera grandi quantità di gas e pulviscolo.
“Sire, una simile guerra comporterebbe pericoli terribili. I popoli sottomessi non saranno mai per voi dei veri alleati. L'immensità del teatro russo cambia i fattori delle operazioni belliche. Avanzerete in contrade deserte dove la vostra armata non troverà nè viveri nè foraggio.
Il terreno sarà reso impraticabile dalle prime piogge e, se la campagna proseguirà durante l'inverno, come sopporteranno le truppe un freddo di 25-30 gradi sotto zero ?”. (da: Blond, 1981, p. 335-336). Con queste parole il colonnello Ponthon – un ufficiale che conosce già la Russia - mette in guardia Napoleone sin dal 1811 appena intuisce le sue intenzioni di muovere guerra allo zar. Ma l'imperatore dei Francesi è convinto che lo zar Alessandro – che non vuole rispettare il blocco continentale contro l'Inghilterra, e per di più continua a costituire una minaccia per la Polonia - intavolerà subito trattative di pace non appena lui e il suo esercito saranno entrati in territorio russo. O tuttalpiù affronterà l'esercito napoleonico in una vera e propria battaglia risolutiva già nei primi giorni d'invasione.
Così a partire dal 24 giugno 1812 il corpo principale della Grande Armata composta complessivamente da circa 400.000 uomini - solo un terzo dei quali francesi, il resto alleati – con più di 100.000 cavalli al seguito, oltre a un migliaio di cannoni, varca il fiume Niemen, linea di confine tra la Polonia e la Russia. Ma i russi temendo Napoleone invece di fronteggiarlo si ritirano costantemente davanti a lui e adottano, come si legge anche nei sussidiari delle scuole elementari, la ben nota tattica della “terra bruciata”: villaggi, città, depositi di viveri, coltivazioni dati alle fiamme prima dell'arrivo dei francesi. In più sin dai primi giorni il clima comincia a diventare uno dei protagonisti principali della campagna militare.
Inseguendo i russi i soldati della Grande Armata devono marciare velocemente, coprendo anche 60 chilometri al giorno con uno zaino di 30 chili sulla schiena e sotto un caldo soffocante che verso sera provoca forti temporali: la pioggia fredda si abbatte su uomini e cavalli spossati dalla fatica e dal cibo scarso, fiaccando sia il fisico che il morale.
Dopo appena 100 chilometri di avanzata in territorio russo i cavalli morti per la fame e le intemperie sono già 5000 (secondo alcune fonti anche il doppio), ma cominciano a verificarsi anche casi di diserzione tra i soldati ed anche qualche centinaio di suicidi.
Nelle sue “Memorie” l'ufficiale medico dell'Armata, Larrey, riporta numerosi casi di soldati che per sopportare la fatica durante la marcia fanno uso smodato di sostante allucinogene, come la canapa, e di ogni sorta di miscele alcoliche, una delle quali, fortissima, chiamata “rompipetto”, porta spesso le giovani reclute alla perdita delle forze, alle vertigini, allo svenimento e persino alla morte.
Anche i microorganismi cominciano a mietere vittime: oltre al tifo e alla dissenteria, patologie endemiche nella Grande Armata, si verificano anche parecchi casi di vaiolo. A metà agosto, all'arrivo nella città di Smolensk l'esercito napoleonico, tra morti di fatica, di fame e di malattie varie, ha già perso, senza aver combattuto ancora una sola battaglia, un terzo dei suoi effettivi !
Tuttavia Napoleone a marce sempre più forzate cerca sempre di acciuffare l'esercito russo in ritirata per costringerlo a una grande battaglia, ma le truppe dello zar che vogliono evitare proprio questo attirano l'esercito francese sempre più nell'interno, finchè l'imperatore dei francesi, che vuole a tutti i costi costringere lo zar a chiedere la pace, decide di proseguire per Mosca non rendendosi conto di finire in quella trappola che i suoi marescialli, e certamente anche lui stesso, intendevano evitare alla partenza.
Alla fine di agosto, il 29, mentre Napoleone raggiunge la città di Vjazma, il tempo – che fino a quel momento non è certo stato favorevole - improvvisamente comincia a peggiorare come se fosse già arrivato ottobre: fa freddo e piove continuamente, e per le successive settimane rimarrà così. Secondo i resoconti dei pochi reduci, alcuni cavalieri cominciano a indossare pellicce e berretti di pelle.
Il 7 settembre non lontano da Mosca la Grande Armata riesce finalmente ad affrontare l'esercito russo nella cosiddetta battaglia della Moscova (chiamata però di Borodino dagli storici russi). E' il più grande massacro fra tutte le battaglie napoleoniche, poichè sul campo rimangono più di 60.000 morti tra russi e napoleonici, e più o meno 35.000 feriti. La battaglia tuttavia non è risolutiva, poichè proprio quel giorno Napoleone sta male e dunque con la mente poco lucida non riesce ad ordinare le opportune manovre tattiche ai suoi marescialli.
Alla fine, nonostante le insistenze dei suoi ufficiali, si rifiuta anche di lanciare all'attacco la sua esperta Guardia che come nella battaglia di Eylau (1807) potrebbe sbaragliare definitivamente l'esercito dello zar. Sul campo di battaglia tappezzato di cadaveri e percorso dalle urla disperate dei feriti e dei moribondi, oltre ai francesi anche ai russi contemporaneamente sembra di esserne usciti vincitori.
Ma più tardi vedendo che l'armata napoleonica continua ad avanzare fino a Mosca, e che due giorni dopo (il 9) i russi vengono chiaramente battuti in un altro scontro a Mojaisk (a 70 Km dalla capitale), lo zar Alessandro ordina allora a tutti i cittadini di abbandonare la capitale. Come in una processione religiosa, con tanto di ceri accesi e inni sacri, tutti i moscoviti, con i preti ortodossi in testa, escono allora dalla città con quello che possono portare con sè, seguiti da tutti i soldati scampati ai precedenti scontri con i francesi. Gli unici che rimangono a Mosca sono tutti i forestieri – tra i quali molti immigrati civili francesi – e un bel po' di agenti di polizia, i quali, ben nascosti, devono eseguire altri ordini dello zar.
La mattina del 14 settembre le avanguardie a cavallo dell'esercito napoleonico entrano in una Mosca praticamente deserta. E' una bella giornata, ma in realtà si tratta solo di una temporanea schiarita.
Qua e là gli ultimi gruppetti di soldati russi ritardatari si affrettano a lasciare la città. Napoleone però decide di restare fino all'indomani mattina fuori da Mosca finchè sarà escluso qualsiasi pericolo di un agguato: in tutti i suoi anni di gloriose campagne non gli è mai capitato di entrare in una capitale abbandonata, meglio non correre rischi dunque. La sera stessa infatti accadono i primi fatti strani. In diverse parti della città scoppiano numerosi incendi e i soldati e gli ufficiali che accorrono per spegnerli vedono nell'ombra della notte strani personaggi, malridotti e ricoperti di cenci che si aggirano di casa in casa per saccheggiare e poi appiccare il fuoco.
Sono ergastolani e galeotti liberati dalla polizia zarista con il patto di incendiare la città. Nonostante la loro furia devastatrice, nel corso della notte i francesi riescono ad avere ragione di quei primi incendi e a giustiziare un bel po' di quei galeotti-piromani. La notte successiva tuttavia, dopo che nella mattinata Napoleone ha finalmente fatto il suo ingresso in città sistemandosi al Cremlino, gli incendi scoppiano di nuovo e più furiosi della notte precedente. Gli agenti di polizia ancora nascosti a Mosca questa volta hanno agito di persona e hanno fatto le cose per bene. Interi quartieri bruciano e nemmeno la pioggia che ricomincia a cadere quella stessa notte riesce a dare una mano agli uomini di Napoleone.
La strategia della “terra bruciata” favorisce lo zar che rifugiatosi a Pietroburgo temporeggia con Napoleone, il quale a sua volta rimane a Mosca un mese intero aspettando che il sovrano russo si decida a chiedergli la pace. Ma i numerosissimi soldati dell'Armata napoleonica devono sempre far fronte alla penuria di cibo: quelli all'interno della città riescono a trovare qualcosa saccheggiando le case e le cantine risparmiate dagli incendi, mentre le truppe che bivaccano fuori Mosca esposti alle forti piogge di quelle settimane, sono costrette a cominciare a mangiare i cavalli morti. Proprio le condizioni meteorologiche forniscono i primi segnali di una cattiva stagione che sta arrivando in anticipo.
A fine settembre cade un po' di nevischio, il 14 ottobre cade la prima neve. Napoleone, fino a quel momento ancora indeciso se passare l'inverno a Mosca, rompe gli indugi e comanda di ripartire. Le sue intenzioni sono quelle di ritornare entro i confini dell'alleata Polonia in una ventina di giorni, prima che giunga il vero freddo. Ma non ha fatto i conti con l'arrivo parecchio anticipato del generale inverno.
Il 19 ottobre la grande Armata di Napoleone ridotta a poco più di 110.000 uomini – dai più di 400.000 al momento dell'entrata in Russia – riparte da Mosca insieme a tutti i civili stranieri, soprattutto francesi, timorosi di subire le ritorsioni dei moscoviti al ritorno di questi nella loro città incendiata e saccheggiata.
Frammischiati ad essi, qualcosa come 40.000 carri, carrozze, calessi, trainati da cavalli pelle e ossa per la fame, che accrescono la confusione di quell'esodo. Gran parte di queste vetture portano ufficiali, donne, bambini, e naturalmente i feriti e gli ammalati.
Ma molte recano anche i frutti del saccheggio: opere d'arte, mobili, oggetti d'oro e d'argento, vestiti di lusso, pellicce, e persino libri finemente rilegati. Poco cibo però, e durante quella marcia sarebbe l'unica cosa essenziale.
Data la temperatura tutt'altro che mite, chi è riuscito a procurarsi qualche pelliccia la indossa sopra la divisa, e poco importa se è femminile e graziosamente colorata. Tanti altri si arrangiano indossando diversi strati di vestiti, destinati a diventare però ulteriore ricettacolo di parassiti e agenti patogeni.
Il 28 ottobre dopo aver percorso appena una settantina di chilometri, all'altezza di Mojaisk la temperatura scende a 4 gradi sotto zero e l'interminabile colonna di soldati e civili deve procedere sotto una tormenta di neve. Ma non è ancora nulla in confronto a quello che si incontra appena pochi giorni dopo dalle parti della città di Vjazma, a duecento chilometri da Mosca: la temperatura scende a 20 gradi sotto zero il 5 novembre, e a – 22 il giorno successivo. La neve la fa da padrona e la steppa russa assume la tipica veste di un'interminabile distesa bianca i cui riflessi danneggiano per di più anche gli occhi. Più oltre però è ancora peggio. Dopo la città di Krasnoe (all'incirca a metà strada tra Mosca e il confine polacco) a metà novembre, la temperatura scende a 28 gradi sotto zero. La lunga colonna si sgrana, i reparti di soldati si disgregano e si formano piccoli gruppi che cercano di aiutarsi a sopravvivere. La fame è tanta ed i cavalli che via via muoiono vengono macellati e divorati. A volte non si aspetta neppure che crollino a terra: mentre cercano di trascinare i carri con le loro ultime forze, vi sono alcuni che tagliano loro piccoli brandelli di carne dalle loro natiche per cibarsene.
A causa del gelo le ferite sanguinano poco ed i poveri cavalli ormai indolenti e sfiniti non reagiscono neppure.
Molti dei feriti a poco poco muoiono e vengono abbandonati lungo la via. Ma tantissimi altri che hanno lasciato Mosca in buona salute muoiono anch'essi per la fame e lo sfinimento, o per le malattie provocate dai parassiti che nonostante il gelo covano sotto gli strati sporchi di vestiti e pellicce; o ancora perchè presi dalla disperazione e dallo sconforto si buttano nella neve lasciandosi morire: in questo periodo dell'anno e a questa latitudine i giorni sono corti, e ciò oltre al freddo e alla fame deprime ulteriormente l'umore e la volontà di andare avanti. Accade poi di vedere gruppi di soldati che al calar della sera si siedono deboli e sfiniti in circolo attorno a un fuoco, ma poi si dimenticano di alimentarlo cadendo addormentati. Al mattino dopo vengono trovati morti congelati, come statue di ghiaccio, ancora seduti in circolo.
A tutta questa situazione già di per sè tragica si devono aggiungere i continui e micidiali agguati dei Cosacchi che tallonano tutta la colonna dei disperati, uccidendone a poco a poco i ritardatari, i dispersi e quelli che se ne distaccano per cercare cibo.
Ma anche gli scontri in grande stile con l'esercito regolare russo, ad esempio a Krasnoe (16-17 novembre) e al passaggio del fiume Beresina (27-28 novembre), provocano altre numerose perdite anche tra i civili, tra i quali molte donne e molti bambini.
Le temperature più basse si registrano tuttavia dal 27 novembre in poi nell'ultimo tratto di strada che dal fiume Beresina porta alla città lituana di Vilnius (non lontana dal fiume Niemen, la linea di confine). Non solo durante la notte ma a volte anche durante il giorno si toccano i 31 gradi sotto zero.
La lunga colonna di sopravvissuti si trascina in un silenzio assoluto e irreale poichè anche parlare procura l'immediato congelamento del proprio fiato sul viso. Si ode soltanto sulla strada ghiacciata, il continuo picchettare degli stracci di fortuna totalmente congelati che avvolgono i piedi di tutte quelle migliaia di relitti umani, che già da parecchio hanno consumato le scarpe o le hanno smarrite in mezzo alla neve.
Poco prima dell'arrivo alla città di Vilnius la lunga colonna viene raggiunta da una divisione di 12.000 soldati napoleonici (molti dei quali francesi) incaricati di proteggere la loro ritirata. Sono tutti giovani ben nutriti e in buona salute, ancora non provati dalla guerra e dalle marce, ma sono abbigliati con le normali divise d'ordinanza e niente di più. Sotto i 31 gradi sotto zero allora vengono letteralmente falcidiati dal gelo: “Li si vedeva barcollare per qualche istante e marciare con un passo insicuro, come se fossero ubriachi. Avevano la faccia arrossata e gonfia: finivano presto per rimanere totalmente paralizzati: i fucili cadevano dalle loro mani inerti, le loro gambe si piegavano e alla fine cadevano per terra”: è il resoconto di questo episodio nelle memorie dei medici sopravvissuti.(Blond, p. 422-423). Ben 8.000 di loro su 12.000 fanno questa fine.

L'isola di St. Vincent, un po' più a nord delle coste del Venezuela, è oggi uno dei tanti paradisi tropicali del Mar dei Caraibi ed è frequentata soprattutto dal turismo d'elite.
Oggi politicamente indipendente, al tempo di Napoleone costituisce invece una colonia inglese dove gli schiavi neri lavorano nelle piantagioni di caffè e cacao.
Le piante crescono bene, non solo perchè scaldate dal sole dei tropici, ma anche grazie al suolo dell'isola che è di origine vulcanica.
La sua cima più alta, il Soufriere (1234 m.) è infatti un vulcano che periodicamente si risveglia con potenti e pericolose eruzioni.
Il 27 aprile 1812, mentre Napoleone è tutto impegnato nei preparativi per la campagna contro lo zar, il vulcano viene scosso da un'improvvisa esplosione, e come nella classica eruzione di Pompei, emette una tale quantità di ceneri e gas da distruggere buona parte delle piantagioni. Le stime degli studiosi parlano di 550.000 Km3 di emissioni tra gas, ceneri e polveri la maggior parte dei quali rimangono sospesi nell'atmosfera per poi venir diffusi dalle correnti aeree un po' su tutto l'emisfero settentrionale.

Qualche mese dopo, il 6 agosto, mentre l'Armata napoleonica insegue l'esercito russo alla volta di Mosca, da tutt'altra parte del mondo, sull'isola maggiore dell'arcipelago delle Sangihe in Indonesia, un altro vulcano, l' Awu si risveglia anch'esso con una potente eruzione, brucia tutto quanto intorno a sè con una nube ardente uccidendo anche 953 persone, e a sua volta libera nell'atmosfera, ceneri, polveri e una gran quantità di gas (anche qui per un totale 550.000 Km3). Anche in questo caso, sia i gas che le polveri sottili rimangono in sospensione nell'atmosfera e vengono anch'esse sparpagliate ai quattro angoli del globo, sommandosi a quelle del Soufriere.
E' ormai assodato che le emissioni vulcaniche, in particolare quelle esplosive, sono in grado di modificare il clima provocando un certo calo nelle temperature medie in misura proporzionale alla quantità di gas e polveri che liberano, anche se limitatamente ad una durata di tempo pari a due o tre anni.
I meccanismi responsabili di tale fenomeno sono sostanzialmente due. Il primo è il velo di pulviscolo sottile che filtra i raggi solari riducendone la quantità e l'intensità che giunge negli strati bassi dell'atmosfera, sul suolo e sui mari, diminuendone quindi il riscaldamento da parte del Sole.
Il secondo fa entrare in causa l'anidride solforosa (SO2), emessa anch'essa in gran quantità dai vulcani, che combinandosi con le molecole d'acqua dell'umidità atmosferica si trasforma in acido solforico. Le molecole di quest'ultimo sospese nell'aria respingono anch'esse la luce solare verso lo spazio esterno, anche in condizioni di cielo sereno, e dunque contribuiscono a ridurre il riscaldamento della Terra. In più il pulviscolo vulcanico in sospensione nelle nubi è in grado di incrementare sia le precipitazioni piovose che quelle nevose in quanto sia le gocce di pioggia che i fiocchi di neve hanno necessità di trovare un nucleo di polvere per aggregarsi e formarsi.
Sulla base delle ricerche effettuate dai climatologi in questi ultimi decenni, ad esempio in occasione della gigantesca eruzione del Pinatubo nel giugno del 1991, è stato appurato che già dopo tre mesi dall'eruzione le emissioni vengono diffuse dalle correnti atmosferiche in ogni parte dell'emisfero (e normalmente solo in un emisfero, nord o sud, quello a cui appartiene il vulcano in questione), mentre all'incirca dopo 300 giorni/un anno si verifica la concentrazione maggiore di elementi vulcanici in maniera omogenea su tutta la superficie emisferica, con i relativi e proporzionali effetti sul clima. Dal momento che il Soufriere eruttò alla fine di aprile, tutto fa pensare che proprio verso la fine di luglio/inizio agosto del 1812 abbia cominciato a produrre i suoi effetti climatici sull'intero emisfero nord, Russia compresa, proprio nei giorni in cui l'Awu eruttava a sua volta. Con lo stesso intervallo di tempo nei primi giorni di novembre dovrebbero Mappa dei vulcani Awu, Mayon e Tambora essersi sommate le emissioni dell'Awu a quelle del Soufriere, queste ultime per di più notevolmente incrementate essendo trascorsi più di sei mesi dall'eruzione del vulcano caraibico. In effetti come abbiamo visto più sopra nella descrizione della ritirata, ad un agosto tutt'altro che estivo seguì un settembre pre-invernale nel quale oltre a continue piogge fredde cadde anche del nevischio. A metà ottobre con la caduta della prima neve (il 14) giunse praticamente l'inverno con due mesi di anticipo, mentre il 5 ed il 6 di novembre – cioè esattamente tre mesi dopo l'eruzione dell'Awu – la temperatura scese a 20-22 gradi sotto zero, per poi raggiungere anche i -31 alla fine dello stesso mese. E questi forti cali nelle temperature non furono un'esclusiva del territorio russo, ma coinvolsero anche le altre regioni europee. A partire proprio dal 1812 per continuare poi anche negli anni successivi, in Francia e altrove, sia le primavere che le estati furono fredde, i frutti della terra ebbero difficoltà a maturare, e le vendemmie vennero effettuate in ritardo. Anche i ghiacciai alpini subirono un'avanzata (Le Roy Ladurie, 1982, p. 63).

E' lecito dunque ipotizzare che le emissioni vulcaniche del Soufriere e dell'Awu possano da sole rendere conto del clima polare durante quella disastrosa campagna di Russia ? Se esse non dovessero sembrare sufficienti si potrebbe aggiungere – a puro titolo di cronaca – che nei primissimi giorni di quel vulcanico anno 1812 (tra il 1 e il 4 gennaio per la precisione) si era fatto sentire anche il Vesuvio con una eruzione mista, effusiva ed esplosiva, che se è vero che non ebbe certo la potenza di quella degli altri due vulcani, tuttavia non mancò di liberare nell'atmosfera la sua brava dose di emissioni, cominciando così a preannunciare l'“aria cattiva” di quell'anno.
Inoltre, proprio nel giorno in cui Napoleone invase la Russia, il 24 giugno, ebbe termine una lunga eruzione dell'Etna iniziata il 27 ottobre del 1811.
Le emissioni del Soufriere e dell'Awu rimasero in circolo nell'atmosfera terrestre anche nel successivo anno 1813 influenzando, con condizioni meteorologiche di abbondante pioggia, anche la campagna di Napoleone in Germania, rallentando gli spostamenti delle sue truppe e intralciando il traino dei cannoni che si impantanavano nel fango.
Tuttavia poichè tali difficoltà coinvolgevano ugualmente anche i suoi avversari, in realtà la sconfitta da lui subita a Lipsia ed il progressivo arretramento dell'esercito francese fino in Francia si dovettero più che al maltempo, alla superiorità numerica di Russi, Svedesi, Tedeschi e Austriaci e, come già detto, alla loro nuova strategia di attaccare e sconfiggere i suoi corpi d'armata isolati, sfuggendo nel contempo a Napoleone stesso quando questi si avvicinava.

Mentre l'imperatore dei francesi aveva il suo bel da fare per difendersi dagli eserciti avversari che ormai premevano ai confini della Francia, alla fine del 1813 (tra il 25 ed il 27 dicembre) l'irrequieto Vesuvio rovinò il Natale ai napoletani prorompendo con una forte esplosione in una ennesima eruzione.
Una parte del cono vulcanico addirittura crollò, una certa quantità di ceneri vennero scagliate fino a Napoli ed Ischia, e almeno 75.000 Km3 di emissioni vennero liberate in aria.

 Poco più di un mese dopo, nella notte tra il 31 gennaio ed il 1 febbraio 1814 un altro vulcano addormentato, il Mayon nelle Filippine, improvvisamente si risvegliò con tutta la sua potenza distruttiva. Fra lampi e bagliori infuocati un'enorme colonna di polveri e gas velenosi si innalzò verso l'alto, per poi ricadere alle pendici del cono bruciando e avvelenando ogni cosa al suo passaggio. Almeno 1200 persone morirono a causa dell'eruzione, mentre la quantità di emissioni liberate nell'atmosfera fu all'incirca uguale a quelle sprigionatisi dal Soufriere e dall'Awu, cioè 500.000 Km3. Quando dunque le emissioni di questi due ultimi vulcani si andavano esaurendo insieme ai loro effetti sul clima, quelle del Vesuvio e del Mayon subentrarono a loro volta, rimanendo in sospensione non solo per tutto l'anno 1814 (durante la permanenza di Napoleone sull'isola d'Elba), ma anche nel successivo 1815, allorchè si sommarono con quelle prodotte dalla più colossale eruzione della storia umana: quella del Tambora.

Nella notte tra l'1 e il 2 marzo 1815, Napoleone fuggito dall'Isola d'Elba, sbarcò a Golfe-Juan vicino Cannes. I reggimenti di soldati inviati contro l'ex-imperatore dal governo monarchico di Luigi XVIII finirono per unirsi a lui senza sparare un solo colpo. Anche il maresciallo Ney che dopo l'esilio di Napoleone all'Elba si era adattato a servire il nuovo governo monarchico, tornò ad ossequiarlo. Napoleone il 19 marzo fu di nuovo a Parigi. Ma mentre nelle settimane successive si preparava ad affrontare l'inevitabile reazione militare degli altri governi europei (che riuniti a Vienna nel celebre congresso avevano già cominciato a risistemare la carta dell'Europa), il 7 aprile la tranquilla isola indonesiana di Sumbawa venne sconvolta da un evento geologico di inaudita violenza. Il vulcano Tambora improvvisamente si risvegliò con una immane esplosione che disintegrò ben 1400 metri della sua struttura montuosa, liberando in aria nell'arco di cinque giorni – dal 7 al 12 aprile – non solo una quantità di gas pari a 200 milioni di tonnellate, ma soprattutto una enorme quantità di polveri e ceneri: tra i 100 ed i 300 chilometri cubici, secondo differenti calcoli. Quantità così gigantesche di emissioni furono sufficienti non solo per provocare decine di migliaia di vittime, ma anche per modificare già in breve tempo l'atmosfera ed il clima soprattutto dell'emisfero settentrionale, riducendo il passaggio e l'assorbimento della luce solare e favorendo le precipitazioni. Per dare un'idea, l'anno successivo, il 1816, è stato definito dai climatologi “l'anno senza estate” in quanto nel corso della primavera, ma in maniera sorprendente anche in estate, si ebbero gelate e precipitazioni nevose, alternate a periodi più miti ma per nulla caldi. L'inverno che ne seguì fu rigidissimo, tanto nel nord degli Stati Uniti, quanto in Europa. Persino il regolare ritmo dei monsoni nell'Oceano Indiano venne sconvolto, ed anche la Cina subì disastrose alluvioni. L'agricoltura ne soffrì moltissimo, e si ebbero gravi carestie sia in America che in Europa.
In quella tarda primavera del 1815 comunque, i gas e le polveri del Tambora, unite a quelle del Vesuvio e del Mayon, provocarono un aumento sostanzioso delle precipitazioni piovose, anche nella zona di Bruxelles, dove tra il 16 ed il 18 giugno si svolsero le ultime operazioni militari di Napoleone, a Quatre-Bras, Ligny e Waterloo.
In quell'ultima campagna, ad affrontare le truppe francesi vi erano sia l'esercito inglese del duca di Wellington (comprendente anche contingenti olandesi, belgi e tedeschi), sia l'esercito prussiano di Blucher che marciava da est per congiungersi all'armata britannica. La strategia complessiva di Napoleone era quella di impedire il loro ricongiungimento, affrontarli separatamente e sconfiggerli. Punto nodale importante era il crocevia di Quatre-Bras, per il quale doveva passare l'esercito prussiano. A partire dal 15 Napoleone affidò al maresciallo Ney il compito di occuparlo. Ma nonostante fosse difeso da appena 4.000 soldati britannici, fino al 16 mattina Ney esitò e si decise ad attaccare solo nel pomeriggio, allorchè il contingente inglese venne raggiunto da nuove truppe: dopo parecchie cariche, Ney riuscì ad avere ragione degli Inglesi, ma gli fu impossibile tenere occupato il crocevia a causa delle forti perdite, mentre Napoleone contemporaneamente impegnato presso la cittadina di Ligny contro i prussiani non potè dargli appoggio: anzi, contava proprio sul suo aiuto sempre che il maresciallo si fosse sbrigato subito.
Per due secoli gli storici si sono interrogati – e si interrogano ancora – sulle responsabilità di un esperto ufficiale come Ney che in quella campagna militare prese decisioni infelici e irragionevoli, non soltanto, come abbiamo visto a Quatre-Bras, ma anche nella famosa battaglia di Waterloo, il giorno 18. In quella occasione, com'è noto, poco dopo metà giornata il maresciallo prese autonomamente l'iniziativa di attaccare con ripetute cariche di cavalleria, l'esercito inglese arroccato sull'altura di Mont Saint-Jean, mentre attendeva l'armata prussiana. Napoleone stesso gli diede del folle mentre vedeva la sua cavalleria ripetutamente fatta a pezzi dai battaglioni inglesi, che non erano stati preventivamente indeboliti da nessun cannoneggiamento, secondo la classica tattica militare di quell'epoca. Ney però forse aveva dalla sua un valido motivo per trascurare l'artiglieria, lo stesso di cui erano consapevoli Napoleone e gli altri ufficiali, e cioè il terreno fradicio di pioggia.
Sin dalla sua partenza alla volta di Bruxelles, tra il 14 ed il 15 giugno, l'esercito francese era stato accompagnato dalla pioggia: una pioggia costante, che a tratti dava un po' di tregua, ma che diventò temporale torrenziale dalla sera del 16, intralciando le operazioni di Ney e Napoleone, rispettivamente a Quatre-Bras e Ligny, proseguendo con uguale intensità anche il giorno successivo. Ed anche durante la notte tra il 17 e il 18 continuò a piovere intensamente, costringendo i soldati a dormire in mezzo al fango sotto una doccia continua. La mattina dopo finalmente tornò il sereno, ma il terreno di Waterloo risultò un interminabile pantano dove si affondava fino al ginocchio nella melma. Tanto Napoleone quanto gli ufficiali si resero conto che non solo risultava quasi impossibile spostare velocemente sul terreno fradicio le pesanti batterie di cannoni, ma anche che il semplice uso strategico dell'artiglieria in quelle condizioni era quantomai vano: i proiettili sarebbero affondati nel fango semiliquido e non sarebbero esplosi, o se l'avessero fatto avrebbero finito solo col sollevare qualche schizzo di terreno bagnato, facendo ben poco danno tra le fila nemiche. Di qui l'attesa di Napoleone per buona parte della mattinata aspettando che il sole appena uscito rendesse il terreno un po' più asciutto. Di qui, nel frattempo, anche le manovre diversive – costate però numerosi soldati francesi - alla conquista di alcune posizioni per spingere gli Inglesi allo scoperto, mentre l'imperatore francese aspettava oltre che un terreno più asciutto anche alcune truppe spedite il giorno precedente da tutt'altra parte a bloccare i prussiani. Ma il comandante di queste truppe, Grouchy, non ricevette l'ordine speditogli nella notte da Napoleone di raggiungere il campo di Waterloo, con la conseguenza che le truppe non arrivarono mai ed i prussiani riuscirono ugualmente ad avvicinarsi nel primo pomeriggio al campo di battaglia e alle truppe di Wellington. Quando esse apparvero all'orizzonte, Ney decise probabilmente anche per tale motivo di rompere gli indugi intuendo che la situazione si sarebbe fatta in ogni caso più critica. Così anche senza l'ausilio dell'artiglieria, i cui pezzi continuavano ad impantanarsi nel fango facendo perdere altro tempo prezioso, si gettò insieme a tutta la cavalleria all'attacco, sperando che quell'atto coraggioso servisse a rompere le linee inglesi. Ma i cavalieri vennero ripetutamente abbattuti dagli esperti fucilieri britannici e nemmeno i reggimenti di fanteria mandatigli dietro da Napoleone per cercare di riparare alla sua infelice mossa, riuscirono a contenere la carneficina, finendo anch'esse falcidiate dal fuoco avversario. Lo stesso Napoleone riuscì a sfuggire a malapena ai suoi avversari, anche se com'è noto, la sconfitta di Waterloo segnò in ogni caso il tramonto definitivo dell'epopea napoleonica, e l'esilio dell'imperatore dei francesi, dopo qualche mese, sull'isola britannica di S. Elena.
Così come in Russia, anche a Waterloo le sfavorevoli condizioni meteorologiche, certamente aggravate dalle emissioni vulcaniche, si rivelarono una variabile di fondamentale importanza nel determinare la sconfitta di Napoleone. Senza quelle catastrofiche eruzioni vulcaniche il maltempo sarebbe stato altrettanto intenso da ostacolare la Grande Armata francese ? E l'imperatore dei francesi sarebbe riuscito ad avere ragione dei suoi avversari ? In definitiva tuttavia, porsi domande di tal genere sarebbe come chiedersi quale sarebbe stata la storia della Francia e dell'Europa intera se il figlio più famoso dell'avvocato Carlo Buonaparte invece di intraprendere la carriera militare avesse fatto tutt'altro mestiere.


Fonte:http://digilander.libero.it/ipercultura/vulcani-napoleone.htm






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TEMPESTA GLOBALE,ART BELL,WHITLEY STRIEBER;LA PROSSIMA ERA GLACIALE,ROBERT W.FELIX;ARCHEOLOGIA PROIBITA,STORIA SEGRETA DELLA RAZZA UMANA,MICHAEL A.CREMO,RICHARD L. THOMPSON;MONDI IN COLLISIONE,IMMANUEL VELIKOVKY;LE CICATRICI DELLA TERRA,IMMANUEL VELIKOVSKY;HO SCOPERTO LA VERA ATLANTIDE,MARCO BULLONI;GLI EREDI DI ATLANTIDE,RAND FLEM ATH;IL PIANETA DEGLI DEI,ZACHARIA SITCHIN;IMPRONTE DEGLI DEI,GRAHAM HANCOCK;LA FINE DI ATLANTIDE,RAND FLEM ATH;I MAYA E IL 2012,SABRINA MUGNOS;LA VENDETTA DEI FARAONI,NAUD YVES,L'EGITTO DEI FARAONI,NAUD YVES;LA STORIA PROIBITA,J.DOUGLAS KENYON;SOPRAVVIVERE AL 2012,PATRICK GERYL;STATO DI PAURA,MICHAEL CHRICHTON;APOCALISSE 2012,JOSEPH LAWRENCE;I SERVIZI SEGRETI DEL VATICANO,DAVID ALVAREZ;GENGIS KHAN E L'IMPERO DEI MONGOLI,MICHAEL GIBSON;SCOPERTE ARCHEOLOGICHE NON AUTORIZZATE,MARCO PIZZUTI;UNA SCOMODA VERITA',AL GORE;ECC..
(NON TUTTI GLI ARGOMENTI O TALVOLTA I LIBRI STESSI SONO DA ME CONDIVISI)

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