ATTUALE CONFIGURAZIONE PLANETARIA DEL SISTEMA SOLARE


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lunedì 21 dicembre 2015

L'IRAQ A RENZI: SIAMO PRONTI A COMBATTERVI


Dopo le minacce di Hezbollah ai 450 soldati italiani che raggiungeranno Mosul, anche il presidente della Commissione Difesa del Parlamento iracheno, Hakim Zamili, ha definito "irragionevole e illogico" il dispiegamento dei militari italiani a difesa dei lavori di manutenzione della diga, nel governatorato settentrionale di Ninive.
"Abbiamo davvero bisogno dei combattenti italiani?", si è chiesto l’esponente del movimento politico-religioso sadrista, in un comunicato, affermando che le forze irachene sono in grado di proteggere la struttura da sole.
Secondo il politico di Baghdad, sono in atto delle manovre per "tracciare nuovi confini tra sunniti, sciiti, curdi e arabi" e per "dividere l’Iraq con il pretesto della guerra contro Daesh", acronimo arabo di Stato islamico in Iraq e Siria.
Zamili ha anche ricordato che "la mancanza di coordinamento con il governo regionale del Kurdistan" ha permesso l’ingresso "di truppe turche nei campo a Zlican e Bashiq, nell’area di Mosul". Il presidente della commissione parlamentare ha quindi minacciato di "combattere tutti coloro che vengono in Iraq senza un motivo legittimo e senza l’autorizzazione del governo".


Fonte:http://www.ilgiornale.it/news/mondo/schiaffo-dellirak-renzi-siamo-pronti-combattervi-1206189.html?mobile_detect=false

giovedì 10 dicembre 2015

LA RUSSIA ARMA IL KURDISTAN IRACHENO


MOSCA - Il Kurdistan iracheno è ''al sicuro'' grazie alle armi russe. Lo sostiene il quotidiano moscovita Kommersant. La Russia, scrive, ha fornito aiuti militari - incluse la fornitura di armi da fuco leggere - alle milizie curde irachene, i Peshmerga - come riportato anche dalla testata curda Rudanw, che cita il console generale della Federazione Russa a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno. I rappresentanti dei curdi iracheni in Russia non hanno voluto commentare questa informazione. Lo stesso ambasciatore russo a Baghdad ha precisato pero' che ''nulla e' cambiato'' e che Mosca rifornisce di armi i curdi ''solo passando attraverso le autorità del governo centrale'' e non ''direttamente'', come sostenuto dal quotidiano moscovita.

Fonte:http://www.ilnord.it/b-7735_LA_RUSSIA_ARMA_IL_KURDISTAN_IRACHENO_I_PESHMERGA_FINALMENTE_POSSONO_COMBATTERE

lunedì 7 dicembre 2015

L'IRAQ PRONTO A RIVOLGERSI ALLE NAZIONI UNITE PER L'OCCUPAZIONE DELL'ESERCITO TURCO

In precedenza alcuni media avevano riferito che le autorità turche avevano spostato diverse centinaia di soldati e veicoli blindati nel nord dell'Iraq.

Il premier della Turchia Ahmet Davutoglu ha scritto una lettera al capo del governo iracheno Haider al-Abadi, garantendo che Ankara non avrebbe preso nessuna misura che potesse violare la sovranità e l'integrità del Paese iracheno. Lo ha riferito l'amministrazione del primo ministro turco.
"Non ci sarà alcun dispiegamento di truppe nella base militare di Ba`shiqah vicino a Mosul finchè non verranno risolte alcune questioni delicate", — è scritto nella lettera.
Al momento il trasferimento delle truppe turche in Iraq è stato sospeso. Inoltre Davutoglu ha assicurato che la Turchia sostiene il governo iracheno nella lotta contro il Daesh (ISIS) e intende ampliare la cooperazione con Baghdad su questo punto.
Secondo le dichiarazioni del ministero della Difesa della Turchia, la scorsa settimana sono stati inviati in Iraq circa 150 soldati e 25 carri armati per supportare e addestrare le milizie curde (peshmerga). L'addestramento dei Peshmerga dovrebbe essere condotto in 4 province settentrionali dell'Iraq, dove sono in corso i combattimenti contro i terroristi del Daesh. In particolare le milizie curde verranno addestrate per utilizzare le mitragliatrici pesanti e l'artiglieria, così come sulle operazioni di soccorso. Nel programma di assistenza militare della Turchia prendono parte circa 2.500 peshmerga.
Come affermato dalla leadership del Kurdistan iracheno, l'esercito turco è realmente entrato in Iraq per sostituire gli altri militari già presenti. Molto probabilmente i nuovi soldati arrivati verranno dislocati non solo nei pressi di Mosul, ma anche nelle aree di Soran e Kalacholan vicino al confine iraniano.
Con un ultimatum Baghdad aveva chiesto ad Ankara di ritirare le sue truppe dall'Iraq, dal momento che sono entrate nel Paese senza il consenso del governo centrale iracheno. Se non si sarebbero ritirate entro 48 ore, Haider al-Abadi aveva promesso di appellarsi alle Nazioni Unite.
Le 48 ore scadono oggi, lunedì 7 dicembre.

Fonte:http://it.sputniknews.com/mondo/20151207/1677146/Peshmerga-Curdi-Kurdistan-Daesh-Terrorismo.html#ixzz3teSq1ehS

venerdì 27 novembre 2015

ERDOGAN SOGNA DI FAR RIVIVERE L'IMPERO OTTOMANO

Secondo Omran al-Zoubi il desiderio di dividere la Siria e l'Iraq in emirati o province nasconde le mire di realizzare protettorati.
La leadership turca vuole dividere la Siria e distruggerla nella speranza di far rivivere l'Impero Ottomano nei territori occupati anticamente. Lo ha detto il ministro dell'Informazione siriano Omran al-Zoubi in una intervista.
"L'obiettivo della Turchia è quello di far rivivere l'Impero Ottomano che in precedenza era diviso in province. C'erano le province di Damasco, Mosul, Aleppo, Gerusalemme, Beirut, e così via, ed è questo obiettivo principale che sta portando al desiderio di dividere la Siria e l'Iraq in emirati o province. Che esisterebbe sotto il protettorato dell'impero e dei suoi interessi. Questi tipi di ambizioni sollevano polemiche con gli Stati Uniti", ha chiarito al-Zoubi aggiungendo che le ambizioni di Ankara e degli alleati occidentali sono state messe a rischio dopo l'inizio della campagna militare russa in Siria.
"L'Intervento inaspettato della Russia ha cambiato l'equilibrio dei poteri" ma l'Occidente "vuole guidare la Russia fuori dal mondo arabo e renderlo un nemico della regione come la Libia o lo Yemen", ha concluso al-Zoubi.


Fonte:http://it.sputniknews.com/politica/20151127/1622705/Erdogan-Impero-Ottomano.html

venerdì 6 novembre 2015

L'AMERICA ALL'IRAQ: O NOI O LA FEDERAZIONE RUSSA

Gli sciiti iracheni chiedono al premier Al' Abadi di rivolgersi alla Russia per ottenere aiuto militare contro l'ISIS. Il leader iracheno invece ha paura di rompere in questo modo le relazioni con Washington.

Dopo l'intervento russo nel conflitto siriano il Medio Oriente è diventato l'arena della partita a due tra USA e Russia. In Siria il pallino del gioco è saldamente nelle mani della Russia. Gli attacchi aerei e con missili dell'aeronautica russa si sono dimostrati ben più efficaci di quelli dell'aviazione americana. Mosca in tre settimane si è trasformata nel giocatore principale in Siria ed ha estromesso gli americani, che non hanno raggiunto alcun risultato in un anno di bombardamenti contro l'ISIS.
La coalizione internazionale guidata dagli USA in 15 mesi, dall'agosto del 2014, ha inflitto più di 7 mila attacchi missilistici contro le posizioni dell'ISIS e degli altri gruppi della Jihad sunnita, eppure queste formazioni non sono state sconfitte, anzi proprio loro a maggio hanno conquistato Palmira e Ramadi in Iraq.
Tuttavia, il rifiuto degli USA a collaborare con Damasco e gli sciiti si ripercuote in maniera negativa sull'efficacia dei bombardamenti, perché la coalizione non disponde di informazioni d'intelligence dettagliate, che possono essere ottenuto soltanto a terra. Gli aerei USA si basano soltanto sui dati dei curdi siriani, che non sono sempre esatti e coprono soltanto la zona nord-orientale del paese.
I risultati degli attacchi dell'aviazione russa contro le posizioni dei terroristi in Siria hanno prodotto effetti anche nel vicino Iraq. L' Independent di Londra, citando deputati iracheni, scrive che il premier iracheno Al' Abadi si trova ora sotto una "grande pressione". La sua formazione politica, "Alleanza Nazionale" gli ha chiesto di chiedere a Mosca aiuto militare contro l' ISIS.
Abadi per il momento rimane sornione di fronte alle istanze del suo partito e risponde dicendo di non volere mettere a rischio le relazioni con gli USA. Il generale Joseph Danford, presidente del comitato unitario dei Capi dei quartier generali degli USA, è stato di recente in visita in Iraq ed ha chiesto alle autorità iraniane di non rivolgersi alla Russia, mettendo Baghdad di fronte ad un ultimatum: o l'America o la Russia.
Al' Abadi è in una posizione difficilmente invidiabile. Sul fronte nazionale la sua debolezza è sancita dal non essere riuscito a riprendersi i territori persi per mano dei jihaidisti l'anno scorso.
I leader sciiti si lamentano del fatto che i soldati americani si rifiutano di sostenere i loro reparti con attacchi dall'aria. La milizia sciita è più motivata e disciplinata dei soldati regolari, che ancora non sono tornati in sè dopo le disfatte dell'anno scorso.
Abadi è sempre più al centro di critiche per la sua incapacità di decidere. Le maggiori organizzazioni armate sciite "Badr", "Ahrar al Hak" e "Kataib Hezbollah" agiscono in piena autonomia dal governo di Baghdad e secondo quanto ritengono a Washington e in altre capitali arabe, si trovano sotto la diretta influenza di Teheran.
La milizia sciita, come afferma l'agenzia Reuters, conta su 100 mila uomini e la maggior parte dei giovani sciiti oggi preferisce arruolarsi con loro, che non tra le fila dell'esercito regolare. Anche l'esercito iracheno è sotto il controllo sciita: secondo i dati in possesso della Reuters, circa il 70% degli ufficiali del ministero della difesa iracheno mette al primo posto la fedeltà alla milizia e non quella a Baghdad.

Fonte:http://it.sputniknews.com/mondo/20151104/1467021/RUSSIA-IRAQ-USA-ULTIMATUM.html#ixzz3qjJ9r2TZ

martedì 3 novembre 2015

IN IRAQ UNA VISITA DI UN FUNZIONARIO RUSSO DI ALTO LIVELLO POTREBBE PORTARE AD UNA SVOLTA


Tra Russia e Iraq c'è un regolare scambio di esperti, pertanto la necessità di una visita di alto livello potrebbe sorgere in qualsiasi momento, ha detto l'ambasciatore della Federazione Russa a Baghdad Ilya Morgunov, intervistato dall'agenzia RIA Novosti.
"L'agenda del futuro immediato al momento non prevede visite di questo tipo, ma la situazione nella regione è talmente dinamica che la necessità di una visita di questo tipo potrebbe sorgere in qualsiasi momento. Per quanto riguarda gli esperti, tra di noi c'è un intenso scambio di delegazioni che funziona bene", — ha detto l'ambasciatore.
Valutando lo stato corrente delle relazioni economiche tra i due paesi, Morgunov ha detto che esso non corrisponde all'alto livello dell'interazione politica.
"Le relazioni economico-commerciali saranno certamente intensificate, l'interesse è reciproco. L'ambasciata riceve regolarmente richieste di imprenditori russi e iracheni che vogliono essere aiutati ad avviare cooperazioni. A nostro giudizio, possono essere considerate buone le prospettive della nostra industria metalmeccanica e del nostro settore agricolo, specie nel comparto dei cereali, come anche quelle dell'industria chimica, alimentare, cartiera e di alcuni altri settori", — ha rilevato l'ambasciatore.
Il diplomatico si è detto certo che nonostante i problemi della sicurezza e le difficoltà pratiche che ne derivano, "il grado di interesse reciproco che stanno dimostrando gli imprenditori russi e iracheni rende risolvibili tutti i problemi".

Fonte:http://it.sputniknews.com/economia/20151103/1468905/Russia-Iraq-cooperazione.html#ixzz3qQvNYM37

giovedì 29 ottobre 2015

L'IRAQ VERSO L'INDIPENDENZA DAGLI STATI UNITI

Da quando i russi hanno iniziato i bombardamenti in Siria, un fatto è evidente. Gli Stati Uniti sono sulla strada giusta per divenire una potenza di secondo piano, proprio come i russi negli anni ’90.

Viviamo non più in un mondo unipolare, dove i nostri militari possono gettarsi di peso senza affrontare alcuna concorrenza. D’ora in poi, ogni conflitto in cui il nostro esercito è impegnato, sarà condiviso con le altre potenze mondiali non troppo contente di farci dominare il pianeta. E ciò significa che il campo di battaglia del futuro sarà colmo di situazioni particolari, molto simile a questa: “All’inizio del mese, i miliziani sciiti in Iraq sbarcavano un carro armato Abrams statunitense nella struttura per riparazioni degli USA, dove i lavoratori furono sorpresi di trovarvi una mitragliatrice russa con munizioni iraniane, ha saputo Defense News. Il carro armato M1A1, uno dei 146 in prima linea che gli Stati Uniti hanno venduto a Baghdad, è stato trasportato attraverso la Zona Verde in un centro di assistenza iracheno appoggiato dagli USA, ad al-Muthana, istituito dal programma del Pentagono Foreign Military Sales (FMS). Il carro armato era dotato di una mitragliatrice russa da 12,7 mm dotata di munizioni iraniane, secondo una fonte della struttura. “Una volta che tutte le munizioni sono state rimosse, come da procedura, dal personale iracheno, abbiamo notato sigle iraniane sul retro dei bossoli. Sembra abbiano installato una mitragliatrice russa con munizioni iraniane sul carro armato Abrams“. A parte l’assurdità della situazione, ciò la dice lunga sulla situazione attuale degli Stati Uniti in Medio Oriente. Per cominciare, è importante notare che gli Stati Uniti non hanno dato alle milizie sciite il permesso di utilizzare questi carri armati, perché sostenute dall’Iran. Ogni pezzo dell’equipaggiamento in Iraq è sottoposto a disposizioni, e questa è una grave violazione di tali accordi. Tuttavia, l’incidente non è un caso. E’ altamente improbabile che le forze irachene avrebbero permesso a uno di questi veicoli di sfuggirgli, a meno che non lo volessero. Allora perché l’avrebbero fatto? Perché non possono combattere lo SIIL per conto proprio, anche se con l’appoggio del governo degli Stati Uniti (per ovvie ragioni). Hanno bisogno delle milizie sostenute dall’estero per combattere lo SIIL, perché il personale formato dal nostro governo è incompetente. E in realtà, è solo un piccolo segno di un cambiamento molto più grande nel governo iracheno. Dato che gli Stati Uniti sono completamente inutili nella lotta contro lo SIIL, si volge verso l’alleanza russo-iraniana per chiedere aiuto. Funzionari iracheni, frustrati da ritmo e profondità della campagna militare degli Stati Uniti contro lo Stato islamico, hanno detto che si appoggiano pesantemente sull’ex-rivale della guerra fredda di Washington, la Russia, nella battaglia contro i jihadisti sunniti. Due generali russi sono di stanza presso il centro d’intelligence a Baghdad, secondo un funzionario iracheno che ha chiesto di non essere nominato. Zamili, un leader politico sciita, ha detto che ciascuno dei quattro Paesi membri ha sei rappresentanti nel centro di scambio delle informazioni e della cooperazione per la sicurezza, che si riuniscono nella “Zona Verde” fortificata di Baghdad, che un tempo ospitava la base dell’occupazione statunitense. “Troviamo estremamente utile”, ha detto il funzionario iracheno. “L’idea di formalizzare il rapporto con Iran, Russia e Siria. Volevamo un’alleanza militare in piena regola“.
E’ difficile esprimere quanto grande sia la questione. Da tempo, il governo iracheno è stato poco più di una base operativa avanzata degli interessi degli Stati Uniti, e adesso sostanzialmente abbandona i suoi “benefattori” in cambio di un aiuto reale. E perché non dovrebbe? Siamo stati la peggiore minaccia degli iracheni per decenni. Abbiamo contribuito a finanziare e armare Sadam Husayn, il loro dittatore più spietato nella memoria recente. Abbiamo invaso e polverizzato il loro Paese in due diverse occasioni, e l’abbiamo così malridotto che abbiamo creato un vuoto di potere che ha permesso allo SIIL di prosperare. Poi abbiamo venduto il loro Paese allo SIIL per finanziarlo e addestrarlo nella speranza che rovesciasse Assad, senza che c’importasse quanto ciò avrebbe danneggiato l’Iraq. Quindi mollarci per i russi e gli iraniani è probabilmente la migliore decisione che l’Iraq abbia mai preso, perché gli Stati Uniti non cercano alleati. Troviamo solo Paesi che possiamo usare e abusare più e più volte. Siamo l’equivalente globale del sociopatico. Ci aspettiamo che gli incidenti, come abbiamo visto con il carro armato Abrams, siano sempre più frequenti in futuro. Non è un caso che le forniture russe e iraniane appaino sui veicoli che abbiamo venduto all’Iraq. Hanno bisogno di un aiuto reale, se non vogliono che il loro Paese si trasformi in un film di Mad Max per i prossimi dieci anni. Non sono ancora pronti a recidere completamente il cordone ombelicale con noi, quindi non possono permettere a russi e iraniani di addestrare ed equipaggiare apertamente i loro soldati (ne hanno un disperato bisogno). Così, invece devono accontentarsi di lasciare le milizie non regolari fare il lavoro pesante. Queste forze per procura gli danno un certo grado di negazione plausibile, avendo bisogno dell’aiuto dai loro nuovi alleati. Considerate la nuova situazione. Non solo i nostri alleati lentamente si allontanano da noi, ma anche i Paesi che abbiamo assolutamente occupato sfuggono alla presa del nostro governo.


Fonte:https://aurorasito.wordpress.com/2015/10/27/liraq-verso-lindipendenza-dagli-stati-uniti/

lunedì 19 ottobre 2015

DOPO LA SIRIA ANCHE L'IRAQ GUARDA ALLA FEDERAZIONE RUSSA PER FERMARE L'ISIS

Due deputati iracheni difendono l'intervento russo in Siria contro il Califatto dopo i risultati ottenuti. Watani invita il governo iracheno a chiedere l'aiuto russo.

In un'intervista ad Asia News, il parlamentare iracheno Yonadam Kanna, dell'Assyrian Democratic Movement, ha definito l'intervento russo "molto più efficace" nella lotta allo Stato Islamico, rispetto a quanto "fatto sinora dalla coalizione internazionale" guidata dagli Stati Uniti.
Secondo Kanna, "Europa e Stati Uniti non hanno sostenuto i movimenti democratici di opposizione in Siria, ma i terroristi".
Ora, prosegue il deputato cristiano, è necessario che Mosca "non vada per conto proprio, ma si coordini con le altre forze sul terreno come gli Stati Uniti", perché
anzitutto deve essere evitato che si pensi all'intervento russo come una manovra "per difendere gli sciiti dai sunniti, così come l'America e l'Occidente non devono sembrare i difensori dei sunniti dagli sciiti".
La soluzione del problema è che entrambi devono essere "uniti nella lotta al terrorismo" e "non devono sembrare difensori dei cristiani contro l'islam".
Intanto, Mohammed al Saadoun Sayhood, deputato iracheno di Watani, coalizione parlamentare che raccoglie i principali partiti sciiti, ha invitato il governo di Baghdad a chiedere alla Russia di effettuare bombardamenti in Iraq. La situazione militare e di sicurezza in Iraq, secondo il parlamentare, è cambiata repentinamente dopo l'istituzione di un centro d'intelligence congiunto tra Russia, Iran, Siria e Iraq, situato a Baghdad, "evidenziando la debolezza dello Stato islamico e la superficialità degli Usa e della sua coalizione".
Secondo al Saadoun Sayhood, lo Stato islamico è "una bolla vuota" ingigantita dagli apparati dell'ex regime baathista di Saddam Hussein, dai media regionali e occidentali allo scopo di dividere l'Iraq e la regione per creare un nuovo progetto di Medio Oriente per estendere e proteggere l'entità sionista".

Fonte:http://it.sputniknews.com/mondo/20151019/1387483/iraq-russia-isis-raid.html#ixzz3p1s0JQn3

martedì 6 ottobre 2015

LA FEDERAZIONE RUSSA E' PRONTA A UNA RISOLUZIONE ANCHE IN IRAQ

di Eugenio Cipolla

Il futuro a breve termine potrebbe riservarci scenari fino a poco tempo fa improbabili. Come quello di una Russia egemone e padrona indisturbata del Medio Oriente, dove l’immobilismo di Usa ed Europa stanno producendo solo vantaggi per la politica estera di Mosca. Direttamente dalla Giordania, dove è in visita assieme a una delegazione ufficiale di parlamentari per discutere di cooperazione economica e militare, il presidente del Consiglio della Federazione russa, Valentina Matvienko, ha fatto sapere che la Russia potrebbe esaminare l’ipotesi di una serie di attacchi aerei militari contro i militanti dello Stato islamico in Iraq, qualora dovesse ricevere dal governo di Baghdad una richiesta in tal senso. «Nel caso di una richiesta ufficiale dell’Iraq alla Federazione Russa – ha detto Matvienko – la leadership del paese prenderà in considerazione la fattibilità politica e militare del coinvolgimento delle nostre forze aeree in operazione sul campo. Tale richiesta non è stata ancora fatta, dunque vi prego di non specularci sopra».
Nel frattempo caccia da combattimento russi, Sukhoi Su-25, Su-24M e bombardieri Su-34, hanno cominciato raid aerei intorno alla città di Palmira, nella Siria centrale. A renderlo noto è stata la tv di stato siriana, secondo la quale l’aviazione russa ha iniziato a bombardare l’area che una volta era la sede di uno dei principali siti archeologici del paese, rasa al suolo dalla foga dai terroristi islamici.
Il vero scontro in queste ore, però, non è tra la Russia e l’Isis, ma tra la Russia e l’Occidente. La Nato oggi, attraverso il segretario generale Stoltenberg, è tornata ad accusare Mosca di colpire i civili e non i militanti del califfato. «Chiedo alla Russia di evitare nuove tensioni con la Nato», ha detto Stoltenberg, definendo inaccettabile la violazione dello spazio aereo turco da parte dei jet russi. Un’accusa, quella del diplomatico norvegese, che a Mosca non ha affatto gradito. “Giusto l’altro giorno la Nato ha bombardato un ospedale pieno di civili a Kunduz e ora ci vengono a fare la morale”, è il ragionamento che fanno dalle parti del Cremlino.
La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, è tornata ad attaccare i media occidentali, accusandoli di aver orchestrato «una forte campagna anti-russa contro le operazioni di Mosca in Siria», mentre Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino, ha dichiarato che la Russia sta lavorando esclusivamente per colpire i gruppi terroristi presenti sul territorio siriano. «Più volte sia il presidente della Russia che i militari – ha detto Peskov - hanno sottolineato che l'obiettivo degli attacchi sono le organizzazioni e i gruppi terroristici che si trovano sul territorio della Siria e che stanno attaccando le forze armate e le città di questo Paese. Lì di questi gruppi ve ne è un gran numero».
Intanto a sparigliare ancora di più le carte potrebbe arrivare volontari russi che hanno combattuto nell’ultimo anno e mezzo a fianco dei separatisti del Donbass, in est Ucraina. Vladimir Komoyedov, presidente della Commissione Difesa del Parlamento russo, non ha escluso una ipotesi del genere dopo le dichiarazioni del presidente ceceno, Razman Kadyrov, che aveva annunciato di essere pronto, ma solo dopo un eventuale via libera di Putin, ad inviare forze in Siria per operazioni speciali. «Sicuramente, unità di volontari russi combattenti saranno tra le file dell'esercito siriano», ha fatto sapere Komoyedov. Secondo fonti russe, sono tra 2.500 e 5mila i 'foreign fighters' russi che potrebbero presto sbarcare in Siria. Il Cremlino ha chiarito che non ha intenzione di inviare truppe di terra in Siria, proseguendo esclusivamente con i raid aerei a sostegno delle forze di Assad.


Fonte:http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=12901

giovedì 1 ottobre 2015

LA FINE DEL MONDO UNIPOLARE


Il 30 settembre 2015 il Parlamento russo ha approvato la richiesta del Presidente Vladimir Putin sull’invio di truppe russe all’estero e l’uso della forza aerea nella Repubblica Araba di Siria. Si apre una nuova fase di interventi futuri e installazioni di basi militari della Russia nei Paesi alleati su richiesta dei governi sovrani. L’approvazione da parte del Senato del Parlamento russo indica che l’unipolarismo egemonico degli Stati Uniti d’America volge al termine. Ciò non significa che si arriva alla fine della storia, potremmo anzi dire che assistiamo a una nuova era di conflitti e sviluppo degli armamenti che comprenderà lo spazio. Sotto il governo di Vladimir Putin (a differenza dell’URSS della perestrojka), la Russia è attenta a non avventurarsi in un conflitto armato all’estero e alle richieste di Paesi alleati come la Repubblica araba siriana, principalmente per due motivi:
1. Rispettare convenzioni e risoluzioni del diritto internazionale ed evitare la morale della “forza” (nel gioco diplomatico) di altri Paesi, come ad esempio i membri chiave dell’organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), verso le norme internazionali.
2. Non ripetere la sconfitta amara dell’intervento delle forze militari in Afghanistan nel 1979 – 1989, quando Arabia Saudita e Stati Uniti d’America finanziarono la guerriglia jihadista contro le truppe sovietiche, usando il territorio pakistano come base logistica e di addestramento dei mujahidin, preludio alla nascita del radicalismo “islamico”.
L’approvazione del Parlamento russo all’uso delle forze militari all’estero, soprattutto per eliminare il terrorismo in Paesi come la Siria, non si limita alle basi militari che la Federazione russa (nel prossimo futuro) costruirà o ingrandirà nei Paesi alleati. Un esempio è l’aumento delle navi da guerra, e ampliamento ed ammodernamento della base navale di Tartus, nella Repubblica araba siriana fin dal 1971. Vladimir Putin ha detto “La Russia non ha praticamente basi all’estero. Abbiamo i resti delle nostre forze armate, rimanenti dall’Unione Sovietica, in Tagikistan a lottare contro la minaccia terroristica al confine con l’Afghanistan. È abbiamo una base aerea in Kirghizistan, volta allo stesso obiettivo, creata dopo gli attacchi terroristici dall’Afghanistan contro il Kirghizistan, su richiesta della dirigenza del Kirghizistan. Una base militare in Armenia rimane dall’Unione Sovietica, ospitando una nostra divisione“. Queste basi aeree saranno attivate nei prossimi mesi nella lotta al terrorismo. Oltre alle manovre navali della Russia nel Mar Mediterraneo, nelle ultime settimane gli aerei dell’Aeronautica russa Su-24, Su-25, droni ed elicotteri da combattimento sono arrivati negli aeroporti siriani iniziando a compiere voli da ricognizione su Dayr al-Zur, Hasaqah, Raqa, Suwayda, Homs e Damasco, raccogliendo informazioni e rilevando le posizioni dei terroristi di Stato islamico e al-Nusra, affiliata ad al-Qaida. Hanno anche installato computer e laboratori elettronici per rilevare i movimenti dei gruppi terroristici attraverso i satelliti. La Russia ha esteso l’infrastruttura di alcuni aeroporti siriani e posto perimetri di sicurezza per proteggere uomini e mezzi.

La Russia si propone di combattere sul serio il terrorismo
Su-24-rockets-Russian-MoD La Russia non ha partecipato direttamente agli attacchi contro lo Stato islamico in Siria o Iraq. Come non ha partecipato direttamente a conflitti in altri Paesi. Il governo di Vladimir Putin ha assistito con pazienza alle evidenti aggressioni economiche, mediatiche e politiche di Stati Uniti ed Europa contro la Russia. Gli errori di Unione Europea, NATO e Stati Uniti d’America sono state le armi migliori della Russia, oggi leader di un piano credibile contro il terrorismo dopo il fallimento degli “alleati” nell’estinguere il terrorismo dello Stato Islamico che hanno impiantato in Siria e Iraq, e diffusosi in altri Paesi. L’accordo sulla cooperazione su intelligence e sicurezza tra Russia, Iraq, Siria e Iran, il 27 settembre 2015, per combattere i gruppi terroristici di Stato islamico e al-Qaida è un segno del ruolo vitale che la Russia gioca quando entrano in azione potenza aerea e consulenza militare degli eserciti di Siria e Iraq. Le condizioni previste dalla Russia per impegnarsi nella lotta al terrorismo in Siria e in Iraq, sono arrivate:
• I governi colpiti dal terrorismo di Stato islamico e al-Qaida, come Iraq e Repubblica araba di Siria, hanno chiesto l’intervento delle forze militari russe per eliminare i gruppi terroristici (nel quadro internazionale).
• La forza aerea della coalizione guidata dagli Stati Uniti d’America non ha dimostrato efficacia nella lotta al terrorismo, ed ha anche fatto tutto il contrario, Stato islamico e al-Nusra si sono rafforzati con armi e uomini giunti da altri Paesi, come l’Europa.
• Dopo la riunione dei presidenti di Russia e Stati Uniti d’America nell’ambito della 70.ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite, hanno concordato dei canali di comunicazione tra gli eserciti russo e statunitense per evitare errori negli attacchi ai gruppi terroristici in Siria.
• Il Senato del Parlamento russo ha approvato l’invio di truppe all’estero e l’uso della forza armata in Siria.
• Vi è un accordo di cooperazione tra Iran, Siria, Russia e Iraq per combattere il terrorismo e infine l’accordo di cooperazione sarà esteso ad altri Paesi, creando l’Alleanza della lotta contro al-Qaida e Stato islamico.
La Russia cerca con questo piano di combattere sul serio il terrorismo, mostrare i muscoli della rinascita a superpotenza, ponendo fine all’unipolarismo e guidando la diplomazia internazionale nel contenimento degli Stati Uniti d’America facendogli il rispetto di regole, risoluzioni, leggi e accordi internazionali. Dato che armi chimiche o qualsiasi altra scusa non sono motivo d’intervento militare in Paesi sovrani.

Fonte: https://aurorasito.wordpress.com/

martedì 29 settembre 2015

L'INVERSIONE RADICALE DELLA SITUAZIONE INTERNAZIONALE

Per quanto possa sembrare assurdo ormai possiamo considerare che la situazione nella nazione siriana sia passata di competenza alla Federazione Russa, Iran, Iraq e a quanto sembra anche alla Repubblica Cinese.
Gli Stati Uniti hanno definitivamente perso il loro ruolo nella faccenda così come l'Unione Europea.
Bombardamenti aerei da parte di aerei da combattimenti russi in ausilio di quelli siriani stanno avendo luogo neutralizzando pezzo dopo pezzo la minaccia del terrorismo da parte dello Stato Islamico, un gruppo non più pericoloso di Al Quaeda ma decisamente più numeroso, tanto che grazie a numerosi traffici di armi e di volontari convertitisi al Islam estremista è riuscito a mettere in piedi un esercito di mercenari, non addestrato come un vero e proprio esercito ma certamente pericoloso.
Per tutti i giorni scorsi un quasi continuo carosello di cacciabombardieri ha imperversato sopra la pianura intorno a Kuweires scaricando dozzine di missili aria-terra, bombe a guida laser e grappoli di razzi contro le postazioni dei terroristi dell’ISIS.

La foto che vedete, presa ieri proprio nella zona in questione testimonia eloquentemente della massiccia potenza di fuoco scatenata contro i tagliagole.
Tali bombardamenti hanno avuto l'approvazione del governo legittimo di Bashar Al Assad il quale spesso definito dai media occidentali come lo stesso presidente americano un brutale dittatore senza alcuna prova concreta di tali crimini, ha dato l'approvazione per tali azioni militari sul territorio siriano.
Non si può definire la stessa cosa dei bombardamenti francesi, i quali del tutto indifferenti della legittimità del presidente siriano hanno effettuato incursioni sul territorio siriano bombardando anch'essi postazioni dei terroristi.
In politica internazionale i bombardamenti francesi sarebbero tradotti in un'aggressione ad un'altro stato sovrano, di conseguenza non fosse per il pericolo dell'ISIS, attualmente Francia e Siria sarebbero ufficialmente in guerra.Tutto ciò riporta chiaramente all'inizio di tale guerra e chi sia il reale responsabile di chi ha dato inizio a tale tentativo di rovesciare il governo di Assad con un colpo di stato.
Si sa da tempo che il presidente americano non nasconde il ruolo degli Stati Uniti nel fornire finanziamenti e armi ai ribelli per rovesciare quello che egli stesso definisce "un dittatore" che bombarda il proprio popolo.
Eppure finora le prove hanno continuamente fatto perdere terreno al presidente americano, quando egli stesso accusava il presidente siriano di attaccare il proprio popolo con le armi chimiche alla fine è risultato come confermato dallo stesso presidente russo che in realtà erano stati i ribelli "moderati" a effettuare tali crimini con l'arsenale dell'esercito siriano per mettere al silenzio la popolazione che difendeva il presidente siriano; tale svolta ha fermato un'imminente bombardamento come quello della Libia da parte degli Stati Uniti in cambio della consegna delle armi chimiche da parte dell'esercito siriano.
Ancora oggi tuttavia gli Stati Uniti e il presidente francese continuano con la litania del terribile "dittatore" che "brutalizza" il suo popolo e con il solito "deve andarsene."
Come può una nazione sovrana imporre ad un'altra nazione sovrana di cambiare governo?
Una recente news afferma per l'ennesima volta che il presidente siriano ha bombardato il proprio popolo: "E' di 23 morti, tra cui otto bambini, il bilancio provvisorio dei raid governativi nella provincia orientale di Deyr az Zor, in Siria. Lo rende noto l'Osservatorio nazionale per i diritti umani. Secondo l'ong, "si tratta di un massacro e vi sono diversi feriti in gravi condizioni". Tra le vittime dell'attacco aereo anche quattro donne.
I bombardamenti sono stati compiuti sulla località di Al Suq al Meqbi, nella città di Al Mayadin. La provincia di Deyr az Zor, la più ricca di giacimenti di petrolio e gas in Siria, è in gran parte sotto i controllo dello Stato islamico."

La notizia sembra essere un falso per ovvie ragioni che adesso elenchiamo:
-Gli Stati Uniti stanno da tempo facendo pressioni sulla Siria tramite sanzioni e finanziamento di mercenari affinchè se ne vada.
-Con la Repubblica Cinese, Iran, Iraq e Federazione Russa a fare da appoggio e inoltre in un periodo in cui la situazione siriana è nell'occhio del ciclone dell'ONU per quale ragione dare un'ulteriore pretesto agli stati euroccidentali di agire ai propri danni?

Sembra passato un secolo, ma è solo il 18 marzo 2010 quando Giorgio Napolitano è in visita ufficiale a Damasco.
Fino ad allora nessun presidente della Repubblica aveva visitato la Siria. “Difficile non rimanere colpiti dalla bellezza del Paese e dall’ospitalità del suo popolo”, esordiva il Capo dello Stato durante una cerimonia, poi passa alle lodi di rito per le politiche del presidente Bashar al-Assad: “Esprimo apprezzamento per l’esempio di laicità e apertura che la Siria offre in Medioriente e per la tutela della libertà assicurate alle antiche comunità cristiane qui residenti”. Nel video, pubblicato dall’ufficio stampa del Quirinale e scovato da Dagospia, l’inquilino del Colle fa i suoi migliori auguri al presidente, ieri statista e oggi descritto dai media occidentali come un dittatore: “Esprimo i miei più sentiti voti per il benessere suo personale e della signora Asma”.
Certamente l'informazione che si tratti del governo siriano a effettuare tali attacchi contro il proprio popolo in un periodo in cui si trova minacciato dall'esercito dell'ISIS è molto più probabile che si tratti di fraintendimenti o molto più facilmente un'atto di propaganda a favore della posizione occidentale. Si potrebbe certamente fare a meno di farne considerazione.
Intanto arrivano informazioni secondo cui anche la Repubblica Cinese si sta avvicinando alla Siria.
Vladimir Putin sta creando un vero e proprio asse capace di sconfiggere le forze dello Stato islamico.
Iraq, Iran, le forze sciite di Hezbollah e, ovviamente, anche Bashar al Assad approvano le azioni del presidente russo. Ora, però, nella lotta al terrorismo islamico interviene anche un nuovo soggetto: la Cina.

Come riporta Difesa Online, che cita fonti vicine al governo di Damasco, "una nave da guerra cinese sarebbe in rotta verso la Siria: attualmente si troverebbe nel Mediterraneo".
Secondo l'agenzia Debka, "i cinesi avrebbero già schierato a ridosso delle coste siriana la portaerei Liaoning ed un incrociatore lanciamissili" nel porto di Tartus.
Secondo Debka, citata da Difesa Online, "i cinesi starebbero allestendo una squadriglia di J-15, caccia multiruolo di quarta generazione, elicotteri antisom Z-18F e da allerta precoce Z-18J. Pechino schiererà infine mille soldati". Una forza che aumenterebbe ancora di più la capacità d'urto della coalizione anti-Isis.
Ci sono molti contro Assad ma a quanto sembra anche il Cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente turco Erdogan come la coalizione in Siria hanno cambiato il proprio punto di vista secondo cui l'unica soluzione è quella di avviare il dialogo con il presidente legittimo.
Quindi ancora una volta il ruolo degli Stati Uniti in Siria può ormai considerarsi definitivamente finito anche sul piano politico.
Dopotutto bisogna riconoscere che la causa di tale disastro sono state proprio le azioni americane sulle nazioni sovrane: prima il bombardamento dell'Iraq e per finire l'appoggio ai ribelli siriani da parte del presidente americano. Il primo ha portato alla nascita dell'estremismo islamico dell'ISIS e il secondo alla guerra civile in Siria.
Una volta che questa guerra, anche se guerra è un termine a dir poco azzardato, visto come sembri più una "risoluzione" da parte degli altri paesi del danno che le azioni americane hanno causato in Medioriente, possiamo dire che il capitolo dei prossimi anni, salvo l'Ucraina, sarà principalmente il consolidamento dell'Unione Eurasiatica e la sua integrazione i quali molto più probabilmente daranno ai paesi BRICS e principalmente a Russia, Pakistan e Cina un ruolo maggiore sulla scena mondiale di quello che hanno avuto gli Stati Uniti negli ultimi anni.
Per farlo aggiungo un testo che ho già scritto in passato in quanto fa parte del capitolo di quanto sta avvenendo oggi in Siria.

IL RUOLO DELLA FEDERAZIONE RUSSA NELL'INTEGRAZIONE CONTINENTALE

L'Ingranaggio del Pakistan

Lungi dall'essere una causa persa, il paese è in realtà una delle più importanti speranze economiche del continente, in quanto ha il potenziale per collegare le enormi economie dell'Unione Eurasiatica, l'Iran, SAARC, e la Repubblica Cinese, inaugurando così la cosa più vicina ad un sistema integrato di zona economica pan-euroasiatica.
La Federazione Russia riconosce il primo potenziale geopolitico del Pakistan, e quindi ha manovrato per aumentare rapidamente le sue relazioni a spettro completo con l'area meridionale.
L'obiettivo generale della Russia, come è con tutti i suoi partner del giorno d'oggi, è anche per fornire componenti di bilanciamento non provocatorio a una posizione politica regionale del Pakistan e assisterlo con la sua integrazione pacifica nel quadro eurasiatico multipolare in costruzione da parte del partenariato russo-cinese.

Connettere i Blocchi Economico-Nazionali

Unione Eurasiatica:

Il fondo russo Trade Organization guidato comprende Bielorussia, Armenia, Kazakistan e Kirghizistan.
Gli ultimi due teoricamente avvicinarsi a raggiungere il loro potenziale economico in Asia meridionale, ma la natura priva di personalità giuridica dell'Uzbekistan (che è anche dubbio di unirsi in un prossimo futuro) ed i problemi di sicurezza in Afghanistan rappresentano un ostacolo importante per dirigere il commercio con l'Asia meridionale.
Due alternative hanno così potuto svilupparsi per affrontare questi ostacoli geopolitici e raggiungere senza danneggiare il mercato regionale, e sono il corridoio Nord-Sud tra Russia-Iran-India attraverso il Mar Caspio e il Mar Arabico e il corridoio economico Cina-Pakistan.

Inoltre, l'Unione Eurasiatica mettendo in contatto con gli Stati SAARC il Pakistan, la costante e crescente economia può fornire all'apertura degli scambi diretti con il resto del blocco meridionale.

Iran:

La Repubblica Islamica si prevede di sperimentare una fenomenale crescita economica dopo che le sanzioni verranno sollevate all'inizio del prossimo anno, e tutte le parti si stanno affrettando a incassare la bonanza (soprattutto in Occidente).
Gli europei porteranno probabilmente i loro investimenti direttamente nel paese attraverso gli strumenti finanziari, ma come i cinesi e indiani si occupano più strettamente con l'economia reale del settore, i loro interessi sono che un sistema di infrastrutture fisiche connettive devono essere create per facilitare il commercio bilaterale nel periodo post-sanzioni.
Per quanto riguarda i cinesi, questa è la vasta portata del gasdotto Iran-Pakistan-Cina, mentre per gli indiani, questo prende la forma di investimenti portuali e il sottomarino gasdotto Iran-India. In termini di efficienza economica, sarebbe l'ormai senso per il settore reale e commercio di energia tra Teheran e Nuova Delhi a essere condotto attraverso vie terrestri che transitano in Pakistan, ma per ovvi motivi politici, questo con rammarico non si è concretizzato, e, quindi, L'Iran a capo del SAARC e le relazioni economiche dell'India devono essere effettuate attraverso il settore marittimo.
SAARC:

L'Associazione dell'Asia meridionale per la cooperazione regionale (SAARC) si estende dal Pakistan al Bangladesh, con la sua, ovviamente più grande economia in India.
Questa integrativa piattaforma militare regionale ha notevoli difficoltà a raggiungere l'obiettivo primario di più strette relazioni economiche tra i suoi membri, ma male non significa che il potenziale non c'è.
Se le differenze politiche tra rivali del Pakistan e l'India potrebbero essere rilassate, allora l'organizzazione sarebbe finalmente in grado di incassare la sua capacità economica e piena integrazione con il resto del Sé e l'Eurasia.
SAARC, attraverso i suoi membri indiani e del Bangladesh, potrebbero aumentare il commercio con la Cina attraverso il corridoio BCIM tra i tre e il Myanmar, ma il campo di applicazione è limitato a nord-est dell'India e la provincia cinese dello Yunnan (anche se, naturalmente, fornisce una solida base per la futura espansione).
Il progetto è stato lo scopo di far crescere la Cina e l'India.
Questo complementare alla necessità di un altro corridoio è dunque apparente, che in questo caso sarebbe soddisfatto attraverso il CPEC (China–Pakistan Economic Corridor).
Lo scopo dietro l'utilizzo dell'India di questa rotta commerciale secondaria verso la Cina sarebbe di collegare le regioni ora economicamente produttive (le parti del paese ad ovest del campo di applicazione Nordest regionale della BCIM) per due delle meno avanzate della Cina che ora hanno necessità di sviluppo, Tibet e Xinjiang.
Mentre non vi è certamente il problema delicato di India del fatto del riconoscimento del Kashmir pakistano, se le sue aziende impiegano questo percorso, il fascino economica potrebbe essere una tentazione troppo forte per resistere.
La strategia di integrazione indiano-iraniana attraverso il Pakistan è stata già discussa, in modo da completare l'ultimo vettore di come il paese potrebbe aiutare ad espandere i suoi legami commerciali SAARC esterni, si deve quindi guardare verso l'Unione Eurasiatica.
Come in precedenza parlato, il Corridoio Nord-Sud è una rete logistica per connettere alla fine India e Russia, in quanto il commercio indiano-iraniano, sarebbe molto più efficiente per tagliare la forma bimodale di trasporto (mare a terra) e esclusivamente trattando con le infrastrutture a terra.
Così, nasce la possibilità per cui il Pakistan potrebbe trovare un posto lungo una ferrovia indiana attraversando dalla Russia attraverso l'Iran e l'Asia centrale.
L'ultima parte della infrastruttura di rete è già in atto, dal momento che la sezione Kazakhstan-Turkmenistan-Iran è stata di recente in azione.
Se le linee connettive possono essere costruiti dall'India all'Iran attraverso il Pakistan, allora è del tutto fattibile che l'India potrebbe un giorno esportare i propri prodotti direttamente in Russia utilizzando questo percorso, senza dover passare per la deviazione tortuoso di mare-terra-mare-terra ( Mare Arabo-Mar Caspio-Iran-Russia).


La Visione:


Il catalizzatore per il collegamento dei quattro blocchi tra loro tramite la posizione geostrategica del Pakistan è il CPEC (China–Pakistan Economic Corridor), la grande visione della Cina di creare un corridoio commerciale trans-pakistano per coltivare un centro di gravità economica che sigilla tutto insieme.

Il nucleo di questa strategia si fonda nell'espansione della Karakoram Highway tra i due paesi e la costruzione di una ferrovia parallela, industriale e reti di oleodotti dal porto meridionale di Gwadar per tutta la strada fino al confine cinese.
Come Pepe Escobar scrive, si prevede che il fabbisogno energetico di questo grandioso progetto possa essere realizzato dall'Iran attraverso il più grande progetto del gasdotto Iran-Pakistan-Cina, ma una componente di supporto sarà anche il più grande parco solare del mondo che Pechino e Islamabad stanno anche costruendo come parte del CPEC (China–Pakistan Economic Corridor ).
Questa vasta piattaforma multimodale integrativa sarà de facto estendere la portata economica diretta della Cina fino al Mar Arabico, eludendo così lo Stretto di Malacca e più che compensando le perdite strategiche relative che ha sofferto Myanmar per il ritardo.
In un certo senso importante, CPEC (China–Pakistan Economic Corridor) rappresenta non solo un perno geopolitico per la Cina, ma anche un perno geo-economica e, dal momento che posizionerà il paese entro un facile accesso ai campi petroliferi mediorientali su cui tanto la sua economia dipende (nonostante la Russia abbia ruolo sempre più importante come fornitore strategico del Medio Regno).
Inoltre, la creazione di un sistema di infrastrutture del commercio come strade e rotaie tra l'Asia Centrale (Unione Eurasiatica) e Pakistan (SAARC) che si intersecano nello Xinjiang porterebbe ad un enorme sviluppo economico nelle provincie più lontane e vulnerabili della Cina che potrebbero anche aiutare a lenire l'orchestrato esternamente destabilizzazione che ultimamente si è trovati a vivere.

Lo Xinjiang dovrebbe riuscire a diventare un importante centro per il commercio eurasiatico che collega la Cina, l'Unione eurasiatica, SAARC, e l'Iran, allora potrebbe "catapultare" in geoeconomico significato e diventare un'estensione dell'integrazione continentale.

Il partenariato strategico russo-pakistano

La geopolitica dell'Asia meridionale è tradizionalmente segnata dalle relazioni fraterne tra la Russia e l'India, cravatte che in precedenza avrebbero fatto qualsiasi partnership strategica russo-pakistano impensabile, ma il mondo multipolare in evoluzione ha rielaborato i modelli politici della regione e sta facendo per molti di essi interessanti possibilità future.
Per introdurre le dinamiche che si svolgono sotto gli occhi di tutto il mondo, la Russia e il Pakistan si stanno muovendo chiaramente più vicini gli uni agli altri, e questo sta avvenendo nonostante la Russia sia il "migliore amico dell'India".
Questa tendenza potrebbe far diventare un po 'perplessi per uno abituato agli eventi della regione, per cui vale la pena di descrivere brevemente la situazione attuale in Asia meridionale in modo che si può meglio cogliere il motivo per cui questo sviluppo in realtà non è poi così inaspettato, e come non è motivato da eventuali intenzioni negative verso l'India.

Lo stato di avanzamento:

La geopolitica dell'Asia del Sud è stata trasformata entro la fine della guerra fredda e il successivo bipolarismo nucleare sorto tra India e Pakistan.
La conclusione del ideologico stand-off globale ha diminuito l'intensità del partenariato russo-indiano strategico e i rapporti degli Stati Uniti con il Pakistan, l'Asia del Sud non era più visto come un settore prioritario di attenzione politica estera da parte delle due superpotenze dopo tale termine.
Di conseguenza, l'India ha cominciato ad andare alla deriva verso ovest, allo stesso tempo il Pakistan stava muovendo verso est, con Nuova Delhi, guardando verso Washington mentre Islamabad ha abbracciato Pechino.
Questo non significa che uno di loro ha completamente voltato le spalle ai loro partner storici (Russia e Stati Uniti), ma ciò ha mutato contesto globale che li costretti ad adattarsi a una nuova realtà di relazioni che ha continuato la promozione dei loro interessi nazionali.
Entro il 2015, questo processo era progredito al punto che il Pakistan è un alleato cinese coraggioso e la Repubblica dell India è un polo di civiltà in bilico tra Stati Uniti e la Federazione Russa.

Il primo ministro Modi ha praticato il multipolarismo al suo massimo teorico, il rafforzamento militari-tecnico del suo paese in partenariato con la Federazione Russa, allo stesso tempo economicamente e strategicamente ruota a sostenere gli obiettivi americani nei confronti del contenimento della Repubblica Cinese.

                                                                          SCO
Dal punto di vista di India, il Pakistan è un'alleato della Cina e mina la sua sicurezza al confine occidentale, mentre la Cina e il Pakistan vedono l'India come un partner americano.
L'antagonismo tra i due paesi dell'Asia meridionale non si è placato, ma sembrano essere disposti a dare all'istituzionalismo eurasiatico multilaterale una possibilità come dimostra la loro ammissione congiunta alla SCO (Shanghai Cooperation Organisation).

I Calcoli del Cremlino

In termini poveri tutto questo si riferisce alla Federazione Russa, Mosca ha forti legami con Pechino e Nuova Delhi, conferendo in tal modo con il Potenziale di intermediario tra le due superpotenze e VERIFICARE che la tensione bilaterale non trabocchi in qualcosa di peggio.
Cio che la Russia non ha e la capacità di fare è la stessa cosa tra India e Pakistan, invitando così una non-eurasiatica eccellente polizza (STATI UNITI) e dandogli un sacco di Opportunità di dividere e secondo le attuali circostanze geopolitiche.
Il pensiero va che se la Russia dovesse compensare il suo diplomatico 'punto cieco' con il Pakistan e rinvigorire le relazioni pubbliche bilaterali con Islamabad, allora potrebbe rispecchiare il euolo che essa svolge tra l'India e la Cina anche per aiutare a bilanciare la tensione tra India e Pakistan.
In caso di successo, allora questa strategia progressivamente spingerebbe gli Stati Uniti fuori del campo di gioco, anche se l'India continuerà a mantenere il suo attuale livello di legami con gli Stati Uniti (o qualcosa di simile ad esso), avrebbe meno di un bisogno di esso nel senso di controbilanciare il Pakistan, in quanto sia in sé e Islamabad avrebbero lo stesso partner di fiducia, la Russia, che lavora per mantenere le tensioni tra i due il più basso possibile (come come si fa con l'India e la Cina).
La mancanza di fiducia tra India e Pakistan è l'anello più debole della visione 'cerniera', dal momento che anche se potrebbe ancora sopravvivere senza la componente SAARC e profittare molto, tutte le sue parti (e in particolare l'Unione eurasiatica) sarebbe più forte con l'India in integrazione fisica in questo quadro infrastrutturale unificato.
Con questa futura consapevolezza in mente, e combinato con la sua ideologia multipolare e grande potenza rinata, la Russia ha un chiaro impulso per diplomaticamente e strategicamente intercedere al meglio delle sue capacità nel mantenere le tensioni India-Pakistan al minimo al fine di massimizzare i benefici economici della loro collaborazione pacifica.

Movimenti Russi:

I paragrafi precedenti spiegano il ragionamento che sta dietro la decisione della Russia di avviare una partnership strategica con il Pakistan, quindi è giunto il momento di guardare esattamente quali tipi di mosse di Mosca ha fatto in questa direzione.
Il primo passo è stata la decisione della Russia nel mese di giugno 2014 di iniziare le discussioni con il Pakistan sulla vendita di elicotteri d'attacco per aiutare gli sforzi alla lotta alla droga.
Esso è descritto come un "cambiamento di paradigma", alcuni pensavano che fosse motivato dalle preoccupazioni della Russia che la destabilizzazione dell'Afghanistan potesse rapidamente spostarsi alla transfrontaliera, ma l'altra motivazione strategica è stato quella di avere lo scopo di bilanciare India e Pakistan e rendere il mondo multipolare ancora più coeso di conseguenza.
Non si tratta solo delle relazioni militari che si stanno approfondendo tra i due, la Russia prevede di mettere le proprie competenze tecniche per lavorare alla costruzione di una porzione del gasdotto Iran-Pakistan-Cina nel prossimo futuro.
Percependo enormi opportunità economiche e vedendo la scritta sul muro per quello che trasparirà dopo che il CPEC (China–Pakistan Economic Corridor) sarà completato, il Pakistan ha espresso il suo desiderio di suggellare un accordo di libero scambio con l'Unione Eeurasiatica, a significare quanto sia forte la collaborazione in evoluzione tra i due.
A completare il nuovo rapporto e aggiungendo un tocco di soft power, entrambe le parti si stanno preparando per la loro prima volta ad un culturale anno di scambio, e in un segno simbolico di ciò che è probabile l'arrivo della banda militare nazionale del Pakistan al Moscow International Music Festival.
Quindi non ci dovrebbe essere alcun dubbio a questo punto circa l'impegno di entrambe le parti ad approfondire i rapporti con l'altro, e le loro interazioni reciproche sono ben lungi dall'essere una moda passeggera o la convergenza temporanea di interessi commerciali.
Entrambe le parti comprendono il grande significato di quello che stanno facendo, che in senso generale delle cose è quello di facilitare la loro visione condivisa di un Eurasia integrata e multipolare.
Uno dei temi principali del 21 ° secolo si preannuncia essere l'integrazione eurasiatica, nel senso di creare uno spazio economico a livello continentale.
L'UE viene tenuta fuori da questo processo entusiasmante fuori della propria competenza, dopo aver ceduto alle interferenze americane a credere erroneamente che il suo futuro economico risieda nella direzione transatlantica al posto di quello trans-Eurasia.
Tuttavia, il resto delle principali potenze economiche continentali - l'Unione Eurasiatica, Iran, SAARC, e Repubblica Cinese sono pronte per una più stretta integrazione tra di loro a causa della sovrapposizione infrastrutturale che la posizione geostrategica del Pakistan fornisce.

L'Ingranaggio dell'ASEAN (Association of South-East Asian Nations)


L'Unione Economica Eurasiatica sta lavorando attivamente per migliorare le sue relazioni commerciali con i membri dell'ASEAN prima del completamento della Comunità economica dell'ASEAN a dicembre.
Parlando a margine della riunione del 47 ° ministri dell'economia dell'ASEAN, il ministro russo dell'economia per lo sviluppo Alexei Ulyukayev ha rivelato che l'Unione Economica Eurasiatica prevede di "accelerare il processo FTA" all'interno dell'ASEAN.
A seguito della prima FTA (Free Trade Agreement-Accordo di Libero Scambio) del sindacato con il Vietnam, Ulyukayev ha citato una forte crescita e la fiducia nel mercato comune del AEC (ASEAN Economic Community) come le ragioni principali per la collaborazione EAEU con ASEAN.
Formatisi nel mese di gennaio 2015, l'EAEU (Unione Economica Eurasiatica) vanta un mercato comune composto da cinque nazioni (Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Russia), 176 milioni di persone, e un prodotto interno lordo di 2,5 miliardi di dollari.
Il commercio tra le regioni è stato anche in aumento negli ultimi anni.
Dal 2007, il volume è più che raddoppiato superiore a 20 miliardi nel 2014.
La dimensione del EAEU e la sua importanza nel commercio mondiale, non sono andati senza preavviso.
Secondo il ministro Ulyukayev, "Più di 40 paesi e organizzazioni internazionali hanno espresso interesse nella creazione di una zona di libero scambio con la EAEU - Cina, Indonesia, Thailandia e Cambogia" inclusi.

Thailandia

Con un accordo di libero scambio in fase di discussione e commercio in rapido aumento, la Thailandia è probabile che sia il prossimo stato membro dell'ASEAN a concludere un accordo con l'Unione Eurasiatica.
Il ministro russo dell'industria e del commercio, Denis Manturov ha indicato la EAEU attende una proposta dalla Thailandia per avviare "discussioni concrete", con la speranza di un accordo finalizzato entro la fine del 2015.
Se raggiunto, un tale accordo potrebbe ridurre i dazi su un partenariato commerciale che è raddoppiato dal 2007 - per un totale di 5 miliardi di dollari nel 2014.
L'esportazione della Thailandia all'EAEU - automobili - potrebbe trarre grandi vantaggi da una combinazione di diminuzione delle tariffe applicate dai membri EAEU, e prezzi più competitivi sulle importazioni dal blocco eurasiatico come ferro, acciaio e combustibili.
Le specifiche di questi "settori sensibili sono in programma da decidere nel corso delle discussioni distinte previste per la fine del 2015.
Per quanto riguarda Wirth a tassazione, la Thailandia ha attualmente accordi di doppia imposizione (CDI) in atto con due dei cinque membri del EAEU -Russia e l'Armenia.
Limitando la possibilità di sovrapposizione della tassazione dei redditi personali e aziendali, questi accordi rappresentano il 97 per cento del commercio della Thailandia con l'EAEU e consentirebbero alle aziende di sfruttare al massimo i costi del commercio associato a qualsiasi futuro accordo di libero scambio.

Indonesia

Come la più grande economia in ASEAN e uno dei suoi membri più influenti, L'Unione Eurasiatica ha fatto presto a capire l'importanza di migliorare le relazioni commerciali con l'Indonesia.
A seguito di incontri ad alto livello tra la Bielorussia e l'Indonesia a fine maggio, il Presidente dell'Assemblea Nazionale della Bielorussia, Michail Mjasnikovič ha espresso fiducia nelle "prospettive di cooperazione tra l'Unione Eurasiatica, di cui la Bielorussia è membro, e i paesi dell'ASEAN in cui l'economia dell'Indonesia è uno dei più grandi e determina la politica della regione in larga misura ".
A partire dal 2014, gli scambi tra l'Indonesia e l'Unione Eurasiatica si è attestato a 2,8 miliardi di dollari, in aumento del 249 per cento dal 2007.
Un futuro accordo commerciale sarebbe di particolare importanza per le migliori esportazioni indonesiane, come l'olio di palma, che già costituiscono una grande porzione dei suoi scambi con l'Unione Eurasiatica. Sul lato eurasiatica, tariffe decrescenti consentirebbero una maggiore valutazione di fertilizzanti, di combustibili e di acciaio ed una rapida crescita dell'economia indonesiana.
Amplificando l'impatto di un futuro accordo commerciale, l'Indonesia ha un accordo di doppia imposizione con la Russia che copre il 92 per cento del commercio indonesiano con il l'Unione Eurasiatica.
Sforzi ambiziosi per aumentare gli scambi con gli altri Stati EAEU - come la Bielorussia, che spera di portare gli scambi con l'Indonesia per 1 miliardo di dollari entro il 2018 - potrebbero aumentare le prospettive di accordi di doppia imposizione in altri membri dell'Unione Eurasiatica.

Cambogia

Dialogo ad alto livello tra gli Stati membri dell'Unione Eurasiatica e la Cambogiaì ha messo in moto i precursori per la liberalizzazione degli scambi tra l'Unione Eurasiatica e la sua controparte del Sud Est asiatico.
La recente visita a Phnom Penh da parte del kazako Vice Ministro degli Esteri, Askar Mussinov è stata accolta con entusiasmo dai funzionari cambogiani che hanno espresso interesse ad approfondire le loro relazioni commerciali con l'Unione Eurasiatica.
Inoltre, l'impegno da entrambe le parti a colloqui volti ad approfondire i rapporti bilaterali aumentano la prospettiva che accordi di doppia imposizione potrebbero essere implementati in un prossimo futuro.
Se raggiunto, un accordo di libero scambio tra la Cambogia e l'Unione Eurasiatica creerebbe significative opportunità per i produttori delle due economie che devono ancora stabilire stretti rapporti commerciali.
L'esportazione principale della Cambogia di prodotti tessili potrebbe ottenere una trazione come alternativa a basso costo per prodotti realizzati dai vietnamiti, mentre gli esportatori di energia eurasiatici potrebbero ottenere un maggiore accesso a un'economia che sta crescendo ad un tasso medio del 6,4 per cento dal 2007.

ASEAN ed Unione Eurasiatica

Con l'ASEAN che si avvicina al completamento, è probabile che gli sforzi dell'Unione Eurasiatica di liberalizzazione del commercio con l'ASEAN non potranno che intensificarsi.
Approfittando delle opportunità che questo presenta richiederà una solida conoscenza di accordi di libero scambio futuri e qualsiasi accordo bilaterale che lavori per migliorare la loro efficacia. Si raccomanda pertanto che le aziende che sperano di espandersi all'interno di questi mercati acquisiscano la conoscenza il più possibile su accordi bilaterali e possibilità di futuri accordi esistenti.

I PROGETTI DELLA REPUBBLICA CINESE NELL'INTEGRAZIONE CONTINENTALE
La Terra degli Inglesi

Il Regno Unito, guidato dai conservatori di Cameron, si prepara a una svolta epocale: guarderà sempre meno ad Ovest (e alla Ue) e sempre di più a Est, verso la Cina. "La prosperita' futura del Regno Unito dipende dal rafforzamento delle relazioni con la Cina, prossima superpotenza mondiale" ha affermato il cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, in un articolo pubblicato, in occasione della sua visita a Pechino su "The Observer", settimanale del quotidiano britannico "The Guardian".
Il ministro immagina il probabile scenario del 2030: il paese asiatico e' il leader economico globale, il cinese si insegna nelle scuole di tutto il mondo e una nuova "Via della seta" collega Shanghai e Pechino all'Asia centrale e quindi all'Europa.
"C'e' chi dice che dovremmo temere l'ascesa della Cina e proteggerci. Ma noi rifiutiamo questo modo di pensare, che semplicemente lascerebbe scivolare indietro il Regno Unito. Invece, dovremmo abbracciarla. Vogliamo una relazione aurea con la Cina che ci aiuti a promuovere un decennio aureo per questo paese. E' un'opportunita' che il Regno Unito non puo' permettersi di perdere. Semplicemente, vogliamo che il Regno Unito sia il miglior partner della Cina in Occidente", sintetizza l'esponente del governo Cameron.
Osborne, che firma anche un articolo pubblicato sul quotidiano conservatore "The Telegraph" insieme a Neil MacGregor, direttore del British Museum di Londra in occasione di una mostra dedicata agli scambi tra le culture britannica e cinese, annuncia il programma della sua visita, volta a promuovere il meglio della cultura britannica, non solo nelle grandi città cinesi.
L'obbiettivo è illustrare il progetto della "potenza settentrionale", cioè la Gran Bretagna e offrire la competenza finanziaria della City alle società finanziarie e industriali cinesi.

La Repubblica Cinese unisce e costruisce l'Eurasia

La Cina costruisce e sviluppa
La cosa più impressionante nelle mie numerose visite in Cina negli ultimi anni è la straordinaria creatività degli innumerevoli progetti, cosa che l’occidente da tempo ha dimenticato nel suo mondo fantasy post-industriale.
Questa spinta a cambiare l’ambiente fisico emerge su impressionante scala intorno alla massima priorità del Presidente Xi Jinping, il progetto ferroviario ad alta velocità euroasiatica della cosiddetta Cintura e Via. La Cina oggi ha la più lunga rete ferroviaria ad alta velocità del mondo, di oltre 16000 km, dal dicembre 2014, più di tutto il resto delle tratte ferroviarie ad alta velocità del mondo messe insieme.
Il sistema ferroviario ad alta velocità della Cina comprende anche la linea più lunga del mondo, i 2298 km della ferroviaria ad alta velocità Pechino-Guangzhou. In breve, la Cina sa cosa farne delle ferrovie più di chiunque e agisce in base a questa consapevolezza. Negli articoli precedenti ho parlato degli enormi progressi geopolitici che si sviluppano con l’accordo a Mosca di maggio tra il presidente russo Vladimir Putin e il presidente cinese Xi, decidendo d’integrare lo sviluppo della Via e Cintura cinese, progetto infrastrutturale noto anche come progetto economico Nuova Via della Seta, con la neo-costituita Unione economica eurasiatica comprendente Russia, Kazakistan, Bielorussia, Armenia e Kirghizistan, tra l’altro l’unione economica a cui il presidente ucraino democraticamente eletto Viktor Janukovich aveva deciso di aderire davanti all’offerta irrisoria dell’UE. Tale decisione innescò il colpo di Stato neonazista guidato da Washington che costrinse Janukovich a fuggire per salvare la vita, nel febbraio 2014, mentre Victoria Nuland ed amici installavano una cabala anti-russa a Kiev per condurre la guerra contro la Russia di Putin. Fu una decisione sbagliata degli oligarchi ucraini che cominciano a rimpiangere. Già all’inizio di quest’anno Russia e Cina hanno deciso di completare 7000 km di ferroviaria ad alta velocità da Pechino sulla costa orientale della Cina, a Mosca, via Kazakistan, un viaggio di sole 30 ore invece di cinque giorni, al costo di circa 240 miliardi. Il collegamento ferroviario segue l’accordo Russia-Cina dello scorso anno con cui Gazprom fornirà alla Cina gas naturale secondo il più grande accordo energetico della storia. E’ abbastanza chiaro che l’emergente partenariato Russia-Cina negli ultimi anni è diventato a lungo termine ed altamente strategico. Le due grandi nazioni eurasiatiche usano le rotte terrestri aggirando geopoliticamente il dominio sui mari di Washington e allo stesso tempo fornendo le arterie per la nascita del nuovo centro di gravità economico mondiale, vale a dire l’Eurasia. Negli ultimi dieci anni la Cina ha attentamente costruito la propria industria ferroviaria, con l’obiettivo di essere l’esportatore mondiale leader delle tecnologia ferroviaria e di materiale ferroviario “Made in China”. Ironicamente segue la strada della Germania del 1870, costruendo l’economia industriale più avanzata del mondo, utilizzando una banca nazionale, la Reichsbank, e non una banca centrale privata come la Federal Reserve. L’industria inglese costrinse le importazioni tedesche ad imprimere, come timbro di presunta inferiorità, il “Made in Germany”. Questo segno divenne ben presto un marchio di garanzia di qualità e non di economicità. Così oggi in Cina. L’immagine di milioni di cinesi che sgobbano per basse retribuzioni nel tessile per le esportazioni a buon mercato passa rapidamente, mentre l’attuale piano quinquennale del governo mira a fare della Cina esportatrice di prodotti industriali e di tecnologia ad valore aggiunto. Le ferrovie sono al centro di tale strategia. Per molti versi è la stessa strategia che trasformò il Giappone del 1950 da Paese sconfitto e devastato dalla guerra ad uno dei principali Paesi industriali del mondo, e in soli due decenni.

Collegamenti ad alta velocità con il Sud-Est Asiatico

Preparandosi all’ambiziosa Nuova Via della Seta, il più grande progetto infrastrutturale nella storia, la Cina s’impegna nella costruzione ferroviaria all’estero. Nel 2014 la Cina era coinvolta in 348 progetti ferroviari, più del doppio dell’anno prima. Il valore totale dei contratti è tre volte superiore a quello del 2013, quasi 25 miliardi di dollari e un fatturato annuo di 7,6 miliardi. Dal 2001 le esportazioni di locomotive cinesi sono passate da meno di 80 milioni a 3,74 miliardi nel 2014. Centrale in tale strategia, l’industria ferroviaria cinese è passata dalle esportazioni di prodotti di fascia bassa a quelle ad alta tecnologia e alto valore aggiunto, comprese locomotrici elettriche e carrozze a due piani. Le esportazioni vanno a più di 80 Paesi in sei continenti, con i principali mercati di esportazione nell’ASEAN, Argentina e Australia. Tra i progetti stranieri che la Cina ha stipulato c’è la costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità lunga 3000 km da Kunming, nella provincia meridionale dello Yunnan in Cina, a Singapore, passando per Laos, Thailandia e Malesia. Data la storia coloniale dei Paesi dell’Asia del Sud-Est, dall’occupazione coloniale francese del Laos, a quella inglese di Singapore e Malaysia, e della Thailandia che mantenne abilmente l’indipendenza, i Paesi finora avevano scarsa o alcuna moderna interconnessione infrastrutturale. Pechino stima che solo il progetto aumenterà il PIL della Cina e delle nazioni del sud-est asiatico coinvolte di 375 miliardi di dollari, di gran lunga superiore a quanto la sciocca Partnership Trans-Pacifica sul “libero commercio” di Washington porterebbe alla regione. La China Railway Corporation dice che la linea Kunming-Singapore sarà costruita in quattro fasi: da Kunming a Vientiane, nel Laos; da Vientiane a Bangkok, in Thailandia; da Bangkok a Kuala Lumpur, in Malesia; e da Kuala Lumpur a Singapore. La costruzione delle linee ferroviarie tailandesi dovrebbe iniziare quest’anno nel quadro della nuovo piano di sviluppo infrastrutturale da 23 miliardi del governo thailandese, collegando Bangkok e altre città chiave ad aeroporti, porti, zone di confine e depositi. In Thailandia 106 nuovi treni si aggiungeranno alla flotta esistente. Sei linee ferroviarie a doppio binario saranno costruite dal piano. L’intera tratta Kunming-Singapore dovrà essere finita in sette anni, nel 2022.

A Kathmandu…
Il governo cinese esplora anche la fattibilità di una linea ferroviaria moderna da Lhasa, nella regione autonoma del Tibet della Cina, a Kathmandu, capitale del Nepal. La ferrovia Qinghai-Tibet collega già il resto della Cina alla capitale tibetana Lhasa. Un’estensione della ferrovia di Lhasa è prevista, su richiesta del Nepal, secondo un esperto ferroviario dell’Accademia d’Ingegneria cinese citato dal China Daily. Il progetto dovrebbe essere completato entro il 2020. Il piano è estendere il collegamento ferroviario tra Cina e Nepal creando un collegamento vitale, per la prima volta, tra Cina e India. In visita nel dicembre 2014 a Kathmandu, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ne menzionava la possibilità. Ciò richiederà probabilmente dei tunnel nelle montagne più alte del mondo, tra cui l’Everest, secondo l’esperto ferroviario cinese Wang Mengshu. Notevole, in questo contesto, è la conclusione del vertice annuale della Shanghai Cooperation Organization, SCO, ad Ufa, Russia, dove gli aderenti alla SCO hanno deciso la piena adesione di India e Pakistan, stretto alleato della Cina. L’India è anche aderente con la Cina ai BRICS che hanno appena ufficialmente aperto la propria banca infrastrutturale, la Nuova Banca di Sviluppo, il 21 luglio a Shanghai. La NBS ha anche annunciato che collaborerà strettamente con la nuova Banca d’investimento infrastrutturale asiatica (AIIB) della Cina. Le ultime stime indicano che la grande regione asiatica richiederà 8000 miliardi di dollari da investire nel 2010-2020 nelle infrastrutture per sviluppare economicamente la regione. NBS di Shanghai e AIIB di Pechino finanzieranno gran parte di queste infrastrutture e chiaramente la Fascia e Via della Cina sarà al centro di tali investimenti infrastrutturali. Washington, che ha provocatoriamente rifiutato di aderire all’AIIB, vede le due banche quali minaccia mortale al controllo dei flussi d’investimento globali attraverso FMI e Banca Mondiale controllate dal Tesoro USA. Ha ragione, il mondo va avanti mentre gli aspiranti egemoni mondiali restano inerti davanti esso.

Il Progetto OBOR

La OBOR (One Belt One Road ) è un'iniziativa cinese immaginata nel 2013 e sta prendendo misure progressive per essere portata a compimento.
L'esecuzione del programma dipenderà da quanto la Cina è in grado di coinvolgere i paesi coinvolti in questo perimetro, soprattutto in ciò che definisce le iniziative della Via della Seta.
OBOR ha seguito due componenti chiave:
- Nuova Cintura Economica della Via della Seta che collega la Cina e l'Europa, attraverso l'Asia Centrale e occidentale
-Nuova Marittima Silk Road (MSR) che collegherà la Cina e i paesi del Sudest asiatico, l'Africa e l'Europa.
La grande visione della OBOR sembra coprire tutti i continenti tranne le Americhe.
Esso mira a rafforzare ulteriormente il ruolo cinese nel processo di integrazione economica con queste nazioni e giocando un ruolo maggiore negli affari politici globali.
Se e quando l'infrastruttura è pronta, i cinesi non sono solo stanno cercando di spingere le loro tecnologie indigene, ma anche trovare il modo per esportare la sua produzione all'eccesso.
Secondo i cinesi, l'iniziativa OBOR è in linea con gli obiettivi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e non è limitata alla antica Via della Seta, ma aperta ad altri paesi per i più ampi benefici per tutti i soggetti coinvolti.
Il Presidente Xi Jinping e il premier Li Keqiang hanno visitato più di qualche dozzina di paesi che promuovono la OBOR, e gettando il loro peso dietro mettendoci ministeri nazionali insieme per facilitare il progetto, fornendo il sostegno politico e il finanziamento di miliardi di dollari ai paesi partner, come ad esempio 1,4 miliardi di dollari di finanziamento per il Sri Lanka per costruire Colombo Port City.
La strategia è di lungo termine e sembra essere stato in movimento per non anni, ma decenni.
I cinesi hanno investito in diversi paesi africani nel corso di decenni, e questi paesi sono ora e dovrebbero essere parte della loro Maritime Silk Road.
D'altra parte, molti dei paesi asiatici che stanno per essere connesso attraverso la Nuova Cintura Economica della Via della Seta fanno già parte delle Infrastrutture Asian Investment Bank (AIIB) - un'altra iniziativa cinese, a investire in infrastrutture in questi paesi.
L'AIIB ha già 56 paesi membri come firmatari.
Il potere economico della Cina permette di giocare matrimoniale sul tabellone del gioco geopolitico.
Recentemente, i cinesi hanno emesso 40 miliardi di dollari per il Fondo della Silk Road che andrà a creare infrastrutture in Asia per i progetti di cui sopra, e creare ìlegami con i paesi interessati. I cinesi hanno dimostrato la loro capacità in mastodontici progetti infrastrutturali prima, nella connettività dei treni merci in Spagna oppure cercando di costruire un sistema di tunnel sotto il Monte Everest come esempi.
La Cina ha anche firmato il suo primo protocollo d'intesa con l'Ungheria lo scorso mese per la OBOR.
L'Ungheria potrebbe diventare un polo logistico integrato in Europa e la rete ferroviaria Ungheria-Siberia è un'opportunità per entrambi i paesi nel prossimo futuro.

Quali sono i vantaggi per l'India?

La Cina ha esteso l'invito all'India ad aderire alla Maritime Silk Route nel corso del 17 ° round di colloqui di confine tra i rappresentanti speciali dei due paesi a Nuova Delhi.
Il progetto OBOR avrà un mix collegato di paesi europei non solo sviluppati, ma anche con le nazioni vivaci dell'Asia orientale.
L'India ha bisogno di stare attento a come la Cina progredisce su questo.
Il corridoio economico Cina-Pakistan così come quello di Bangladesh, Cina e India e Myanmar è anche questo strettamente legato a questa iniziativa.
Oltre all'integrazione economica, queste iniziative hanno anche lo scopo di mostrare la forza militare cinese al mondo più grande e come si prevede per utilizzare questi corridoi sensibili per la sua mobilitazione militare.
L'accumulo di strade, autostrade, porti, gallerie e ponti su di un vasto terreno così inesplorato in tutti questi paesi avranno una tacita approvazione da ciascuno di essi, che possiede quel particolare tratto di terra, lo spazio aereo o marittimo.
Una volta che tutti i giocatori chiave hanno subito la loro validazione per diventare partecipanti, questa iniziativa guidata dai cinesi potrebbe buon auspicio per il nascente secolo asiatico.
La prosperità economica che l'antica Via della Seta ha portato alle regioni facenti parte del suo cammino potrebbe essere ripetuta in un modo molto più incisivo.
Il governo indiano alla pari di quello cinese è estremamente progressista e potrebbe integrare questi nuovi canali con iniziative come Digital India applicando la connettività telecom e virtuale attraverso gli altri attraverso la fibra e i cavi sottomarini.
Ciò contribuirà ad accrescere le capacità di larghezza di banda per l'India in modo significativo, attraverso i quali offrono eGovernance e forniscono servizi pubblici in modo efficiente diventando una chimera e una buona campagna di marketing.
Essendo un partecipante chiave ad un'iniziativa infrastrutturale così globale significherebbe che avremo connettività eccellente dei vari modi di trasporto, e un grande facilitatore per fare iniziative con l'India.
Il successo per noi dipende da come si usano in modo efficiente questi canali per trovare e far crescere nuovi mercati di esportazione per i nostri prodotti e permettere rotte commerciali efficienti. I vantaggi per l'India, mentre partecipano a un progetto globale impegnativo come OBOR sono immense.

Conclusione
Il primo decennio del nuovo secolo inizia sotto la guida di nuove bandiere.


lunedì 28 settembre 2015

LA CREAZIONE DI UN CENTRO DI COORDINAZIONE A BAGHDAD DA PARTE DELLA FEDERAZIONE RUSSA HA COLTO ALLA SPROVVISTA GLI STATI UNITI

La creazione da parte della Russia, la Siria, l'Iran e il centro di informazione iracheno a Baghdad per coordinare la lotta contro lo Stato islamico (EI) è stata una sorpresa per gli Stati Uniti, scrive Lunedi il New York Times.

Il centro si concentrerà sulla raccolta, la scrittura, riepilogare e analizzare le informazioni aggiornate sulla situazione in Medio Oriente, nel quadro della lotta contro EI.
"Come altri passaggi precedenti volte a rafforzare il governo Asad della Russia (...) l'accordo per lo scambio di informazioni di intelligence è stato firmato senza informare gli Stati Uniti", scrive il quotidiano.
Secondo il giornale, l'esercito americano era a conoscenza della presenza dei loro colleghi russi a Baghdad ", ma siamo rimasti sorpresi quando tutte le operazioni del comando iracheno dell'esercito ha riferito l'accordo con la Russia e la Siria.


Fonte:http://mundo.sputniknews.com/prensa/20150928/1051859506.html

giovedì 21 maggio 2015

NONOSTANTE LE PRESSIONI IL PRIMO MINISTRO DELL'IRAQ FA VISITA ALLA RUSSIA

Il primo ministro dell’Iraq Haider al-Abadi ha dichiarato che la sua visita in Russia conferma le prospettive dei rapporti bilaterali, sebbene alcune delle parti abbiano cercato di dissuaderlo dalla visita.


"Teniamo molto ai nostri rapporti con la Russia e crediamo che abbiano buone prospettive, la nostra visita ne è una dimostrazione diretta", — ha dichiarato il premier iracheno.
"Siamo venuti in Russia, nonostante che alcune delle forze ce l'abbiano sconsigliato. Vogliamo sviluppare le relazioni a tutto campo, compresa la cooperazione tecnico-militare e quella nel settore di petrolio e gas", — ha rilevato al-Abadi.
Durante le trattative le parti discuteranno l'ulteriore sviluppo della cooperazione bilaterale nel campo del commercio, degli investimenti e dell'energia. Si parlerà anche della situazione nel Medio Oriente e nell'Africa settentrionale.

Fonte:http://it.sputniknews.com/politica/20150521/421767.html#ixzz3amtLRmlz

martedì 21 aprile 2015

SADDAM HUSSEIN: L'ENNESIMO FALSO DITTATORE


Premesso che per giudicare un governo è necessario ‘contestualizzare’, cioè tenere in considerazione la situazione socio-politica, culturale ed economica del posto, possiamo affermare con tranquillità che le condizioni di vita in Iraq e in Libia, quando i paesi erano gestiti dai due dittatori erano molto migliori di quanto comunemente ed erroneamente creduto. In entrambi i paesi c’era un certo grado di benessere ed era presente un discreto welfare; infatti erano benvoluti dalla maggioranza dei cittadini.
Proprio per questo motivo Bush “senior”, durante la prima guerra del golfo, rinunciò a far cadere il regime; le truppe americane arrivarono alle porte di Baghdad, ma gli fu ordinato di non entrare nella Capitale. L’intelligence USA fermò il presidente, in quanto se avesse destituito Saddam, la situazione sarebbe diventata ingestibile; l’ostilità del popolo iracheno gli avrebbe impedito di coltivare i propri interessi e di imporre un “governo fantoccio”. Decisero pertanto di “sfiancare” la popolazione irachena con un lungo embargo, che bloccò l’economia irachena e isolò il paese, dove erano introvabili persino specialità medicinali di prima necessità. Pur di far perdere consensi a Saddam gli USA non hanno avuto remore nell’imporre un embargo che è costato la vita a moltissimi cittadini, tra cui bambini.
Con Saddam, un mosaico di popoli di differente etnia e religione conviveva  pacificamente, così come Gheddafi riusciva a tenere a freno i fanatismi. Sia in Iraq che in Libia la popolazione godeva di un certo grado di libertà, più di quanta ce ne fosse in altri paesi islamici.
Uno degli episodi per cui è noto Saddam, è l’uso di armi chimiche contro il popolo curdo iracheno, che nel 1988 costò la vita a 5.000 persone. Un episodio che conosciamo marginalmente e che non abbiamo approfondito abbastanza da poter esprimere un giudizio in merito, ma c’è da rilevare che cercando sul web, si scopre che c’è chi sostiene che non fu Saddam ad usare il gas. E’ quanto emergerebbe da un rapporto dell’USAWC sarebbe stato insabbiato. In lingua inglese è disponibile molto più materiale in merito.
Come premesso, ci asteniamo da esprimere giudizi, ma alla luce delle recenti manipolazioni e montature, sia circa gli accadimenti in Ucraina che in Siria, dove Assad è stato accusato falsamente proprio di aver usato armi chimiche, se ciò fosse vero non ci sorprenderemmo. Anche le circostanze alimentano i dubbi. Se Saddam fosse stato accusato di aver usato le armi chimiche in guerra, sarebbe stato diverso; ma secondo le accuse le avrebbe usate “per ritorsione”, un motivo piuttosto “futile” per decidere di mettersi contro l’intera comunità internazionale. Così come Assad sarebbe stato un pazzo se avesse usato armi proibite, in un contesto dove sapeva bene che gli USA non aspettavano altro che un buon motivo per bombardarlo.
Quando si parla dell’Iraq contemporaneo non si può fare a meno di pensare alla controversa figura di Saddam Hussein. Il Raìs iracheno è uno dei massimi oggetti di demonizzazione dell’Occidente, accusato di ogni sorta di crimine e usato come archetipo della tirannide. Ma alle costruzioni propagandistiche degli agiografi dell’imperialismo americano, non corrispondono i fatti; Saddam Hussein fu uno dei più geniali e lungimiranti leader mediorientali degli ultimi anni, capace di guidare un paese dalla rovina alla prosperità, di non arrendersi alle minacce e all’arroganza stranieri, per nulla responsabile di quelle “atrocità” tanto vilmente accostate alla sua figura.
Quando Saddam Hussein prese in mano le redini del paese mediorientale, aveva di fronte a sé una situazione molto deteriorata, insicura e sottosviluppata economicamente, culturalmente e socialmente. Il Raìs iracheno risollevò l’Iraq dalla miseria, creando un regime prospero e culturalmente avanzato. L’alfabetizzazione, nel 1973, era solo il 35%; solo nove anni più tardi, le Nazioni Unite dichiararono l’Iraq “libero dall’analfabetismo”, con una popolazione alfabetizzata superiore al 90%, ed una percentuale del 100% di giovani che andavano a scuola. Due anni dopo, nel 1984, le stesse Nazioni Unite ammisero che “il sistema educativo dell’Iraq è il migliore mai visto in un paese in via di sviluppo”. Il sistema scolastico iracheno era anche tra i migliori al mondo per qualità; il tasso di studenti promossi era maggiore che negli altri paesi arabi, e il governo di Saddam, dal 1970 al 1984, spese solo per l’educazione il 6% del PIL, pari al 20% del reddito annuo del paese. In pratica, il governo di Baghdad spese per ogni singolo studente circa 620$, una cifra altissima per un paese in via di sviluppo. E questo dopo che Saddam Hussein era l’uomo forte di Baghdad da solo un decennio. Più tardi, dal 1976 al 1986, gli studenti delle scuole elementari crebbero del 30%, le studentesse femmine del 45%, sintomo della crescente emancipazione femminile, e il numero delle ragazze che studiavano era il 44% del totale, quasi in parità con il sesso maschile. Un altro risultato del fervore culturale importante nell’Iraq di Saddam Hussein è quello ottenuto nell’ambito universitario; l’Università di Baghdad, fondata nel 1957, ebbe oltre 33 mila studenti tra il 1983 e il 1984, l’Istituto Tecnico oltre 34 mila, l’Università di Mustansirya oltre 11 mila. Queste cifre altissime, che manifestano la fioritura culturale dell’Iraq ba’athista, portarono il New York Times, nel 1987, a battezzare Baghdad come “la Parigi del Medio Oriente”.
Dal 1973 al 1990 furono costruiti migliaia di chilometri di strade, si completò l’elettrificazione, e si istituirono un sistema sanitario ed un sistema scolastico completamente gratuiti. Le infrastrutte in Iraq sotto tutte opera della leadership di Saddam Hussein; la maggior parte degli aeroporti ora operanti in Iraq sono stati costruiti da Saddam Hussein (l’aeroporto internazionale di Basra, quello internazionale di Erbil, quello di Baghdad), la maggiore autostrada del paese (la cosiddetta “Freeway 1”, lunga 1.200 chilometri) fu costruita a partire dal 1990. Saddam Hussein si è reso molto popolare in Iraq anche per i suoi continui viaggi, negli anni ‛70, in tutto il paese, per assicurarsi che ogni cittadino avesse a disposizione un frigorifero e l’elettricità, una delle basi ed una delle più grandi vittorie del Partito Ba’ath in Iraq. La sanità irachena era tra le migliori nella regione; la mortalità infantile passò da 80 persone ogni 1.000 abitanti nel 1974, a 60 ogni 1.000 nel 1982, fino a 40 ogni 1.000 nel 1989. La mortalità al di sotto dei cinque anni calò da 120 bambini ogni 1.000 nel 1974, a 60 ogni 1.000 nel 1989. Il sistema sanitario iracheno era anche tra i migliori qualitativamente: dicono l’UNICEF e l’Organizzazione Mondiale della Sanità che “a differenza di altri paesi più poveri, l’Iraq ha sviluppato un sistema occidentale di ospedali all’avanguardia che usa procedure mediche avanzate, e ha prodotto fisici specialisti”. Prima del 1990, sempre secondo i rapporti dell’OMS, avevano accesso a cure mediche gratuite e di alta qualità il 97% dei residenti urbani e oltre il 70% di quelli rurali, percentuali infinatamente alte se confrontate con quelle di altri paesi in via di sviluppo.
La distruzione dell’Iraq fu decisa al Pentagono e cominciò con le sanzioni economiche del 1990. Poco si parla degli effetti di queste sanzioni sul popolo iracheno. Parlando a livello di morti, si potrebbe dire che si trattò di un vero e proprio genocidio. Nel periodo 1991-1998, a causa delle fortissimi limitazioni  imposte dagli Stati Uniti e del conseguente fallimento dell’economia irachena, morirono circa mezzo milione di bambini, stima l’UNICEF. E non solo: sempre secondo l’UNICEF a causa delle sanzioni degli anni ‛90, la mortalità nei primi cinque anni di vita raddoppiò e raddoppiò anche quella infantile. Bellamy, funzionaria dell’organizzazione, ha constatato che “se la riduzione della mortalità infantile che si era verificata negli anni ‛80 fosse proseguita anche negli anni ‛90, ci sarebbero state mezzo milione di morti in meno”. Può essere certamente plausibile quanto scrissero John e Karl Müller nel 1999, cioè che le sanzioni economiche “possono aver contribuito a causare più morti durante il periodo post Guerra Fredda che tutte le armi di distruzione di massa nel corso della storia”. La sanità irachena calò in qualità, dicono sempre Müller, dato che, a causa delle sanzioni, “l’importazione di alcuni materiali disperatamente necessari era stata ritardata o negata a causa delle preoccupazioni che avrebbero potuto contribuire ai programmi di armamento di distruzione di massa dell’Iraq. Forniture di siringhe sospese a causa delle paure legate alle spore di antrace”. Sempre nel campo medico “le tecniche medico-diagnostiche che utilizzano le particelle radioattive, una volta comuni in Iraq, erano vietate per effetto delle sanzioni e i sacchetti di plastica necessari alle trasfusioni di sangue ristretti”. A definire queste tremende sanzioni come un “genocidio di fatto” ci ha pensato anche  Denis Halliday, coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Iraq. Questa gravissima tragedia voluta dall’amministrazione americana, fu, successivamente, anche considerata “giusta” da Madeleine Albright. Nella sua più controversa intervista, il 12 maggio 1996, il Segretario di Stato è intervistato da Lesley Stahl al programma 60 minutes:
– «Abbiamo saputo che mezzo milione di bambini sono morti. Intendo dire, più bambini di quelli che morirono ad Hiroshima. E, pensa ne sia valsa la pena?»
– «Pensiamo che sia stato un prezzo giusto da pagare
Non contenta dell’apologia di un crimine contro l’umanità, Albright ha poi accusato l’intervistatrice di “fare propaganda irachena”. E tutti questi morti e questa miseria per delle armi che Saddam Hussein non aveva mai avuto. Il primo passo per distruggere il più progredito stato mediorientale si concluse con un prezzo di vite altissimo, ma non fece crollare l’Iraq ba’athista.
Saddam Hussein aveva ancora una forte base di potere e godeva di un ampio sostegno, anche se si è cercato di far credere che fosse “odiato dal popolo e prossimo al collasso”. Il leader iracheno sapeva bene che con l’inizio delle sanzioni “era iniziata la madre di tutte le battaglie”, come egli stesso proclamò al mondo il 17 gennaio 1991. Infatti, senza cedere alle pressioni americane, egli proseguì la sua battaglia per un Iraq indipendente fino a che l’America non fu costretta ad intervenire direttamente. Dopo la creazione della fasulla “Asse del male” iniziò una delle più grandi operazioni di false flag che la storia ricordi: George W. Bush inventò di sana pianta la storia dei legami con al-Qaida e delle armi di distruzione di massa, e mentre lanciava assurdi slogan bellici («Saddam merita questo!»), si creava anche la storia dei “massacri” attribuiti ai ba’athisti iracheni. Mentre la notizia delle armi di distruzioni di massa si è oramai rivelata una falsità, diverso è il caso per le notizie dei “massacri” e dell’uso di armi chimiche di Saddam, che ancora riscuotono un gran successo mediatico.
Si disse che Saddam Hussein perseguitò i curdi, e, nella sola città di Halabja, ne fece uccidere 5.000 o più, nel marzo del 1988. Tuttavia furono ritrovati solo 300 corpi, e la cosa è tutt’altro che sicura; si pensa che la storia dell’attacco chimico a Halabja sia “ormai appurata”, eppure è l’America stessa a fornire le prove che scagionano Saddam. Il Dipartimento di Stato americano ha mostrato vari rapporti che mostrano che l’Iraq non ha mai posseduto quel gas, a base di cianuro; in tanti anni, la CIA non aveva mai reperito questa arma tra gli arsenali iracheni, mentre era presente nell’esercito iraniano. Il mondo non è mai stato convinto della storia: la CIA, l’US Army War CollegeGreenpeace, Stephen Pelletiere (principale analista della CIA del 1988), Jude Waniski (giornalista e prestigioso commentatore di notizie economiche), l’Historical Report del corpo dei Marines hanno tutti accusato l’Iran, ed hanno tutti ritenuto “infondata” l’accusa rivolta a Saddam Hussein. Stephen Pelletiere scrisse a tal proposito: «Per quanto ne sappiamo noi, tutti i casi in cui il gas fu usato corrispondono ad una battaglia. Queste sono tragedie di guerra. Forse possono esserci giustificazioni per l’invasione dell’Iraq, ma Halabja non è tra queste», ed ebbe cura di precisare, nello stesso articolo, che apparve sul New York Times:
«…la verità è che tutto quello che sappiamo è che i curdi quel giorno ad Halabja furono bombardati con gas velenoso. Non possiamo dire con assoluta certezza che furono armi chimiche irachene ad uccidere i curdi. Questa non è la sola stortura della storia di Halabja.
Io lo so perché, come capo analista politico della CIA sull’Iraq durante la guerra Iran-Iraq, e come professore al Collegio Militare di Guerra dal 1988 al 2000, ero a conoscenza di molto del materiale segreto che fluiva attraverso Washington e che aveva a che vedere con il Golfo Persico. Inoltre ero a capo di una investigazione militare del 1991 sul come gli iracheni avrebbero combattuto una guerra contro gli Stati Uniti; la versione segreta di quel dossier esplorava con dovizia di dettagli l’affare Halabja.
Quello di cui siamo sicuri circa l’uso del gas ad Halabja è che successe durante una battaglia tra le truppe irachene ed iraniane. L’Iraq usò armi chimiche per ammazzare gli iraniani che avevano preso la città, che si trova nell’Iraq settentrionale, non lontano dal confine iraniano. I civili curdi che morirono ebbero la sfortuna di essere presi in quello scambio. Ma non erano loro il bersaglio degli iracheni.
Ma la storia si intorbidisce. Immediatamente dopo la battaglia la DIA investigò e produsse un resoconto segreto, che circolò per conoscenza tra la comunità dell’intelligence. Quello studio accertò che era stato il gas iraniano ad uccidere i curdi, non quello iracheno.
L’agenzia trovò che ambedue le parti usarono armi chimiche l’una contro l’altra nella battaglia di Halabja. Tuttavia lo stato in cui furono trovati i corpi dei curdi indicava che furono uccisi con un veleno che agiva sul sangue, cioè un gas a base di cianuro, che si sapeva veniva usato dalle truppe iraniane. Gli iracheni, che si pensa usassero l’iprite in battaglia, non erano soliti usare gas che agiva sul sangue, in quel periodo.
È da molto tempo che questi fatti sono di pubblico dominio, ma, stranamente, ogniqualvolta il caso Halabja è citato, di questo non se ne parla. Un articolo controverso apparso sul New Yorker lo scorso marzo non faceva alcun riferimento al resoconto della DIA, né considerava che potesse essere stato gas iraniano ad aver ucciso i curdi. Nelle rare occasioni in cui se ne parla, ci si specula sopra, senza prova alcuna, che fosse per favoritismo politico dell’America verso l’Iraq nella guerra contro l’Iran.»
Secondo la versione suggerita dal New Yorker, e data per vera da Bush, il generale Alì Hassan al-Majid avrebbe ordinato all’aviazione irachena di sganciare bombe chimiche su Halabja. Ma Patrick Lang, uno dei maggiori analisti della DIA (la Defense Intelligence Agency americana), confermò che i due schieramenti che si contendevano la città, quello iracheno e quello iraniano, si scambiano bombe chimiche con mortai, e che l’aviazione non fu mai chiamata in causa. All’inizio, l’intera amministrazione americana accusò l’Iran della responsabilità, dato che era in corso la guerra Iraq-Iran e gli Stati Uniti supportavano la prima fazione; tuttavia, quando il nuovo bersaglio divenne Saddam Hussein, la versione venne stravolta, e fu invece accusato Saddam Hussein, così da “provare” l’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq, far approvare le sanzioni, ed avere un qualche motivo propagandistico per invadere l’Iraq nel 2003.
Nel novembre del 2003, gli Stati Uniti dichiararono che erano stati rinvenuti 400.000 corpi in fosse comuni dell’Iraq del Sud, da attribuirsi a Saddam. Ma ci pensò Tony Blair, nel giugno del 2004, a dover ammettere che Bush “aveva parlato in modo inappropriato”, perché solo 5.000 corpi erano stati rinvenuti. Solo qualche tempo dopo, altre fonti dimostrarono che erano dei morti civili causati dall’aviazione statunitense durante l’operazione Desert Storm nel 1991. Purtroppo tutto questo cadde nell’oblìo, e si decise di non divulgare più niente su questo argomento.
Saddam Hussein non abbandonò mai il suo popolo come fu detto. Questa operazione propagandistica era volta a screditare Saddam agli occhi degli iracheni. Si disse che era stato trovato nascosto in un buco a Tikrit. In realtà questa storia è totalmente priva di fondamento. Un marine libanese che aveva preso parte all’operazione per catturare Saddam, Nadim Rabeh, dichiarò nel 2005 (anche se si cercò di coprire la sua versione) che Saddam fu ritrovato “in una modesta casa di un piccolo villaggio, non nel buco dove si disse. Lo catturammo dove una feroce resistenza, e fu ucciso anche un marine sudanese”. Rabeh disse che il Raìs iracheno in persona aveva iniziato a fare fuoco contro di loro dalla sua finestra, e che si fermò dopo che gli fu detto di arrendersi perché era circondato. Rabeh disse anche che “più tardi un team militare di tecnici di ripresa assemblò il film del buco in cui sarebbe stato catturato che era in realtà un pozzo abbandonato”. Saddam, al suo processo, espresse una versione che combaciava con questa. Un colonnello dell’esercito iracheno a riposo che partecipò al processo disse, sulla sua cattura e sulla sua resistenza attiva:
«La biancheria di Saddam appariva molto pulita dando l’impressione che egli non avesse potuto stare in un buco. Nel periodo in cui avevano detto di averlo catturato non vi sono datteri, ma le palme che si vedevano nei filmati mostratici portavano datteri e questo non è possibile. La mia casa è nel quartiere di Adhamiya e io ho effettivamente visto Saddam nella sua ultima famosa apparizione pubblica dopo che Baghdad era già caduta: egli stava in piedi sul cofano di un’autovettura, sorrideva alla gente intorno a lui che lo incitava mostrandogli la fedeltà di sempre. Saddam era alla testa delle truppe durante la battaglia dell’aereoporto. Secondo quello che ho sentito aveva guidato molti attacchi contro gli americani.»
In realtà, Saddam Hussein combatté fino alla fine, non si arrese né si nascose, e godette sempre del sostegno del popolo iracheno. Il 9 aprile 2003, conosciuto come il giorno della “caduta di Baghdad”, egli fece la sua ultima apparizione pubblica, circondato da una folla in delirio, qualche decina di migliaia di persone che lo sollevò dal tettuccio della sua macchina affinché potesse parlare alla folla. Parla degli ultimi giorni di Baghdad e del ruolo di Saddam Hussein anche una ex Guardia Repubblicana, che disse:
«Mentre stavo sparando con i miei compagni, all’improvviso, trovammo Saddam Hussein con molti dei suoi assistenti dentro l’aeroporto. Fummo davvero sorpresi perché non ci aspettavamo una simile cosa, ma Saddam venne avanti e prese un RPG e se lo mise sulle spalle ed iniziò a sparare anche lui. Ci raccogliemmo intorno a lui e lo pregammo di mettersi da parte e lasciare noi a combattere perché se fossimo stati uccisi noi eravano comuni ufficiali, ma se lui fosse stato ucciso avremmo perso il nostro leader. Saddam si rivolse a noi e disse, “Ascoltate, io non sono meglio di chiunque tra voi e questo è il momento supremo per difendere il nostro grande Iraq e sarebbe grandioso essere ucciso come martire per il futuro dell’Iraq”.»
In un sondaggio del novembre 2006, condotto dal Iraq Centre for Research and Strategic Studies e Gulf Research Center, alla domanda se “si stesse meglio con Saddam o ora”, il 90% disse che si stava meglio meglio prima, e solo il 5% disse di preferire la situazione odierna. Un vero e proprio plebiscito. Per descrivere l’Iraq invaso dagli yankee, l’Iraq ipocritamente definito “libero”, non ci sono parole più precise di quelle usate da Riverbend – Blog da Baghdad:
«Non esiste alcuna maniera per descrivere la perdita di cui abbiamo fatto esperienza con questa guerra e questa occupazione. Non esiste compensazione per la densa nube nera di paura che penzola sulla testa di ogni iracheno. Paura degli americani nei loro carri armati, paura delle pattuglie della polizia con le loro bandane nere, paura dei soldati iracheni che indossano le loro maschere nere ai checkpoint.»
Per quanto riguarda il processo di Saddam Hussein, una delle più grandi finzioni giudiziare degli ultimi anni, sarebbe fin troppo lungo elencare gli errori, le mancanze giudiziare e le assurdità. Basti ricordare che il primo giudice fu costretto a dimettersi perché permetteva a Saddam di parlare e sembrava troppo equo, e ne subentrò uno che mostrava una totale tendenziosità; molte volte Saddam fu allontato dall’aula senza motivo, gli avvocati difensori espulsi, testimoni a difesa torturati, furono distrutti vari video mostrati dalla difesa, ed in soli due giorni la corte disse di aver letto le 1.500 pagine della deposizione della difesa. La condanna a Saddam Hussein fu nient’altro che una montatura, un processo politico per liquidare un uomo scomodo, umiliare fino in fondo quell’implacabile nemico dell’Occidente, accusato di ogni sorta di crimine e screditarlo agli occhi del suo popolo che, invece, era ancora affezionato a lui. Delle ottime parole per descrivere l’ultimo giorno di Saddam Hussein prima della sua impiccagione furono quelle usate da Malcolm Lagauche: «Oggi, Saddam Hussein è l’uomo più libero dell’Iraq, nonostante sia dietro le sbarre. La sua mente è limpida e la sua integrità incredibile. Attende la morte con dignità. Non una sola volta ha ceduto sotto tortura o pressione. Anche quando gli fu offerta dagli USA una tessera per “uscire gratis di prigione” se avesse fermato la resistenza, Saddam rifiutò di capitolare.»



Fonte:http://www.morasta.it/controstoria-di-saddam-hussein-e-muammar-gheddafi/

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