ATTUALE CONFIGURAZIONE PLANETARIA DEL SISTEMA SOLARE


lunedì 27 luglio 2015

RICHIESTA DI REFERENDUM IN FINLANDIA - PER USCIRE DALL'EURO: TRAVOLGENTE RACCOLTA FIRME, SARA' FATTO IN PRIMAVERA 2016


LONDRA - Dopo l'Austria un altro paese potrebbe dare il colpo di grazia all'Unione Europea.
Proprio in questi giorni, infatti, in Finlandia e' iniziata una raccolta di firme per un referendum sull'uscita dell'euro e tale proposta e' stata ben accolta dai finlandesi visto che in pochissimi giorni sono state raccolte 26mila firme.
Per convertirla in disegno di legge pero' questa iniziativa necessita di almeno 50mila firme in sei mesi e dopo dovra' essere discussa dal parlamento e l'obbiettivo potrebbe essere raggiunto già a fine luglio, anzichè a fine dicembre.
Finora in Finlandia c'è stato solo un precedente di legislazione popolare legge ed e' la sul matrimonio ugualitario.
La nuova iniziativa è stata lanciata da Paavo Väyrynen, ex ministro degli Esteri del paese e oggi deputato del Partito di Centro finlandese. La sua proposta è stata pubblicata sul sito delle iniziative civiche (kansalaisaloite.fi), creato con il contributo del Ministero della Giustizia della Finlandia.
Secondo Paavo Väyrynen, l'adesione all'euro ha avuto per Finlandia conseguenze più gravi che per altri Stati. La partecipazione all'eurozona ha portato soltanto a gravi danni economici, disoccupazione e seri problemi nel settore pubblico. A sostegno della sua tesi il politico cita uno studio, effettuato dal professor Vesa Kanniainen dell'Università di Helsinki.
Sul suo blog Väyrynen ha scritto che i finlandesi devono seguire l'esempio di altri paesi dell'Europa del Nord, che non hanno rinunciato alla loro moneta nazionale e quindi possono essere più flessibili nella loro politica fiscale, ma allo stesso tempo sono integrati bene nell'Unione Europea. Per Väyrynen l'economia della Svezia si sviluppa meglio di quella finlandese, pertanto la Finlandia ha fatto un errore, votando per euro.
"Il popolo della Finlandia deve avere la possiblità di scegliere se restare nell'eurozona o seguire l'esempio degli altri paesi dell'Europa settentrionale, cominciando a usare una nostra moneta in parallelo con l'euro", sottolinea Paavo Väyrynen.
Questa iniziativa popolare potrebbe portare a forti cambiamenti nella UE e quindi non e' un caso che la stampa di regime abbia censurato questa storia, che viceversa ha trovato ampio spazio nella stampa del nord Europa.
Le probabilità che effettivamente la Finlandia lasci l'euro, sulla base del riscontro di massa alla richiesta di referendum, sono molto alte. Il referendum potrebbe essere tenuto già entro i primi mesi del 2016, esattamente in concomitanza, tra l'altro, col possibile voto referendario britannico di uscita dalla Ue, che sulla base delle pessime risposte ottenute da Cameron in sede europea alle richieste di ulteriore autonomia e indipendenza dalle stupide direttive comuntarie, potrebbe essere anticipato, appunto, alla primavera del 2016 invece del 2017 come già stabilito.
La Ue e l'euro, quindi, hanno davanti due baratri, uno in fila all'altro.

GIUSEPPE DE SANTIS - Londra.

Fonte:http://www.ilnord.it/c-4349_RICHIESTA_DI_REFERENDUM__IN_FINLANDIA__PER_USCIRE_DALLEURO_TRAVOLGENTE_RACCOLTA_FIRME_SARA_FATTO_IN_PRIMAVERA_2016

EXPO 2017: IL KAZAKHSTAN PENSA IN GRANDE


Un investimento complessivo di 171 miliardi di tenge (833 milioni di euro), oltre 5 milioni di visite attese e 100 nazioni rappresentate. Ma cosa non certo meno importante, l'Expo 2017 che si svolgera' in Kazakhstan ha gia' una destinazione d'uso molto ambiziosa una volta conclusa la kermesse: il governo di Astana, infatti, riconvertira' le strutture per rendere la citta' un hub finanziario internazionale: un centro finanziario per l'intera Eurasia con una tassazione agevolata oltre che regolato dalle norme vigenti nella giurisprudenza inglese. Mentre l'Expo di Milano sta per doppiare il giro di boa di meta' kermesse, si legge su Milano Finanza, nel padiglione del Kazakhstan si sta gia' pensando alla prossima Esposizione universale, quella del 2017, che il Paese giochera' in casa. Un'edizione di importanza strategica per la nazione ex sovietica che dopo Russia e Cina ha nell'Italia il suo terzo partner commerciale principale. L'Eni, ad esempio, ha importantissimi interessi nel Paese asiatico in particolare nei giacimenti petroliferi sul mar Caspio del Kashagan e Karachaganak. Nel dettaglio l'Expo 2017, visto le grandi risorse del sottosuolo del Kashagan (il Paese possiede circa il 60% delle risorse minerarie dell'ex Unione Sovietica).

LA VERITA' SUI CAMPI DI LAVORO SIBERIANI


Nel 2006 è caduto l'ottantesimo anniversario dell'istituzione del lavoro coatto nell'Urss di Stalin come forma organizzata e rieducativa. La struttura dei campi, poi noti come Gulag, nacque infatti nel 1926 nell'arcipelago delle isole Solovetsky, nel Mar Bianco, facente parte della Repubblica sovietica della Carelia. Una ricorrenza importante, che permette a noi marxisti-leninisti italiani di compiere una riflessione di classe su questa esperienza storica compiuta dal primo Stato socialista del mondo, di confutare i cumuli di menzogne vomitati dalla borghesia, dai fascisti, dai trotzkisti, di difendere e rendere onore ancora una volta alle giuste indicazioni e attuazioni di Lenin e Stalin, di contribuire a fare chiarezza su un tema tanto delicato e il più delle volte di ostacolo nell'approccio dei giovani rivoluzionari al socialismo e al marxismo-leninismo-pensiero di Mao.
I Gulag nacquero come risposta socialista al problema delle carceri. Nell'Occidente capitalista la detenzione doveva avere, e l'ha tutt'oggi, un carattere punitivo. Nell'Urss di Lenin e Stalin rivestiva un carattere correttivo e rieducativo. Essi si ispiravano al principio sancito solennemente dalla prima Costituzione della Repubblica socialista federativa russa del 1918 che stabiliva che il lavoro era un dovere per tutti i cittadini della Repubblica dei soviet e proclamava la parola d'ordine: "Chi non lavora non mangia". Come nella società dove tutti, anche i borghesi, dovevano lavorare per vivere, anche nei Gulag il lavoro per la collettività dava diritto all'esistenza e vigeva il principio del socialismo attuato in tutto il Paese: "Da ciascuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo il suo lavoro". Come affermerà Stalin: "Da vergognoso e pesante fardello quale era considerato prima, in Urss il lavoro si è trasformato in questione di onestà, di gloria, di valore e di eroismo".
La stessa detenzione prevedeva tre categorie di lavoratori e tre regimi di rieducazione: privilegiato, leggero e di prima categoria o duro, previa l'esamine della commissione medica che stabiliva se i rieducandi erano in condizione di svolgere un lavoro pesante o un lavoro leggero. Tenendo conto di tali criteri l'amministrazione del campo assegnava quindi le mansioni a ogni detenuto e stabiliva una razione alimentare a seconda della percentuale dell'obiettivo che riusciva a realizzare nel suo lavoro: razione di base, di lavoro, rinforzata o punitiva.
Solo ventilare, se non proprio decretare, un parallelo tra i Gulag e i lager nazisti, come fanno in maniera subdola e criminale gli anticomunisti, è un falso storico a tutto tondo. Quelli hitleriani erano centri di sistematico sterminio, dove furono commessi i più efferati crimini contro l'umanità che la storia ricordi; nell'Urss di Lenin e Stalin chi sbagliava pagava non con la camera a gas o il forno crematorio ma provando, nella stragrande maggioranza dei casi, per la prima volta nella vita cosa volesse dire realmente lavorare, quanto fosse stato criminale tramare contro il proprio Stato, affamare il popolo, sfruttare il lavoro altrui.
Nei Gulag infatti venivano inviati i nemici del comunismo e della Patria sovietica: speculatori, incettatori, sabotatori dell'economia, oziosi, kulaki (contadini ricchi antisovietici), parassiti, borghesi privilegiati, ma anche terroristi, disertori, seguaci del vecchio regime zarista, collaborazionisti delle armate bianche durante la guerra civile e degli invasori nazisti nella seconda guerra mondiale, agenti della borghesia e dell'imperialismo occidentale infiltrati nel partito e nello Stato, fino ai delinquenti comuni. Come può quindi scandalizzare che nei campi di rieducazione sovietici c'erano i ricchi e gli anticomunisti, mentre nelle carceri occidentali e dei paesi reazionari a languire sono stati e sono tutt'oggi in prevalenza i poveri, i comunisti e chiunque si opponga al dominio di ferro del capitalismo e dell'imperialismo? E come si possono denigrare i Gulag, come fanno la borghesia e i suoi lacché, sparlando di regni delle malattie, morti per fame, bieco schiavismo, negazione dei più elementari diritti, quando giudicano e definiscono come il regno della democrazia gli Usa, dove impera la pena di morte fascista, dove i penitenziari come Alcatraz hanno fatto la peggiore storia detentiva, mentre a Guantanamo, Abu Ghraib e Bagram i prigionieri islamici vengono spesso uccisi senza che trapeli uno straccio di notizia, trattati come bestie, torturati e annientati psicologicamente. E si può non pensare ai boia sionisti israeliani che schiacciano e sfruttano i palestinesi in enormi campi lager nei territori occupati?
L'inferno di queste carceri davvero non ha nulla a che vedere con i Gulag. Certo che in quest'ultimi c'erano le malattie come il tifo e lo scorbuto, che infierivano anche nelle città russe durante l'aggressione imperialista occidentale e dei controrivoluzionari bianchi del 1917. Certo che il cibo era scarso in questo periodo o durante la seconda guerra mondiale, ma questa era la difficile e inevitabile situazione di tutto il Paese, di tutto il popolo sovietico, dove i prodotti alimentari erano giocoforza razionati. Insomma, nonostante la costruzione del primo Stato socialista, iniziata da Lenin e proseguita da Stalin, sia avvenuta in circostanze durissime, in mezzo all'accerchiamento imperialista che tentava di strangolarlo economicamente e politicamente dall'esterno, e con gli assalti delle armate bianche e dei revisionisti di destra e di "sinistra" dall'interno, anche l'esempio dato dai Gulag rappresenta un'esperienza storica importante e inedita. Ciò non toglie che siano stati commessi degli errori, in alcuni casi anche gravi. Come vedremo più avanti nel dettaglio, in Urss si è ripetuta ciclicamente un'applicazione errata della giusta linea dei Gulag. Ma ciò non va addebitato a Stalin e agli autentici bolscevichi, ma a elementi come Jagoda, Ezov e Beria che tramavano nell'ombra contro la costruzione del socialismo in Urss. Fu Stalin in prima persona a rimuovere dal posto di Commissario del popolo per gli affari interni prima Jagoda (1936), smascheratosi in seguito come seguace del destro Bucharin e per le sue azioni controrivoluzionarie condannato e giustiziato, poi il "sinistro" Ezov, destituito nel '38 e condannato e fucilato nel 1940, e a criticare pubblicamente più volte il megalomane, ambizioso e destro Beria, denunciandone gli eccessi e i tornaconti personali e ricordando loro scopi e natura dei campi di rieducazione e chi doveva realmente finirci.

La storia dei Gulag
Le origini del Gulag, abbreviazione di Glavnoje upravlenije lagerej (Amministrazione generale dei campi di lavoro correttivi), termine assunto nel 1930 per ribattezzare la riorganizzazione del dipartimento speciale per i campi dell'Urss, sono da ricondursi al 1919, quando un decreto del Commissariato del popolo per gli interni della Russia socialista stabilì le modalità di organizzazione dei campi di lavoro nei quali dovevano essere convogliate persone arrestate e condannate dai tribunali. Esso suggeriva che ogni capoluogo di regione allestisse un campo per non meno di trecento persone ai "confini delle città o in edifici dei dintorni come monasteri, proprietà terriere, fattorie ecc.". Prevedeva una giornata lavorativa di otto ore, mentre gli straordinari e il lavoro notturno erano autorizzati solo "in conformità al codice del lavoro".
Già nell'estate del 1918 Lenin aveva chiesto che gli elementi inaffidabili venissero rinchiusi in campi fuori dalle città più importanti; ci finirono aristocratici e commercianti. Il primo decreto bolscevico sulla corruzione emanato nello stesso anno recitava: "Se una persona colpevole di accettare o pagare tangenti appartiene alla classe agiata e si avvale della corruzione per mantenere o acquisire privilegi legati ai diritti di proprietà, dovrebbe essere condannata ai lavori forzati più gravosi e improbi e le andrebbero confiscate tutte le sue proprietà".
Nel febbraio 1919 Dzerzinski, a capo della Ceka (Commissione straordinaria per la lotta alla controrivoluzione, al sabotaggio e alla speculazione) pronunciò un discorso, ispirato dallo stesso Lenin, in cui spiegò la funzione dei campi nella rieducazione ideologica della borghesia. Queste nuove istituzioni dovevano "sfruttare il lavoro dei detenuti; dei signori che vivono senza lavoro; di tutti coloro che non sono capaci di lavorare senza una certa costrizione; o se prendiamo le istituzioni sovietiche, questo castigo dovrà essere applicato nei casi di lavoro poco coscienzioso, poco zelante, quando si verificano ritardi. Ciò che si propone, dunque, è la creazione di una scuola di lavoro". Nel 1921 c'erano 84 campi di prigionia disseminati in 43 province.
Come detto, il sistema sovietico di rieducazione basato sul lavoro prese corpo alle Solovetsky, nel campo istituito nel 1920. Tanto che nel 1930, quattro anni dopo l'avvio ufficiale delle nuove regole, a una riunione di partito alle Solovetsky il dirigente locale Uspenski, riportando le sensazioni di Stalin e del Partito comunista, dichiarò: "l'esperienza di lavoro dei campi sulle Solovetsky ha convinto il Partito e il governo che il sistema carcerario deve trasformarsi in tutta l'Unione sovietica in un sistema di campi correzionali di lavoro". Sarà il poeta Gorki a far conoscere al mondo questa inedita esperienza. Nel suo saggio, scritto subito dopo la sua visita personale alle Solovetsky del 20 giugno 1929, descrivendo le condizioni di vita e di lavoro dimostra ai lettori che i campi di lavoro sovietici non equivalgono affatto ai campi di lavoro capitalistici o a quelli dell'epoca zarista, ma sono un tipo di istituzione completamente nuovo. "Se una società europea cosiddetta colta - scriverà Gorki - osasse effettuare un esperimento come questa colonia e se questo esperimento desse dei frutti come ha fatto il nostro, tale paese darebbe fiato a tutte le sue trombe per vantarsi dei propri successi. Solo la modestia dei dirigenti sovietici ha impedito di farlo prima".
Fu l'immensa opera del canale del Mar Bianco a dimostrare quanto fosse vincente la politica dei Gulag. Con questa opera la rotta dal Mar Bianco ai porti commerciali del Baltico poteva essere compiuta senza un viaggio di migliaia e migliaia di chilometri nel Mar Glaciale artico, circumnavigando la grande penisola scandinava. Stalin fu il principale promotore del canale del Mar Bianco e desiderava esplicitamente che fosse posto in opera per mezzo del lavoro coatto dei rieducandi. Quando il canale fu finito, nell'agosto del 1933, i suoi direttori dei lavori gli attribuirono il merito di aver dimostrato "ardimento" nell'intraprendere la realizzazione del "mastodonte idrotecnico" e l'"impresa meravigliosa di non averlo fatto con la manodopera tradizionale". Lo stesso Gorki affermerà: "Stalin è stato l'artefice delle comunità di lavoro e di una politica di recupero attraverso il lavoro. E' stato Stalin a lanciare l'idea di costruire il canale tra il Mar Bianco e il Baltico con l'impiego di detenuti, poiché solo sotto la sua guida era possibile un tale metodo di recupero dei pregiudicati". Se in America c'erano voluti 28 anni per costruire il Canale di Panama, lungo 80 km, e in Asia la costruzione del Canale di Suez, lungo 160 km, aveva richiesto 10 anni, il Belomorkanal, lungo 227 km, era stato costruito in meno di due anni!
Oltre all'emulazione socialista, come avveniva in tutta la società sovietica, le autorità del campo introdussero anche la figura dell'udarnik, il lavoratore d'assalto. In seguito essi furono ribattezzati stachanovisti, in onore di Aleksej Stachanov, un minatore efficentissimo e molto produttivo. Gli udarnik e gli stachanovisti erano rieducandi che avevano superato la norma e perciò ricevevano un supplemento alimentare e altri privilegi. Gli operai più efficienti venivano anche rilasciati in anticipo; per ogni tre giorni di lavoro in cui la norma veniva realizzata al 100% ogni detenuto riscattava un giorno di pena. Quando poi il canale fu completato in tempo, vennero liberati 12.484 rieducandi. Molti altri ricevettero medaglie e premi.
Sempre in questo periodo con il contributo decisivo del lavoro coatto vennero creati grandi centri industriali negli Urali, nel Kuzbass e sul Volga; le città di Magnitogorsk e Komsomolsk sull'Amur sorsero su terre vergini. Nella Kolyma, in Siberia, il Gulag a poco a poco portava la civiltà. Venivano costruite strade dove prima c'erano solo foreste, sorgevano case nelle paludi. Nuove tecnologie furono portate nelle remote terre del Kazakhstan e del Caucaso. Fu costruita la gigantesca diga del Dnepr, che triplicò la produzione di energia elettrica. La stessa splendida e funzionale metropolitana di Mosca fu costruita grazie al lavoro dei rieducati del Gulag. I Gulag si espandevano dunque a macchia d'olio. L'Uhtpeclag produceva petrolio, la Kolyma oro, i campi della regione di Arcangelo legname.

La rieducazione socialista
I rieducandi si sentivano comunque parte integrante della cittadinanza sovietica, tanto più dalla fine degli anni '30 in poi, allorché venne applicato il principio secondo cui essi dovevano essere utilizzati in base alle loro particolari capacità e specializzazioni. Basti ricordare che lo stesso Tupolev, padre dell'aeronautica sovietica, iniziò a dare i suoi contributi lavorando nei Gulag e dopo aver pagato il suo tributo alla giustizia sovietica rientrò tranquillamente al suo posto di progettatore. Dopo il soggiorno nella Kolyma Sergej Korolev diresse il programma spaziale sovietico. Il generale Gorbatov, rieducato, fu uno dei comandanti dell'Armata Rossa che sferrò il glorioso attacco finale a Berlino. Come ha affermato nelle sue memorie egli non ebbe mai un attimo di esitazione all'idea di rientrare nelle forze armate sovietiche e neppure a combattere per conto del Partito comunista che lo aveva arrestato. Gorbatov scrive anche con orgoglio delle armi sovietiche di cui i suoi uomini potevano disporre "grazie all'industrializzazione del nostro paese" a cui avevano dato un contributo importante i rieducandi dei Gulag. Dopo la vittoria sul nazifascismo diversi ex detenuti furono insigniti del titolo di eroi dell'Unione sovietica, la massima onorificenza militare dell'Armata Rossa, moltissimi altri ricevettero medaglie e premi, nonché passaggi di grado nell'esercito e ammissione al Partito comunista.
Lo slogan "Tutto per il fronte! Tutti per la vittoria!" aveva suscitato un'eco calorosa nel cuore di chi lavorava nei Gulag, la cui produzione industriale contribuì enormemente allo sforzo bellico.
Nei limiti del possibile ai rieducandi veniva offerto quello a cui aveva diritto tutto il popolo: istruzione, scuola di Partito, asili nido per le detenute con prole, rappresentazioni teatrali, lettura e pubblicazioni di giornali. Il "Perekovka" (Rieducazione) ad esempio era scritto e pubblicato dai detenuti del canale Moscova-Volga, un progetto partito sulla scia del successo del canale del Mar Bianco, e vi si trovavano anche rubriche di dibattito e di proteste allo scopo di migliorare le condizioni di vita dei campi e la loro direzione. Dopo la morte di Stalin il caos e la disorganizzazione presero a dilagare nei Gulag. A Beria, che per assecondare il rinnegato e traditore Krusciov avallò l'idea dell'inutilità del lavoro collettivo coatto, la situazione sfuggì ben presto di mano. Rivolte e scioperi si susseguirono in tutti i campi del Paese, tanto che ci fu il ricorso ripetuto all'uso delle armi fino all'impiego dei carri armati contro gli insorti. I detenuti più attivi nelle sommosse erano quelli antisovietici: "fratelli della foresta" baltici, militanti nazionalisti ucraini, soldati dell'armata del generale Vlasov (che aveva collaborato attivamente con Hitler), membri di sette religiose. Con Krusciov i Gulag persero il loro significato originale. Non avevano più uno scopo rieducativo ma unicamente repressivo, gestiti con metodi arbitrari e clientelari.
Il rilascio dei prigionieri politici iniziò nel 1954 e si diffuse, accompagnandosi alle riabilitazioni di massa, dopo il colpo di Stato di Krusciov al XX Congresso del PCUS del 1956. Ufficialmente i Gulag furono soppressi dall'ordinanza del 25 gennaio 1960 del ministero degli interni sovietico.

Applicazione errata della giusta linea dei Gulag
Era naturale che nel corso di un'esperienza talmente inedita quale fu il Gulag venissero commessi degli errori. Questo lo avevano messo in conto Lenin prima e Stalin poi. Tuttavia in Urss si ripropose ciclicamente un'applicazione errata della giusta linea dei Gulag. Niente di particolarmente diverso da quanto avveniva nella società socialista sovietica, dove imperava ancora la lotta di classe tra proletariato al potere e borghesia spodestata, tra rivoluzionari e controrivoluzionari.
Già nel 1926 gruppi di detenuti meno privilegiati nel campo pilota delle Solovetsky nelle loro lettere al presidium del CC del PC denunciavano il "caos e la violenza" imperanti nel Gulag. Tanto che nel 1929 i dirigenti locali della Carelia furono richiamati all'ordine dai loro superiori perché ancora non avevano "capito l'importanza del lavoro coatto come strumento di difesa sociale e la sua utilità per lo Stato e la società". Di fatto nei primi tempi la negligenza, il caos, la disorganizzazione, fattori come la carestia, provocarono molte vittime. Dopo le punte raggiunte nel 1933 il tasso di mortalità calò decisamente, quando la carestia smise di essere acuta e i campi furono organizzati meglio. Non bisogna mai dimenticare comunque come la rapidità dell'industrializzazione, la mancanza di pianificazione e la penuria di specialisti esperti rendevano inevitabili incidenti e sprechi. Durante la costruzione del canale del Mar Bianco Jagoda, allora a capo dell'OGPU, il dipartimento di polizia segreta a cui facevano riferimento i Gulag, su insistenza di Stalin esortava i comandanti dei campi a trattare meglio i lavoratori coatti, a "provvedere in modo scrupoloso a fornire ai detenuti l'alimentazione, l'abbigliamento e la protezione adeguati".
Matvej Berman, capo del Gulag dal 1932 al 1937 fu accusato di aver diretto "un'organizzazione trotzkista di destra per il terrorismo e il sabotaggio" che aveva creato "condizioni privilegiate" per i detenuti dei campi, indebolito di proposito la "preparazione militare e politica" delle guardie (da cui il grande numero di evasioni) e sabotato i progetti edilizi del Gulag (da cui la lentezza dei loro progressi). Aleksandr Izrailev, vicecapo del Gulag di Uhtpeclag fu condannato per aver "ostacolato lo sviluppo dell'estrazione di carbone". Aleksandr Polisonov, un colonnello che lavorava nella divisione delle guardie armate del Gulag, fu accusato di aver creato per i suoi subordinati "condizioni impossibili". A Mihail Goskin, capo della sezione costruzioni ferroviarie del Gulag, venne imputato di aver "elaborato progetti irrealistici" per la linea ferroviaria Volocaevka-Komsomolec.
Isaak Ginzburg, capo della divisione medica del Gulag, fu ritenuto responsabile dell'alto tasso di mortalità tra i prigionieri e lo accusarono di aver concesso privilegi ad altri detenuti controrivoluzionari, facendo in modo che venissero rilasciati in anticipo per motivi di salute. Alcuni di questi furono condannati a morte, altri si videro commutata la pena da scontare nei campi. Molti dei primi amministratori del Gulag subirono lo stesso destino.
Fedor Ejhmans capo del dipartimento speciale dell'OGPU venne fucilato nel 1938. Lazar Kogan, secondo capo del Gulag, nel 1939. Il successore di Berman alla direzione del Gulag, Izrail Pliner, mantenne la carica per un anno appena, poi venne fucilato nel 1939.
Una situazione denunciata francamente da Stalin. Al XVIII Congresso del Pcus del marzo 1939 Stalin affermò che l'epurazione nella società come nei campi era stata accompagnata da "più errori di quanto ci si sarebbe potuti aspettare". Indicò alcune carenze dell'operazione, come le procedure d'indagine abbreviate, la mancanza di testimoni e di prove a conferma.
Jagoda, a cui era stata affidata la responsabilità dell'espansione del sistema dei campi, venne processato e fucilato nel 1938, anche se in una lettera indirizzata al Soviet supremo aveva implorato che lo risparmiassero. "E' duro morire. Mi butto in ginocchio di fronte al popolo e al Partito e chiedo loro di perdonarmi, di salvarmi la vita". Stessa fine per il suo successore Ezov, che nonostante le premure dello stesso Stalin per farne un quadro proletario rivoluzionario, fu destituito nel '38 e fucilato nel '40 dopo aver implorato anche lui la grazia: "Dite a Stalin che morirò con il suo nome sulle labbra".
Prima del 1937 le percosse ai rieducandi nei campi erano proibite. Ex dipendenti del Gulag hanno confermato che nella prima metà degli anni Trenta erano illegali. Nel '37-'38, periodo più acuto nella lotta contro i controrivoluzionari e sabotatori del socialismo, l'impiego della tortura fisica si diffuse sopra le righe, tanto che all'inizio del '39, lo stesso Stalin fu costretto a diramare una direttiva ai dirigenti della NKVD regionali confermando che "dal 1937 il Comitato centrale consentiva l'impiego della pressione fisica sui prigionieri nell'ambito delle procedure dell'NKVD". Ma spiegò che era permesso "soltanto con nemici del popolo così manifesti da approfittare dei metodi di indagine umani per rifiutare senza ritegno di tradire i cospiratori, con coloro che per mesi rifiutano di testimoniare e cercano di impedire lo smascheramento dei cospiratori ancora in libertà". Tuttavia Stalin ammetteva che talvolta era stata impiegata con "persone oneste arrestate per caso" e che tali casi andavano stigmatizzati e puniti i responsabili.
Dal 1939 sotto la direzione di Beria le cose sembrarono migliorare. Gran parte dei condannati in base ad accuse poi rivelatesi infondate furono liberati. Dai Gulag uscirono più di 300 mila rieducandi. Tuttavia nel marzo 1942 l'amministrazione del Gulag a Mosca fu costretta a inviare una lettera furibonda a tutti i comandanti dei campi, ricordando loro la norma per cui "ai prigionieri deve essere consentito di dormire non meno di otto ore". La lettera spiegava che molti comandanti avevano ignorato questa regola, concedendo ai loro detenuti solo quattro o cinque ore di sonno per notte. Perciò, sostenevano i dirigenti, "i prigionieri stanno perdendo la loro capacità di lavorare e stanno diventando 'lavoratori deboli' e invalidi".
Per tutta la durata dell'aggressione nazi-fascista e della guerra di Liberazione la giornata lavorativa era stata giustamente aumentata in tutto il Paese. La produzione doveva eroicamente supportare lo sforzo bellico della gloriosa Armata Rossa, ma ciò non poteva e non doveva essere preso a pretesto per abusi e vendetta personali, nel Gulag come in tutta la società.
Nel 1945 Vasilij Cernysev, allora dirigente del Gulag diramò una circolare a tutti i comandanti dei campi e ai capi regionali del NKVD manifestando il proprio disagio per lo scarsissimo livello delle guardie armate dei campi, tra cui si riscontrava un'alta frequenza di "suicidi, diserzioni, perdita e furto delle armi, ubriachezza e altri atti immorali", oltre a frequenti "violazioni delle leggi rivoluzionarie". Ancora nel 1952 un anno prima della sua morte, quando furono scoperti casi di corruzione ai massimi livelli della polizia segreta, la prima reazione di Stalin fu di esiliare gran parte dei principali responsabili.

Falsità e menzogne sui numeri
Un gran baccano velenoso viene sollevato artatamente sul numero dei detenuti nei Gulag, sposando cifre fantasiose di decine e decine di milioni avanzate da controrivoluzionari e anticomunisti storici russi e non solo.
In realtà nel 1921 erano 70 mila su una popolazione di oltre 135 milioni e nel momento della massima espansione, all'inizio degli anni '50, i detenuti furono all'incirca 2 milioni e mezzo su una popolazione di più di 200 milioni.
Basti pensare che dopo l'implosione dell'Urss nel '91 il numero dei detenuti delle colonie penitenziarie non ha smesso di aumentare e supera oggi il milione nella sola Federazione russa, assai meno popolata dell'Urss di Stalin.
I borghesi e gli anticomunisti non prendono volutamente in considerazione che dal 27 giugno 1929 il Politbjuro dell'Urss adottò il significativo provvedimento per cui tutti i detenuti condannati a una pena superiore ai tre anni sarebbero stati trasferiti, da quel momento in avanti, nei campi di lavoro collettivi. E nemmeno che la collettivizzazione delle campagne e relativa lotta di classe contro i kulaki, portò nel 1930 300.000 contadini ricchi antisovietici nel Gulag. Eppure per le teste d'uovo della borghesia anticomunista, fra cui spicca il "maoista" pentito, professore inglese nonché funzionario del ministero degli Esteri britannico a Sofia e New York, Robert Conquest, ben 6 milioni e 500 mila kulaki sarebbero stati "massacrati" nel corso della collettivizzazione forzata delle campagne.
5 milioni di internati politici nei Gulag, all'inizio del 1934, (in realtà erano tra i 127 mila e i 170 mila) più sette milioni arrestati durante le cosiddette "purghe" del 1937-1938 facevano dodici; Conquest aggiunge poi un milione di giustiziati e due milioni di morti per cause diverse durante quei due anni.
Sempre per costui ci sarebbero stati 9 milioni di detenuti politici nel 1939 "senza contare quelli comuni". Ma al 1° gennaio di quell'anno (vedi tabella pubblicata a parte) i rieducandi del Gulag erano poco più di 1.600.000!
Anche per Medvedev, ideologo del rinnegato e traditore Gorbaciov, "c'erano, quando Stalin era vivo, dai dodici ai tredici milioni di persone nei campi". Sotto Krusciov, che avrebbe fatto "rinascere le speranze di democratizzazione", le cose "andavano molto meglio" visto che nel "Gulag non c'erano più di 2 milioni di criminali comuni".
Per gli storici della borghesia ci sarebbero stati una media annua di 8 milioni di detenuti nei campi. In realtà, il numero dei detenuti politici oscillò tra un minimo di 127.000 nel 1934 e un massimo di 500.000 durante i due anni di guerra, nel 1941 e nel 1942. Dunque le cifre reali sono state moltiplicate di ben 16 volte.
Tra il 1937 e il 1938 i campi sarebbero straripati di 7 milioni di "politici", e ci sarebbero stati oltre 1 milione di esecuzioni e 2 milioni di morti. In realtà, dal 1936 al 1939, il numero dei detenuti nei campi aumentò di 477.789 persone (passando da 839.406 a 1.317.195). Un fattore di falsificazione pari a 14 volte. In due anni i decessi furono 115.922 e non 2.000.000. Là dove 116.000 persone erano morte per cause diverse, i denigratori del socialismo aggiungono 1.884.000 "vittime dello stalinismo".
Secondo Conquest e compagnia, tra il 1939 e il 1953, nei campi di lavoro ci fu il 10% di decessi all'anno, per un totale di 12 milioni di morti. Una media di 855.000 morti all'anno. In realtà, il numero reale, in tempi normali, era di 49.000. Solo durante i quattro anni di guerra, quando la barbarie nazista imponeva delle condizioni insopportabili a tutti i sovietici, la media dei decessi salì a 194.000.
Una delle calunnie più ricorrenti afferma che l'epurazione dei controrivoluzionari mirava a eliminare la "vecchia guardia bolscevica". Secondo lo storico russo anticomunista Brzezinski nel 1934 c'erano 182.600 "vecchi bolscevichi" nel Partito, cioè membri che vi avevano aderito al più tardi nel 1920. Nel 1939 se ne contavano 125.000. La grande maggioranza, il 69%, era quindi rimasta nel Partito. C'era stata, durante quei cinque anni, una perdita di 57.000 persone, cioè il 31%. Alcuni erano morti per cause naturali, altri erano stati espulsi, altri ancora giustiziati. E' chiaro che i "vecchi bolscevichi" cadevano, durante l'epurazione, non perché fossero "vecchi bolscevichi", ma a causa del loro comportamento politico revisionista, controrivoluzionario e antisocialista.
E' evidente come l'attacco ai Gulag è l'attacco al socialismo realizzato. Sì perché dietro alle cifre menzognere non c'è niente di "scientifico", c'è l'odio viscerale contro il socialismo e contro coloro che l'hanno elaborato e realizzato. Finché fu vivo Stalin, la borghesia interna e internazionale non ebbe alcun spazio in Urss e nel movimento comunista internazionale, fu denudata, sbugiardata, umiliata e sconfitta e visse nel terrore del suo tramonto storico, lei che si ritiene eterna e universale, mentre la realtà sovietica quotidiana mostrava quanto essa fosse superflua e inferiore rispetto alla nuova classe proletaria giunta al potere dell'economia, dello Stato e dell'intera società. E' stato grazie ai rinnegati Krusciov, Breznev fino a Gorbaciov e Eltsin in Urss e all'esperienza storica del PCI revisionista in Italia che la borghesia internazionale e nazionale ha potuto rialzare la testa e vomitare tutta la bile accumulata contro l'esperienza socialista realizzata da Lenin e Stalin in Urss e da Mao in Cina.
C'è altresì una differenza profonda tra gli errori di Stalin - alcuni dei quali da egli stesso denunciati e corretti - che riconosciamo anche noi marxisti-leninisti e gli errori presunti denunciati dai nemici di classe e dai loro lacché. Noi li riconosciamo per salvaguardare la linea marxista-leninista, essi lo fanno per attaccare, stravolgere e abbattere tale linea. Il problema vero allora è tanto sapere individuare gli errori veri da quelli presunti, quanto di saper ricercare le cause degli errori per imparare la lezione e per evitare di ricommetterli, quanto di sapere se sono stati commessi in buona fede (Lenin e Stalin) o con l'intenzione malevola di nuocere alla causa del proletariato e del socialismo (Jagoda, Ezov e Beria).
E' con questo spirito marxista-leninista che oggi rendiamo onore all'inedita esperienza socialista dei Gulag, denunciandone i casi di applicazione errata della sua giusta linea.

4 dicembre 2006

Fonte:http://www.pmli.it/gulag80anniversario.htm

PERCHE SUI BARCONI NON ARRIVANO QUESTI?

DI MAURIZIO BLONDET
maurizioblondet.it


Caro Blondet, la foto che allego è di guerriglieri del Sud Sudan nella prima guerra di indipendenza. Individui in zona di guerra e di carestia hanno questo aspetto. Delle foto scattate questa è l’unica rimasta non cancellata dalle muffe tropicali.
I guerriglieri mi avevano pregato di non pubblicarle per non fare vedere agli Arabi del Nord Sudan in che condizioni fossero. Infatti, ho fatto vedere solo foto di guerriglieri piuttosto in carne, almeno all’epoca degli scatti.


Mangiavamo al giorno una ciotola di manioca, o di durra, provenienti dall’Uganda, condita con una sugo di arachidi al peperoncino rosso. Mai insalata e verdura e carne. I pochi appezzamenti coltivati venivano individuali dai soldati del Nord e bruciati dagli elicotteri sovietici col napalm.
Io integravo la mia alimentazione con un po’ di latte in polvere e con ottima carne in scatola della Nuova Zelanda, (che ricordavo come la stessa che ci davano i Polacchi dopo il passaggio del fronte nelle Marche), che spartivo con i due ufficiali del mio gruppo.
Oggi, osservo che i fuggitivi dalle guerre e dalla carestie (quali guerre e quali carestie? non ce lo dicono) sono in carne, come lo sono i bambini che salviamo.
Pure al mio amico Tullio Moneta, alto ufficiale del 5 Commando anglosassone in Congo contro i Simba, e successivamente nell’intelligence sudafricana e occidentale anticomunista, operante per cinquanta anni in tutto il territorio africano, nei Balcani, in Medio Oriente, Afghanistan, eccetera, l’aspetto dei clandestini appare piuttosto sospetto.
Sono troppo in carne. Per cui pensa, come lo penso io, che gatta ci cova. Forse molti di questi Africani già stavano il Libia all’epoca di Gheddafi.
Altri ci arrivano oggi, sapendo per passaparola che in Italia si è accolti bene e si mangia a sbafo. Li stiamo ingannando. Da giovane sentivo la parola d’ordine “l’Africa agli africani”, e “ora dateci con una mano ciò che ci avete rubato con l’altra”. Hanno avuto indipendenza e aiuti. Purtroppo la democrazia non si esporta e la formazione di una classe dirigente non la si inventa a tavolino.
Lo sapeva bene John Garang, che non ho conosciuto, ma Tullio Moneta sì, che avrebbe voluto un Sud Sudan confederato con il Nord, in quanto il Sud non era pronto ad avere una benché minima forma di amministrazione. Perciò è stato fatto fuori con un attentato all’elicottero che lo riportava nel Sud dall’Uganda. Abbiamo creato miti come Mandela, astutissimo nell’abbandonare il potere per non fare la fine di un Nyerere o, peggio, di un Mugabe, per diventare così padre della patria. Ma, delle carneficine di immigrati dello Zimbabwe da parte dei neri sudafricani non si parla. Delle ricchezze accumulate da Zuma e dai nipoti di Mandela e da un altro milione di neri sudafricani, mentre tutti gli altri neri sono nell’indigenza, non si parla.
Abbiamo sbagliato a dare l’indipendenza a quelle popolazioni tribali senza prima pensare a formare una classe politica e amministrativa.
Me ne accorsi in Congo, all’epoca della ribellione Simba: avevamo dato l’indipendenza a povera gente incapace di gestirsi oltre la visione tribale. Quindi, pronta a cadere in mano ad astuti opportunisti, ladri e sanguinari.
Lo stesso sta avvenendo nel Sud Sudan indipendente: la fazione Dinka contro la fazione Nuer, per prendere i potere e i proventi del petrolio. I miei amici Ferdinando Goi, Joseph Oduho, padre Saturnino Lohure, e il carissimo capitano Manasse Atot, che mi salvò la vita portandomi a spalla per chilometri, sono morti invano… E, ciò che è peggio, noi Occidentali siamo incapaci di rimanere un faro verso cui indirizzare le popolazioni del pianeta bisognose di aiuto.
Esiste qualcuno che riesce a spiegare cosa nasconde effettivamente questo esodo africano e musulmano verso l’Italia?
La gente comune sta mordendo il freno e non vorrei che il branco scaricasse la rabbia su immigrati, mentre la responsabilità è di questa politica inetta e sottomessa.
Cordialmente, Giorgio Rapanelli.

fc1784084cfdc56b2e993c8007a240a7-kadH-U10606918161709C-700x394@LaStampa.it
Adesso, caro Maurizio, siamo nel bel mezzo di una guerra sotterranea, non dichiarata, ma esistente. Leggo sul Foglio di Ferrata una articolo in apertura di Giulio Meotti dal titolo “Sei contro le nozze arcobaleno? Rischi il posto e l’obbrobrio morale"(qui).
Arriva la dittatura  morbida  della gay colture”.
Siamo all’inizio di una Grande Persecuzione. A cosa serve la proposta di legge Scalfarotto? A tapparci la bocca.
Io sono alla base della gente e ascolto ogni giorno la disperazione della gente, che non ci capisce più nulla. Ma, lei, che è in ambienti di cerniera, può aiutare a trovare una strada, a svelare qualcosa di nascosto?
Caro Maurizio, ho l’impressione che stiamo sulla piana di Armagedon. Ciò che avveniva in Alto, adesso si è sposato in Basso. Non siamo più alla Rivoluzione Protestante, né al Nazismo. Siamo a qualcosa di troppo esteso. Toccherà a noi bere l’amaro calice che ci siamo preparati. Va bene, siamo in ballo e balliamo.
Sa quale è lo stato d’animo che porta quella povera gente sui barconi, rischiando la vita? E’ il fatalismo. Rischiano; sanno di rischiare; forse per volere di Dio ce la faranno. E’ ciò che si prova stando in Africa. In Congo stavo per essere fucilato, insieme a due missionari e ad un belga ferito, e non provavo nulla. E’ come se non riguardasse te. Ne parlavo con Tullio Moneta proprio stasera. Mi diceva che quando arrivavano ad ondate i Simba e li abbattevano a venti metri da loro, egli e i suoi soldati non pensavano a ieri e al domani, ma all’attimo fuggente. Se era destino che un colpo di kalashnikov li colpisse, voleva dire che così doveva andare. Lo stesso avviene per quelli dei barconi. Ma io mi getterei in mare per salvarli, perché forse affogare insieme potrebbe rappresentare per entrambi la salvezza.

Chi mi ha scritto questa lettera è Giorgio Rapanelli, classe 1937. Uno che è stato iscritto al PCI, che ha passato decenni in Africa prima come documentarista, e poi  – visti gli orrori, il caos e le violenze seguiti alla de-colonizzazione – come combattente. In Congo, negli anni 1964-66,  ha visto la rivolta d ei “Simba” (leoni in swaili), giovanissimi guerriglieri fanatizzati dai loro stregoni, che li convincevano di essere invulnerabili alle pallottole che si abbandonavano ad ad inenarrabili orrori, eccidi, stupri ed atti di cannibalismo. Il Tullio Moneta di cui parla, è stato un comandante del 5 Commando, un corpo di contractors – militari veri – inquadrati nella Armée Nationale Congolaise, che debellò l’orrore dei Simba. Moneta,  nativo di Fiume, passaporto sudafricano, oggi ha 78 anni.
Rapanelli ha sostenuto attivamente la causa dei sudanesi del Sud massacrati dal governo di Khartoum fino a diventare il rappresentante in Italia dell’Azania Liberation Front; nel 1970, è stato con i combattenti del Southern Sudan Liberation Front (guerriglieri anya-nya) del colonnello Joseph Lagu.
Sono nomi, eventi e tragedie che ai giovani non diranno nulla, e che si stingono nella memoria anche degli anziani come me; eventi che restano marchiati a fuoco nella memoria dei bianchi che “ci sono stati”,  con le armi in mano, mossi – molto più di quanto si voglia far credere – da uno strano miscuglio di avventura ed idealismo,  di mal d’Africa e di  volontà di  fare qualcosa, di arginare l’orrore  demoniaco degli inenarrabili tribalismi, crudeltà senza nome, carestie e morti che l’abbandono dell’Africa da parte dell’uomo bianco aveva prodotto.  Quel miscuglio  è stato ben reso nel film “I Quattro dell’Oca Selvaggia”, con Richard Burton, ispirato proprio alle imprese del 5 Commando.
“Mi son reso subito conto”, rievoca Rapanelli, “che concedere l’indipendenza alle popolazioni africane, impreparate a gestire il potere in forme democratiche occidentali, è stato un crimine”.
E’ dunque uno che conosce l’Africa da dentro, Rapanelli. Uno che vi è affondato dentro per anni, e non   l’ha vista da un hotel Hilton. Io sono affondato molto   meno in quell’orribile buco nero.   Non ho molti ricordi. Una intervista sul fiume Giuba al “generale” Aidid   che parlava di politica internazionale in politichese italiano, e tutt’attorno bambini prossimi alla morte per denutrizione, vecchi  sccheletrici  dai piedi piagati perché avevano fatto decine di chilometri per la razione   di pappa dell’Onu, e il corpo di una nonnetta tutta ossa, che i cani avevano già cominciato a rosicchiare. Un campo profughi di angolani nello Zambia ridotto alla fame per quella che il funzionario delle Nazioni Unite chiamò “the donor’s fatigue”, dopo tanti anni i “donatori” occidentali si stancano di dare, e le razioni in questi campi profughi si riducono a nulla – alla fame. Ricordo le bambine cacciate dalla famiglia perché avevano “fatto il malocchio” allo zio infettandolo di AIDS (lo zio le aveva violentate), e raccolte da suore francesi che le salvavano dalla fame – nessuno nutriva delle “streghe”. Ricordo la popolazione di Luanda abitare su montagne, vere e proprie montagne di spazzatura marcita e incancrenita, stratificata nei decenni – e Luanda  era famosa nelle statistiche per essere la città più cara del mondo, dove la vita era più costosa, perché le major petrolifere erano tutte lì coi loro bianchi in bungalows e compound, a fare la bella vita.
In questi ricordi c’è un denominatore comune, per cui mi associo alla domanda di Giorgio, il vero esperto:
Perché gli africani che arrivano sui barconi sono così in carne?
Migrants from sub-Saharan Africa rest inside a detention center in the Libyan capital Tripoli on June 4, 2015. Authorities, acting on a tip off, stormed a hideout where more than 500 illegal migrants, mostly men from African, were waiting for people smugglers to take them to boats to Europe, migration officials in Tripoli said. AFP PHOTO / MAHMUD TURKIA
Perché non sono come i guerriglieri che Giorgio ha ritratto nel 1970 ad Adodi, Sud Sudan?
Sud Sudan 1970 villaggio di Adodi, guerriglieri.
Ci dicono che fuggono da guerre e carestie: quali guerre? Quali carestie?
Guardate la foto scattata da Giorgio ai guerriglieri del Sud Sudan.  Quelli sono gli africani che ho visto nel buco nero. Gente che mangia una volta al giorno una ciotola di qualche   polenta innominabile condita con peperoncino, che non vede mai verdura, mai carne. Dico mai.  Sono africani del tipo che, nemmeno con la colletta tra i familiari della famiglia più allargata, sono in grado di raccogliere i 3 o 4 mila dollari per pagarsi il passaggio lungo il Sahara su autocarri, né tantomeno gli scafisti in Libia.
Come mezzo di trasporto hanno solo le  loro gambe; e come vedete, sono così filiformi che non li portano tanto lontano.
Questo è l’africano che ha bisogno di aiuto. L’africano che appena scoppia qualche guerra civile, o qualunque altro scontro tribale, subito si vede ridotta la ciotola  dell’unico pasto  quotidiano,   già insufficente, della metà; che non ha una gallina ovaiola, che non ha altro che salsa di arachidi col peperoncino per condire la polenta di kassava, di valore nutritivo zero..questo è l’Africa, questo è il buco nero.
Non questi giovanotti con lo smartphone, non queste   belle mammine in carne con bambini pasciuti. Perché ci dicono che sono “siriani”   quando sono eritrei, e ancor più spesso africani equatoriali, gabonesi, ivoriani? Il presidente d ella Costa d’Avorio, si chiama Ouattara, in 4 anni di potere ha ammassato 27 miliardi di dollari.. il Buco Nero  è anche questo ed evidentemente non è cambiato. D’accordo, ma se ne occupino i francesi; è amico di Sarkozy.
Per questo odio e mi rivolta lo stomaco la “cultura dell’accoglienza”, il pietismo bavoso   sugli “Immigrati” che rischiano la morte sui barconi e vanno curati, vestiti, alimentati, forniti di scheda SIM perché possano telefonare a casa…perché non è solo falso, ma malvagio. Quelli che “accogliamo” non sono i poveri; sono gli intraprendenti,  e persino – sulla misura africana – ricchi. In questa nostra “carità”, non comprendiamo mai quegli africani con le gambe filiformi, che non hanno smartphone né tremila dollari, anzi nemmeno mezzo – che dico – nemmeno dieci centesimi per comprarsi un uovo. E che hanno veramente bisogno, loro, che basterebbe solo mezzo euro per migliorare la loro  razione.  A casa loro.

Maurizio Blondet
Fonte: www.maurizioblondet.it
Link: http://www.maurizioblondet.it/perche-sui-barconi-non-arrivano-questi/

Tratto da:http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15362



I SUCCESSI DELLA FEDERAZIONE RUSSA



Si continua a discutere bene degli Stati Uniti e di argomenti di interesse prettamente filoccidentale, tuttavia è innegabile che nel corso degli ultimi mesi la Federazione Russa, tutt'altro che isolata dal resto del mondo ma solo da alcuni stati UE e America,  è stata il principale protagonista dei cambiamenti sulla scena mondiale.

1. A Ufa, Putin ha preso l'India e il Pakistan e d è riuscito a coinvolgerli nei processi di integrazione nrll'Organizzazione di Shanghai(SCO).
I paesi dell'Organizzazione ammontano oggi a più di tre miliardi di persone, e comprendono potenze nucleari maggiori della tanto contestata NATO.
Inoltre, la Russia ha agito come un pacificatore perché insisteva su un incontro bilaterale tra India e Pakistan, che avevano congelato i loro contatti diplomatici un anno fa, dopo uno scontro di confine.
2. La Russia ha anche agito come intermediario tra l'Iran e i "Sei", che togliendo all'Iran le sanzioni e permettendo una maggiore libertà di perseguire le politiche proprie.
Alcuni sono preoccupati che l'Iran potrebbe notevolmente aumentare le sue esportazioni di petrolio, che farà sì che i prezzi del petrolio si abbassino ulteriormente.
Innanzitutto, esso non ha la capacità tecnica di farlo, e nuovi depositi richiedono molto tempo e investimenti per essere sviluppati.
In secondo luogo, l'Iran in sé non è interessato a pratiche di questo tipo.
Inoltre, i benefici per la Russia sono chiaramente visibili, l'Iran sarà in grado di aiutare la Siria più attivamente (entrambi i paesi sono alleati della Russia in questa fase), e gli Stati Uniti non saranno in grado di continuare a mentire su come il sistema ABM sia in costruzione contro l'Iran , il che rende la loro politica aggressiva più evidente.
3. La Russia ha tagliato a metà la percentuale di titoli del Tesoro USA nelle sue riserve auree e valutarie.
4. La Russia ha notevolmente ridotto il suo debito estero. Ha inoltre ridotto i debiti delle sue aziende statali e lo ha fatto con uno sconto del 10%.
5. La Russia ha aumentato la sua quota di controllo sulle aziende statali strategiche.
6. Il gruppo di forze armate in Crimea è stato rafforzato.
7. Quasi tutti i reparti dell'esercito hanno avuto la loro prontezza al combattimento controllata al massimo.
8. Il riarmo dell'esercito sta continuando a ritmo sostenuto.
9. Gli ex stati ucraini la Repubblica di Lugansk e la Repubblica di Donetsk sono ora parte di fatto della zona del rublo.
Mentre formalmente è una zona bi-valuta, l'84% di tutte le transazioni sono condotte in rubli.
10.La Repubblica di Lugansk e la Repubblica di Donetsk stanno sviluppando il proprio sistema bancario sotto la supervisione congiunta e in collaborazione con l'Ossezia del Sud.
Una volta completato il processo, nessuno dovrà pagare a Kiev eventuali imposte.
11La Repubblica di Lugansk e la Repubblica di Donetsk hanno stabilito comandi militari centralizzati. L'anarchia è stata messo giù, tutte le unità militari sono ora sotto il controllo dell'impresa.
12. L'industria della Repubblica di Lugansk e della Repubblica di Donetsk si integra direttamente con l'economia russa, decine di aziende sono già al lavoro per soddisfare gli ordini russi.
13. Molte società europee (in particolare tedeschi e italiani) stanno apertamente ignorando le sanzioni erroneamente imposte dai propri governi, continuando a lavorare con i loro partner russi.
14. La Russia ha sia stipulato trattati o sta continuando le trattative con diversi paesi ad attuare lo scambio della moneta al fine di condurre gli scambi in moneta nazionale, senza l'uso del dollaro.
15. Il volume di nuovi contratti con la sola Cina è stimato a più di un trilione di dollari.
16. La Russia è diventata uno dei soci fondatori del Infrastructure Asiatic Investment Bank, che è equivalente a, e si suppone sostituirà, il FMI e la Banca Mondiale.
17. Si sta realizzando un sistema di pagamento alternativo russo-cinese.
18.La frantumazione della cooperazione industriale ed economica bilaterale con la Russia da parte dell'Ucraina è ormai evidente.
L'Ucraina sta vivendo caos crescente e stretta del regime del Kiev che ha ufficialmente iniziato il periodo del tracollo.
La propaganda dell'integrazione europea è completamente fallita, ben pochi ci credono più.

Questo elenco è lungi dall'essere completo, ci sono molti altri elementi semplicemente dimenticati o che è troppo presto per discutere in pubblico.
Nel complesso, la Russia e la Cina stanno costruendo un sistema alternativo di relazioni internazionali che molti hanno ribattezzato "alter-global" qualche tempo fa.
Il suo motto è "Un altro mondo è possibile."
In una battaglia di due sistemi quello meglio strutturato prevarrà.
È per questo che Mosca e Pechino stanno stabilendo più capacità, più indipendenza, e più giusta equivalenza di quasi tutte le istituzioni occidentali rispetto alle loro versioni di FMI, Banca Mondiale, la NATO, l'OSCE, e molti altri.
Il prossimo passo, idealmente, dovrebbe essere l'integrazione della legislazione e dei sistemi giudiziari, compresa la creazione di tribunali internazionali e arbitrali come alternative alla Corte di giustizia europea, Londra Arbitrage, e L'Aia.
Capisco che gli esperti del divano vorrebbero tutto sia fatto in questo momento, subito, una vittoria rapida, globale, e indolore, ma non è mai così.
Qualsiasi cambiamento richiede tempo, e ancor più cambiamento globale.
I processi in corso sono enormi, gli sforzi applicati ad avanzare loro sono colossali, e se qualcuno non è in grado notare, è solo a causa dei propri problemi con la vista e l'udito.

Fonte:http://russia-insider.com/en/politics/short-list-russian-successes-over-past-few-months-q/ri8945

L'ENERGIA NUCLEARE E' IL FUTURO NEL TERRITORIO POST SOVIETICO

Dalla Russia al Caucaso, dal Baltico all’Ucraina, il futuro è quello dell’energia nucleare.

L’energia nucleare rimane un punto fermo sia nello spazio post-sovietico che in vari paesi dell’ex Urss che dopo il crollo del comunismo si sono integrati nell’architettura economica e politica occidentale. Dalla Russia al Caucaso, dall’Est Europa all’Asia centrale, spesso e volentieri con l’appoggio finanziario e tecnologico di Mosca attraverso l’Agenzia Federale Rosatom e le sue consorelle, a partire da Atomstroyexport che si occupa della costruzioni di centrali atomiche all’estero, il nucleare costituisce un elemento fondamentale nel mix sulla scacchiera energetica euroasiatica. E lo sarà anche nel futuro.
Da una parte il motore è essenzialmente quello russo per gli stati che a livello geopolitico hanno rapporti più stretti con il Cremlino, dall’altra – per chi aspira a una maggiore indipendenza energetica e punta alla diversificazione delle attuali fonti – gli agganci sono quelli offerti dagli Stati Uniti. Proprio questo aspetto è estremamente evidente in Ucraina, la repubblica ex sovietica al centro di una crisi politica, economica e militare che ha coinvolto Russia, Usa e Unione Europea e che sta producendo conseguenze anche per quel riguarda le scelte energetiche del paese, sia sul versante del gas che proprio su quello del nucleare.
L’Ucraina è fortemente dipendente dall’energia nucleare e circa la metà del fabbisogno elettrico è soddisfatto dai 15 reattori attivi nelle 4 centrali del paese. Il complesso di Zhaporizha è quello più grande d’Europa, arrivato alla cronaca negli ultimi tempi per alcuni piccoli, ma ripetuti incidenti che si sono verificati comunque senza conseguenze. Tutti i reattori ucraini sono di costruzione russa, ma sia a causa del conflitto nel Donbass sia per scelte avviate già prima della rivoluzione dello scorso anno, l’Ucraina ha avviato l’acquisto di combustibile non più dalla Russia, ma dagli Stati Uniti (Westinghouse). Tutti i governi ucraini, passati e presenti, hanno ribadito inoltre la necessità di proseguire con il nucleare – nonostante lo spettro incancellabile della catastrofe di Chernobyl avvenuta nel 1986 – e ci sono piani, per ora non avviati a causa delle difficili condizioni economiche, per la costruzione di una nuova centrale del sud dell’Ucraina. Se il rapporto tra la russa Rosatom e la corrispondente ucraina Energoatom è compromesso dal contesto geopolitico, Kiev appare sempre più intenzionata ad affidarsi a tecnologie e investitori occidentali.
Lo stesso vale per la Lituania, ex repubblica ex sovietica ora membro dell’Unione Europea. Vilnius ha già chiuso la centrale di Ignalina nel 2009, ma l’esigenza di maggiore indipendenza energetica e la guerra in Ucraina hanno riportato d’attualità i piani comuni con gli altri due paesi baltici, Estonia e Lettonia, per la costruzione di nuovi reattori a Visaginas, congelati dopo un referendum consultivo nel 2012. Accordi con la giapponese Ge Hitachi sono tutt’ora in discussione per quella che potrebbe essere la prima centrale Made in Japan in Europa.
Poco oltre il confine orientale lituano, in Bielorussia, a Ostrovets, è in costruzione la prima centrale atomica del paese che sarà completata nel 2018. Il progetto gestito dalla russa Atomstroyexport prevede la realizzazione di 2 reattori con la capacità complessiva di 2400 Mve. La Bielorussia, la cui strategia energetica prevede una graduale riduzione dell’import di gas russo, prevede comunque nei progetti di diversificazione una inevitabile collaborazione con Mosca. Minsk fa parte, insieme con Kazakistan, Kirghizistan e Armenia, dell’Unione Euroasiatica avviata sotto la presidenza di Vladimir Putin.
In Caucaso si affida ancora al nucleare l’Armenia. Il sito di Metsamor, costruito negli anni Settanta è considerato uno dei più pericolosi della regione (già chiuso per cinque anni dopo il devastante terremoto del 1988) e teoricamente potrebbe cessare di generare energia nel 2016. Alla luce del fatto che produce il 40% dell’elettricità di cui ha bisogno la repubblica caucasica e che non esistono al momento alternative è probabile però che ne venga prolungata l’operatività per qualche anno. Nel 2014 il governo ha approvato la costruzione di un nuovo reattore, dopo la creazione di una joint-venture russo-armena trainata da Atmostroyexport che si occupa del progetto.
Mentre i maggiori paesi dell’Asia centrale (Kazakistan e Turkmenistan) hanno ormai abbandonato il nucleare, rimanendo però fondamentali come fornitori di materiale combustibile (uranio), in quelli orientali dell’Unione Europea sono ancora diversi quelli che seguono la scia dell’atomo: in Bulgaria 2 reattori di Kozloduy sono ancora attivi, mentre il progetto della nuova centrale di Belene con il supporto russo è finito nel vuoto. Ora a Sofia si discute se potenziare con un nuovo reattore il vecchio sito di Kozloduy e il pole position c’è Westinghouse.
In Repubblica Ceca (6 reattori in 2 centrali) le bocce al momento sono ferme, la strategia energetica di Praga prevede però di aumentare la fetta del nucleare dall’attuale 35% al 58% nel 2040. Per le costruzioni di nuovi reattori tra Temelin e Dukovany sono in corsa russi, coreani, cinesi e americani. In Slovacchia 2 nuovi reattori sono in costruzione a Mochovce e dovrebbero partire tra il 2016 e il 2017, altri 2 sono in progetto a Bohunice e Kecerovce. In Ungheria è previsto il potenziamento della centrale di Paks con 2 reattori e anche in questo caso è la Russia a gestire il progetto dopo l’accordo raggiunto la scorsa primavera tra Vladimir Putin e il premier ungherese Viktor Orban.
In Romania sarà invece la Cina (China General Nuclear Power Group) a costruire 2 reattori a Cernavoda che produrranno energia dal 2019-2020. Più o meno nello stesso periodo potrebbe partire la costruzione della prima centrale atomica in Polonia, dato che a Varsavia si pensa ormai da un po’ di affidare parte della produzione energetica al nucleare. La compagnia statale PSE (Polskie Sieci Elektroenergetyczne) partecipa già al progetto lituano di Visaginas.
Infine ovviamente la Russia, dove sono operativi 34 reattori in 11 siti per una potenza totale di 25264 Mwe, 9 sono in costruzione e altri 31 in progetto da qui al 2030. Mosca si muove con decisione per un ruolo maggiore del nucleare e lo sviluppo di nuove tecnologie. Rispetto all’inizio degli anni Novanta non solo è aumentata l’efficienza, ma l’intero settore, compreso l’export di materiali e tecnologie, si è stabilizzato come uno dei pilastri portanti dell’economia. La Russia è il leader mondiale per quanto concerne i reattori a neutroni veloci.

Fonte:http://rassegnaest.com/2015/07/16/ex-urss-nucleare-avanti-tutta/

INGHILTERRA: IL VOTO PER USCIRE DALL'UNIONE EUROPEA SI TERRA' A GIUGNO 2016


Il governo conservatore di David Cameron accelera verso il referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell'Ue, convinto di poter spuntare qualche concessione di sostanza da Bruxelles dopo l'epilogo del caso greco. E deciso al contempo a evitare incroci pericolosi con le prossime elezioni in Germania e Francia: appuntamenti che potrebbero spingere Parigi, ma soprattutto Berlino, a irrigidirsi nei negoziati sulle riforme dell'Unione pretese da Londra e magari a rispondere 'nein' a tutto vantaggio degli euroscettici del Regno. Il voto era stato promesso da Cameron entro il 2017, ma nessuna scadenza ufficiale e' stata mai comunicata. E di un possibile anticipo al 2016 si parla gia' da diverse settimane. Ora il domenicale dell'Indipendent rivela che sul tavolo del primo ministro un'ipotesi di data c'e': dovrebbe cadere a giugno dell'anno prossimo ed essere annunciata in un discorso programmatico al partito in calendario per ottobre. Il calcolo dell'inquilino di Downing Street e' semplice: incassare almeno ''un pacchetto limitato di riforme'' da presentare agli elettori di casa sua come un punto a favore degli interessi nazionali per evitare lo spettro del si' alla Brexit. E farlo prima che francesi e tedeschi entrino in campagna elettorale.

Fonte:http://www.ilnord.it/i-1518_VOTO_BREXIT_A_GIUGNO_2016

LEGA NORD, MATTEO SALVINI: EUROTASSA? MAI!


BRUXELLES - Un'eurotassa per creare e finanziare un bilancio comune dell'Eurozona: sarebbe questa l'idea che rimbalza in questi giorni tra Berlino e Bruxelles, secondo quanto riporta lo Spiegel online che cita fonti vicine al ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble. ''A Bruxelles e Berlino prende forma il piano per creare un bilancio della zona euro con risorse proprie. Il ministro Schaeuble e' pronto a cedere una parte del gettito fiscale per farla finire in un bilancio separato dell'Unione monetaria'', scrive il giornale. Di bilancio comune si discute da mesi e fa parte anche del piano di riforma dell'Eurozona presentato dal presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker il mese scorso. Secondo lo Spiegel la 'cassa' comune potrebbe essere riempita attraverso una ''eurotassa'' ad hoc oppure cedendo una parte del gettito statale. Un passo su cui sarebbe d'accordo anche la Commissione Ue, scrive il giornale.''La Germania propone una TASSA EUROPEA per rafforzare l'Unione e l'Euro. A presiedere la Commissione che sta studiando la tassa c'e'... Mario Monti! Ma per favoreeeee!!! Con la Lega al governo, la risposta sarebbe solo no''. Cosi' il segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini, commenta l'ipotesi di un'eurotassa che sarebbe allo studio a Bruxelles.

Fonte:http://www.ilnord.it/i-1522_SALVINI_EUROTASSA_MAI

LA REPUBBLICA CINESE REGOLA LE PIU' PERICOLOSE ONG (ORGANIZZAZIONI NON GOVERNATIVE) OCCIEDENTALI


La Cina ha recentemente compiuto un passo importante nel regolare più strettamente le organizzazioni non governative (ONG) straniere nel Paese. Nonostante la condanna dai cosiddetti gruppi per i diritti umani occidentali, la mossa della Cina va intesa come decisione cruciale per affermare la sovranità sul proprio spazio politico. Naturalmente, le grida stridule su “repressione” e “ostilità verso la società civile” delle ONG occidentali hanno avuto scarso effetto sulla determinazione di Pechino avendo il governo riconosciuto l’importanza cruciale di spezzare le vie per la destabilizzazione politica e sociale. L’argomento prevedibile, ancora una volta agitato contro la legge sulla gestione delle ONG straniere in Cina, è che sia una restrizione alla libertà di associazione e di espressione, per soffocare settori della fiorente società civile della Cina. I sostenitori delle ONG ritraggono questa proposta di legge come altro esempio di violazione dei diritti umani in Cina e ulteriore prova di mancato adempimento di Pechino. Ipotizzano che la Cina rafforzi ulteriormente il governo autoritario chiudendo lo spazio democratico emerso negli ultimi anni. Tuttavia, tra tali strette di mano su diritti umani e democrazia, viene convenientemente ignorato il semplice fatto che le ONG straniere e nazionali finanziate dall’estero siano in larga misura agenti di interessi stranieri, assai usate come armi del soft power per la destabilizzazione. Non è mera teoria della cospirazione come testimonia la voluminosa documentazione sul ruolo delle ONG nei recenti disordini politici in Cina. Non è una forzatura dire che Pechino ha finalmente riconosciuto, così come la Russia prima, che per mantenere la stabilità politica e la vera sovranità, deve controllare lo spazio della società civile, altrimenti manipolabile da Stati Uniti e alleati.

‘Soft Power’ e destabilizzazione della Cina
Joseph Nye ha notoriamente definito il ‘soft power’ come la capacità di un Paese di persuadere gli altri e/o di manipolare gli eventi senza forza o coercizione per avere risultati politicamente desiderabili. Uno dei principali strumenti del soft power moderno sono la società civile e le ONG che la dominano. Con il sostegno finanziario di singoli od istituzioni potenti, tali ONG utilizzano la coperture della “promozione della democrazia” e dei diritti umani per promuovere l’agenda dei loro finanziatori. E la Cina fu particolarmente vittima di tale strategia. Human Rights Watch e il complesso delle ONG in generale hanno condannato la legge sulla gestione delle ONG straniere in Cina perché giustamente credono che ostacolerà gravemente gli sforzi per agire in modo indipendente da Pechino. Tuttavia, contrariamente all’ineccepibile espressione di innocenza che tali organizzazioni usano per mascherarsi, la realtà è che agiscono come braccio delle agenzie d’intelligence e dei governi occidentali, svolgendo un ruolo centrale nella destabilizzazione della Cina negli ultimi anni. Senza dubbio l’esempio più pubblicizzato di tale ingerenza politica si ebbe nel 2014 con il molto pubblicizzato movimento “Occupy Central” di Hong Kong, noto anche come movimento degli ombrelli. I media occidentali rifilarono al loro pubblico disinformato continue storie su un movimento “pro-democrazia” che cercava di dare voce a ciò che il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest aveva cinicamente definito, “… le aspirazioni del popolo di Hong Kong”. Ma tale retorica vuota fu solo parte della storia. Ciò che i media aziendali occidentali non dissero erano i collegamenti profondamente radicati tra movimento Occupy Central e i principali organi del soft power USA. Il capo spesso propagandato di Occupy Central era l’accademico filo-occidentale Benny Tai, professore di diritto presso l’Università di Hong Kong. Anche se si presentava come il capo di un movimento di massa, Tai per anni ha collaborato con oò National Democratic Institute (NDI), una ONG di nome ma direttamente finanziata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso il National Endowment for Democracy (NED). In realtà, NDI fu uno dei principali sostenitori e finanziatori del Centro di diritto comparato e pubblico presso l’Università di Hong Kong, un programma con cui Benny Tai era intimamente connesso, essendone anche un membro del consiglio dal 2006. Quindi, lungi dall’essere semplicemente un capo emergente, Tai era una persona accuratamente scelta per un movimento da rivoluzione colorata sponsorizzato dagli USA. Altre due figure di alto profilo coinvolte in Occupy Central erano Audrey Eu, fondatrice del Partito civico di Hong Kong, e Martin Lee, fondatore e presidente del Partito democratico di Hong Kong. Eu e Lee hanno vecchi legami con il governo degli Stati Uniti attraverso NED e NDI, essendo stata Eu frequente ospite dei programmi sponsorizzati dal NDI, ed essendo Lee un glorioso destinatario dei riconoscimenti di NED e NDI, oltre ad aver incontro il vicepresidente degli USA Joe Biden nel 2014 insieme all’avvocato anti-cinese Anson Chan. Non ci vogliono poteri eccezionali di deduzione per vedere che, in misura diversa, Tai, Eu, Lee e Chan sono il volto pubblico di un’iniziativa del governo statunitense volta destabilizzare Hong Kong, una delle più economicamente e politicamente importanti regioni della Cina. Tramite le ONG, Washington promuove una linea anti-Pechino sotto l’egida della “promozione della democrazia”, proprio come ha fatto dall’Ucraina al Venezuela. Fortunatamente per la Cina, il movimento non è stato supportato dalla classe operaia di Hong Kong e Cina, e neanche dalla classe media che vi ha visto poco più di un inconveniente, al meglio. Tuttavia, ciò richiese l’azione rapida del governo per contenere il fiasco nelle relazioni pubbliche e nei media che avrebbe comportato il movimento, un fatto di cui Pechino, senza dubbio, ha preso atto. Come il portavoce per il Congresso nazionale del popolo ha spiegato ad aprile, la legge sulle ONG è necessaria per “la salvaguardia della sicurezza nazionale e il mantenimento della stabilità sociale”. In effetti, alla fine del 2014, sulla scia di Occupy Central, il presidente cinese Xi Jinping s’è recato a Macao parlando della necessità di garantirne la “retta via”. Con velato riferimento a Hong Kong, Xi ha elogiato Macao che continua a seguire il principio “un Paese, due sistemi”, la politica con cui le regioni amministrative speciali di Macao e Hong Kong hanno autonomia, ma sono soggette alla legge cinese. In sostanza, Xi ha chiarito che nonostante il movimento delle ONG straniere, fabbricato a Hong Kong, Pechino aveva saldamente il controllo. Ed è proprio questo il problema: il controllo.

ONG, Soft Power e terrorismo nello Xinjiang
xijinping-newspaper L’arma del ‘Soft power’, l’ONG, non è relegata solo ad Hong Kong. In realtà, la provincia occidentale cinese del Xinjiang, una delle regioni più instabili del Paese, ha visto costante destabilizzazione e sovversione attiva da parte del soft power negli ultimi anni. Sede dell’etnia a maggioranza musulmana uigura, il Xinjiang è stato ripetutamente attaccato dal terrorismo e dalla propaganda vile che cerca di dipingere la Cina oppressiva e nemica degli uiguri e dei musulmani in generale. Il Xinjiang è stato vittima di una serie di attacchi terroristici mortali negli ultimi anni, tra cui l’odioso attentato con autobombe che uccise e ferì oltre 100 persone nel maggio 2014, accoltellamenti di massa e bombardamenti del novembre 2014, e il mortale attacco dei terroristi uiguri a un posto di blocco il mese scorso, che ha lasciato 18 morti. Se tali attacchi, che hanno causato la morte di decine di inermi cittadini cinesi, fossero stati effettuati contro, per esempio, gli statunitensi, i media occidentali avrebbero parlato di jihad contro il mondo intero. Tuttavia, dato che sono accaduti in Cina, questi diventano incidenti isolati causati da “marginalizzazione” e “oppressione” del popolo uiguro dalle parte delle cattive grandi autorità cinesi. Tale racconto disgustosamente parziale è in gran parte dovuto alla penetrazione delle ONG nella comunità uigura e a una vasta rete di relazioni pubbliche finanziate dal governo degli Stati Uniti. Lo stesso National Endowment for Democracy (NED), che ha erogato fondi al NDI e altre organizzazioni coinvolte nella destabilizzazione di Hong Kong, è il primo finanziatore del complesso delle ONG uigure. Le seguenti organizzazioni hanno ricevuto un significativo sostegno finanziario dalla NED: Congresso Mondiale Uiguro, Associazione americana uigura, Fondazione internazionale per la democrazia e i diritti dell’uomo uigura e l’International Uighur PEN Club. Tali ONG sono spesso le fonti citate dai media occidentali per commentare ciò che riguarda lo Xinjiang, sempre pronte a demonizzare Pechino per ogni problema nella regione, compreso il terrorismo. Forse il miglior esempio di tale propaganda e disonestà s’è avuto nelle ultime settimane quando i media occidentali hanno diffuso storie che accusavano la Cina di aver vietato l’osservanza del Ramadan nello Xinjiang. In effetti, ci furono letteralmente centinaia di articoli che condannavano la Cina per tale “restrizione della libertà religiosa” raffigurante il governo cinese come repressivo e violatore dei diritti umani. È interessante notare che la fonte non era altro che il Congresso mondiale uiguro finanziato dalla NED. Inoltre, a metà luglio, il giorno della Ayd al-Fitr (l’ultimo giorno del Ramadan), il Wall Street Journal pubblicò una storia per sminuire i media cinesi che, nelle ultime settimane, pubblicizzavano come nel Xinjiang e in Cina si celebri apertamente il Ramadan. E, come ci si aspettava, la fonte anti-cinese era come al solito un rappresentante del Congresso mondiale degli uiguri. Sembra che tale organizzazione, lungi dal difendere i diritti umani, sia portavoce della propaganda statunitense contro la Cina. E quando la propaganda è sfidata e screditata dalla Cina, ciò non suscita che altra propaganda ancor più dozzinale.

Impronte geopolitiche
Tale demonizzazione ha assunto un chiaro significato geopolitico e strategico quando la Turchia s’è immischiata condannando la Cina per la sua presunta “persecuzione” degli uiguri, che Ankara vede come turchi nella sua prospettiva revanscista neo-ottomana. Il ministero degli Esteri turco ha detto in un comunicato che “Il nostro popolo è rattristato dalla notizia che agli uiguri turchi è vietato il digiuno o effettuare altri compiti religiosi nella regione dello Xinjiang… La nostra profonda preoccupazione per questi rapporti sono stati trasmessi all’ambasciatore della Cina ad Ankara“. La Cina ha risposto considerando inappropriati i commenti dal ministero degli Esteri della Turchia, specialmente alla luce della definizione assurda degli uiguri (cittadini cinesi) come “turchi.” Il portavoce del Ministero degli Esteri della Cina Hua Chunying ha dichiarato, “La Cina ha già chiesto alla Turchia di chiarire questi rapporti ed abbiamo espresso preoccupazione per la dichiarazione del ministero degli Esteri turco… Dovete sapere che tutti nello Xinjiang godono della libertà religiosa accordatagli dalla Costituzione cinese“. Mentre il governo cinese, come fa quasi sempre, ha usato un linguaggio decisamente moderato per esprimere dispiacere, le implicazioni della dichiarazione non sono state ignorate dagli osservatori politici più acuti e con una qualche comprensione del rapporto tra Cina e Turchia. Anche se i due Paesi hanno molti interessi allineati, come dimostra il ripetuto desiderio della Turchia di aderire alla Shanghai Cooperation Organization (SCO), il fatto poco noto è che la Turchia è uno dei principali animatori del terrorismo in Cina. Anche se non c’è stata alcuna fanfara dai media internazionali, nel gennaio 2015 le autorità cinesi arrestarono almeno dieci turchi accusati di aver organizzato e facilitato l’attraversamento illegale delle frontiere di numerosi estremisti uiguri. Fu inoltre rivelato che tali estremisti progettavano di recarsi in Siria, Afghanistan e Pakistan per addestrarsi e combattere con gli altri jihadisti. La storia è ancora una prova ulteriore della ben finanziata rete del terrore internazionale gestita e/o supportata dai servizi segreti turchi. Secondo il ministero degli Esteri turco, i dieci cittadini turchi furono arrestati a Shanghai il 17 novembre 2014 per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Mentre le accuse formali contro di loro vanno dalla falsificazione dei documenti all’emigrazione illegale, la maggiore questione è il terrorismo internazionale che si cela sotto la superficie. Perché naturalmente, come le prove sembrano indicano, tali immigrati uiguri non viaggiavano per vedere i propri cari all’estero. Al contrario, erano probabilmente parte di un flusso di estremisti uiguri che si recava in Medio Oriente per combattere con lo Stato islamico e altri gruppi terroristici. Tali reti estremiste hanno eseguito l’attentato mortale ad Urumqi, capitale dello Xinjiang. In realtà, proprio tale tendenza fu denunciata due mesi prima, nel settembre 2014, quando la Reuters riferì che Pechino aveva formalmente accusato i militanti uiguri dello Xinjiang di essersi recati nel territorio controllato dallo Stato islamico per addestrarsi. A ulteriore conferma di tali accuse, il Jakarta Post indonesiano riferiva che quattro jihadisti uiguri cinesi erano stati arrestati in Indonesia dopo esser giunti dalla Malesia. Altri articoli simili sono emersi negli ultimi mesi, dipingendo il quadro di una campagna concertata per aiutare gli estremisti uiguri a collaborare in tutta l’Asia con i gruppi terroristici transnazionali come lo Stato islamico. Così, i terroristi uiguri con documenti falsi forniti dalla Turchia sono implicati nella stessa rete del terrore che ha effettuato una serie di attentati mortali contro cittadini e poliziotti cinesi. Non c’è da stupirsi che la Cina non faccia molto per asciugare le lacrime di coccodrillo di Erdogan e del governo turco. Tuttavia, nonostante la guerra del terrore, le ONG uigure finanziate dagli USA continuano a rappresentare la Cina come responsabile del terrorismo. La destabilizzazione della Cina prende molte forme. Da movimento di protesta prodotto a Hong Kong e promosso dalle ONG collegate al governo degli Stati Uniti, alla guerra di propaganda fabbricata e spacciata da altre ONG promosse dal governo degli Stati Uniti, alla guerra terroristica fomentata da un membro della NATO; la Cina è una nazione sotto attacco del soft e hard power. Che Pechino finalmente prenda misure per frenare la perniciosa influenza di tali ONG e delle forze che rappresentano, non è solo un passo positivo, è assolutamente necessario. La sicurezza nazionale e la sovranità nazionale della Repubblica Popolare Cinese non richiedono nulla di meno.

Fonte:https://aurorasito.wordpress.com/2015/07/26/legge-sulle-ong-cinese-contrastare-soft-power-e-sovversione-occidentali/

E' TEMPO PER IL GIAPPONE DI ASCOLTARE LA FEDERAZIONE RUSSA


La crisi degli ostaggi in Algeria nel 2013 comportò la morte di dieci cittadini giapponesi insieme a molte altre persone di diverse nazioni. Purtroppo era evidente fin dall’inizio che la connessione libica rientrava nel caso. Dopo tutto, l’infiltrazione terroristica avveniva dal vicino confine della Libia. Inoltre, dalla morte di Gheddafi la regione è piena di armi ed innumerevoli gruppi terroristici. Nella stessa Libia vi sono varie organizzazioni terroristiche islamiste e milizie che ne controllano delle parti. Pertanto, nella Libia del 2015 vi è il caos e uno Stato assente che non può controllare tutto.
Ingerenze esterne
Nel 2015 il Giappone deve mettere in discussione i cosiddetti alleati quando si tratta di contrastare il terrorismo e di geopolitica, e non dell’economia. Dopo tutto, le nazioni del Golfo e le grandi potenze della NATO continuano a creare instabilità in Medio Oriente e Nord Africa, aggiungendosi al caos in Afghanistan. Un caos che va dall’Afghanistan estendesi al Mali in Africa occidentale. Il Pakistan, potenze del Golfo, USA e Regno Unito s’intromettono in Afghanistan da più di 40 anni. Da allora migliaia di miliardi di dollari sono stati spesi per cercare di stabilizzare e centralizzare la nazione, nonostante il sostegno ai settari taqfiri e l’indottrinamento islamista negli anni ’80 e ’90. La politica adottata in Afghanistan non fu solo un misero fallimento totale, ma permise anche la destabilizzazione del Pakistan (auto-indotta), l’emergere della rete dell’11 settembre e il prosperare del potente movimento jihadista internazionale. Il Giappone di oggi è ormai sempre più trascinato dagli obiettivi di Washington. Ciò si vede nella politica estera negativa verso il governo della Siria, nonostante la crisi sia lontana dal Giappone. Altrettanto importante, è chiaro che i cittadini giapponesi brutalmente assassinati nella regione hanno subito tale destino per le politiche di destabilizzazione dei cosiddetti alleati del Giappone. Non serve un attacco terroristico che uccide cittadini giapponesi per svegliare il governo del Giappone. Sì, purtroppo, sembra che le nazioni spesso ne prendano atto quando le conseguenze uccidono civili inermi. Gli Stati Uniti l’hanno scoperto nel modo più barbaro quando migliaia di civili furono uccisi l’11 settembre. Dopo tutto, le forze terroristiche di al-Qaida erano collegate a CIA, ISI del Pakistan e servizi segreti inglesi manipolando la causa islamista in Afghanistan e replicarla in Bosnia (11 settembre, attentati di Madrid ed altri legati ad Afghanistan e Bosnia). Pertanto, quando il Giappone annunciò la morte del suo decimo cittadino per la brutale crisi degli ostaggi dei terroristi islamisti in Algeria, allora questo semplicemente non fu sufficiente. Le ratlines che collegano le politiche di USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Regno Unito e le altre nazioni de Golfo, vanno esaminate per ciò che hanno creato in Libia e continuano a creare in Siria. Tale realtà deve anche concentrarsi su come Mali e Pakistan siano stati inghiottiti dalle politiche fallimentari di altre nazioni (Pakistan vi si è autoindotto a differenza del Mali). Ugualmente allarmante è l’ampia evidenza che le nazioni che si sono ingerite in Afghanistan e Iraq, e poi in Libia, non solo hanno creato Stati falliti divenuti terreno fertile per i gruppi jihadisti islamici, ma hanno iniziato a destabilizzare altre nazioni come la Siria. Tutto ciò è stato fatto mentre la carneficina quotidiana continua in Afghanistan, Iraq e Pakistan. Non solo è una follia, ma è una politica “vergognosa” che rovina USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Regno Unito e Paesi del Golfo.
Federazione Russa
La Federazione russa cerca di “contenere gli incendi” appiccati dalle suddette nazioni perché le élite politiche di Mosca comprendono chiaramente appieno realtà ed implicazioni geopolitiche a lungo termine delle fallimentari politiche di NATO e Golfo. Ciò vale per l’instabilità massiccia, le sempre più ampie reti terroristiche, settarismo, asservimento delle donne, povertà, assenza di strutture sanitarie, Stati falliti e altre potenti forze negative. Pertanto, è giunto il momento per le élite politiche del Giappone del 2015 di riconoscere alla Federazione russa priorità invece di seguire Washington e gli altri che creano “nuove strade pericolose”. Il presidente della Federazione russa Vladimir Putin ha dichiarato: “lo sconvolgimento della Libia, accompagnato dalla proliferazione incontrollata delle armi, ha contribuito al deterioramento della situazione in Mali. Gli attacchi terroristici in Algeria che hanno ucciso persone innocenti, anche straniere, sono conseguenza di tali sviluppi tragici“. Il Presidente Vladimir Putin continuava affermando che la Federazione russa “si sente responsabile del mantenimento della sicurezza globale ed è volta a collaborare con i partner al fine di affrontare i problemi globali“. E’ tempo per l’establishment politico di Tokyo di guardare profondamente agli eventi dall’Afghanistan all’Africa occidentale, in Mali. Ciò vale per molte aree instabili e le nazioni estere che continuano a partecipare, avviare o essere coinvolte in operazioni segrete destabilizzanti. La cosiddetta “primavera araba” ha inaugurato solo l'”inverno islamista” e la creazione di Stati falliti per ingerenza estera creando grandi aree di odio taqfirita. Basta guardare alle politiche contraddittorie attuate da varie nazioni verso Bahrain, Egitto, Libia, Siria, Yemen e altre nazioni dai gravi problemi interni. Ciò vale per le politiche distruttive basate su “interessi dalla mentalità ristretta”. La Federazione russa conosce le convulsioni di intere aree dal crollo dell’Unione Sovietica e dall’indipendenza dei popoli in Europa orientale. Una volta che Vladimir Putin ha preso il timone, gradualmente la Federazione russa è divenuta potente con la centralizzazione e l’esecuzione di diverse politiche interne ed estere. Inoltre, la Federazione Russa ha una posizione unica essendo prevalentemente di fede cristiana ortodossa, ha anche una consistente minoranza musulmana nazionale. Infatti, in alcune parti della Federazione russa la fede musulmana è maggioritaria. Inoltre la realtà geografica della nazione appartenente alla casa eurasiatica, collega Europa ed Asia. Pertanto, i leader politici della nazione vogliono smorzare le divisioni attualmente esistenti in molte parti dello spazio geografico coincidente con la Federazione russa, insieme alla tradizionale proiezione di potenza in alcune parti di Medio Oriente, Balcani, Asia centrale, Asia del Nord-Est ed Europa.
Giappone e crisi degli ostaggi
La morte di dieci cittadini giapponesi in Algeria (2013) per mano di terroristi islamici è un chiaro richiamo al governo di Tokyo di dover svolgere un ruolo più costruttivo nella politica internazionale. Il Giappone sostiene le Nazioni Unite e altre importanti istituzioni che si occupano di educare, alleviare la povertà e sostenere i Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, spesso sembra che il Giappone sia troppo legato agli USA, anche quando ciò gli è dannoso. Naturalmente, le relazioni tra Giappone e USA rimarranno la spina dorsale della politica estera del Giappone, non del tutto negativa. Ad esempio, le forze statunitensi aiutarono notevolmente il Giappone dopo il brutale terremoto di magnitudo 9.0 che innescò lo tsunami che uccise molte persone. Inoltre, la regione del nord-est asiatico è molto volatile e data la realtà dell’articolo 9 della Costituzione del Giappone, è chiaro che gli USA hanno un ruolo importante nella difesa del Giappone, contenendo possibili situazioni regionali pericolose. Nonostante ciò, quando si tratta di altri aspetti connessi alle ambizioni geopolitiche degli USA il Giappone dovrebbe valutare ogni situazione per merito, piuttosto che dare carta bianca agli USA. Hillary Clinton, ex-segretaria di Stato, ha dichiarato: “Non c’è dubbio che i terroristi algerini ricevano armi dalla Libia. Non vi è dubbio che i maliani dell’AQIM ricevano armi dalla Libia”. L’omissione di Hillary Clinton è un altro richiamo deciso al contraccolpo che ha creato l’attuale crisi regressiva in Afghanistan e Pakistan, permettendo l’11 settembre. Gli USA ancora una volta confermano che la destabilizzazione della Libia e i tragici eventi nel 2013 in Algeria sono correlati. Nel complesso, il governo del Giappone dovrebbe chiedersi chi siano gli attori della destabilizzazione della vasta regione che si estende dall’Afghanistan al Mali? La Federazione russa o, in tutta onestà, USA, Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Regno Unito e Paesi del Golfo? Altrettanto importante, cittadini giapponesi muoiono a causa dell’ingerenza degli alleati negli affari interni altrui, o sono minacciati dalle politiche della Federazione Russa? Se il Giappone ne vuole uscire cercando di proteggere i propri cittadini, allora è giunto il momento di promuovere relazioni più strette con la Federazione russa e di temere le politiche di destabilizzazione dei cosiddetti amici.f04da2db148412e969f204Il Giappone accusa la Cina di rubare gas dal mare
Tyler Durden Zerohedge 22 /07/2015
Negli ultimi mesi la Cina si trova al centro di un piuttosto vivace “dibattito” internazionale sulla bonifica delle acque contese del Mar Cinese Meridionale. Per ricapitolare, Pechino ha creato più di 1500 acri di territorio sovrano sull’arcipelago Spratly utilizzando draghe per costruire isole artificiali in cima alle scogliere. Anche se la Cina non è il primo Paese ad intraprendere la bonifica nella regione, i suoi progetti sono descritti da Stati Uniti e alleati come molto più ambiziosi dei vicini. La situazione è peggiorata rapidamente quando la marina cinese ha minacciato un aereo-spia statunitense con a bordo un team della CNN. Poco dopo, gli Stati Uniti hanno affermato di aver avvistato artiglieria su una delle isole e l’intera situazione è culminata nella propaganda esilarante dei cinesi apparentemente pronti a dimostrare che la vita sulle nuove isole è solo ragazze, giardinaggio, maiali e cuccioli. Ora la Cina si trova al centro di un altro contenzioso marittimo, questa volta la costruzione di piattaforme petrolifere e gasifere nel Mar Cinese Orientale. Reuters: “La Cina si riserva il diritto di una “reazione necessaria” dopo che il Giappone ha pubblicato una revisione della Difesa invitando Pechino a fermare la costruzione di piattaforme di esplorazione nei pressi delle acque contese nel Mar Cinese orientale, ha detto il Ministero della Difesa. Nel documento Tokyo ha espresso preoccupazione che le trivellazioni cinesi possano colpire i giacimenti che si estendono nelle acque del Giappone. “Questo tipo di azione mette completamente a nudo la natura bifronte della politica estera del Giappone e ha un impatto negativo su pace e stabilità nella regione Asia-Pacifico”, ha detto il Ministero della Difesa cinese in una dichiarazione. La Cina valuterà ulteriormente la revisione della Difesa del Giappone, o libro bianco, quando il testo completo sarà diffuso e per poi adottare la “reazione necessaria a seconda della situazione”, ha detto. Nell’escalation della polemica, il Giappone ha pubblicato le foto aeree delle attività di costruzione cinesi nella zona, accusando Pechino di agire unilateralmente e di atteggiamento svogliato verso l’accordo del 2008 per lo sviluppo congiunto delle risorse. “Le attività di sviluppo della Cina nel Mar Cinese orientale non mostrano alcun segno di cessare. Dato l’aumento delle preoccupazioni dentro e fuori il Giappone sui vari tentativi della Cina di cambiare lo status quo, abbiamo deciso di diffondere ciò che può essere appropriatamente pubblicato”, ha detto il Capo del Segretario di Gabinetto Yoshihide Suga, in conferenza stampa“. A quanto pare “ciò che può essere diffuso”, sono le seguenti immagini:
ChinaOilRigs_risultatoEd ecco una mappa che mostra dove le piattaforme sono situate, in relazione alla linea di demarcazione che separa le zone economiche esclusive dei due Paesi.
ChinaOilRigMapAllora, qual è il problema, vi chiederete? Sembra che tutte le strutture siano nella parte cinese della linea. Bloomberg: “Il Ministero degli Esteri del Giappone ha presentato una mappa e fotografie di ciò che afferma siano 16 piattaforme marine cinesi nei pressi della parte giapponese delle acque contestate sul Mar Cinese Orientale. Le piattaforme sono sul lato cinese della latitudine che il Giappone sostiene debba segnare il confine tra le loro zone economiche esclusive. Il Giappone ha da tempo espresso preoccupazione che tali strutture aspirino gas dai giacimenti sottomarini che si estendono sul suo lato”. Quindi, in sostanza, il Giappone ritiene che la Cina stia tentando di derubarlo con la costruzione di impianti di perforazione proprio accanto alla linea per succhiare gas sottomarino verso la parte cinese. In altre parole:
Per quanto riguarda la posizione di Pechino, il Ministero degli Esteri afferma che le sue attività di esplorazione sono “giustificate, ragionevoli e legittime”. In ogni caso, la controversia non aiuterà le relazioni sino-giapponesi e anche se Suga afferma che il problema non danneggerà il processo diplomatico, va ritenuto che Pechino ne abbia avuto abbastanza di sentirsi dire cosa può e non può fare in ciò che considera acque territoriali.
Dichiarazione completa dalla Ministero degli Esteri giapponese: “Negli ultimi anni, la Cina ha rivitalizzato lo sviluppo delle risorse nel Mar Cinese orientale, mentre il governo ha confermato che nella parte cinese della linea di divisione geografica vi sono 16 strutture finora. Le 2 zone economiche esclusive sulla piattaforma continentale del Mar Cinese orientale non sono ancora state definite, e il Giappone ritiene che ciò vada effettuato sulla base della latitudine. Così in assenza di confini definiti, anche se nella parte cinese della linea di divisione, è estremamente deplorevole che la parte cinese promuova attività di sviluppo unilaterali. Il governo chiede alla parte cinese di fermare le attività di sviluppo unilaterale, coerentemente all’accordo sulla cooperazione tra Giappone e Cina sullo sviluppo delle risorse del Mar Cinese Orientale del giugno 2008. Richiedendo la rapida ripresa dei negoziati per l’attuazione; richiesta ancora una volta con forza. La posizione giuridica del Giappone sullo sviluppo delle risorse nel Mar Cinese orientale, oggi, in base alle disposizioni pertinenti della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (CNUDM), che definiscono la zona economica esclusiva e territoriale sulla piattaforma continentale marittima per 200 miglia marine. Dato che la distanza tra i confini territoriali marittimi sul Mar Cinese Orientale è meno di 400 miglia marine, la zona economica esclusiva e la piattaforma continentale si sovrappongono e vi è la necessità di ridefinirle. Alla luce delle pertinenti e precedenti disposizioni internazionali del CNUDM, vanno definite le acque territoriali con soluzione equa. (Nota: un miglio marittimo = 1,852 chilometri, 200 miglia marine = 370,4 km) (1) La parte cinese estende la divisione nel Mar Cinese orientale quale naturale estensione della terraferma sulla piattaforma continentale e le isole del Mar Cinese Orientale, in contrasto agli obblighi, dato che la divisione non segue la latitudine e senza che la parte cinese ne definisca i limiti, sostenendo che la piattaforma continentale si estenda naturalmente fino ad Okinawa. (2) D’altra parte, si tratta dell’estensione del teoria del 1960 che utilizza la giurisprudenza sulla delimitazione della piattaforma continentale dei Paesi confinanti, concetto adottato in passato dal diritto internazionale. Sulla base delle disposizioni internazionali pertinenti e successive della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, adottata nel 1982 sui confini delle acque territoriali dei Paesi a meno di 400 miglia nautiche, si è piuttosto ricorso alla teoria dell’estensione naturale, anche se non ha alcun significato giuridico, come ad Okinawa (perforazione del fondale marino). Pertanto, l’idea che si possa vantare una piattaforma continentale fino al Canale di Okinawa non ha fondamento alla luce della normativa internazionale vigente. (3) Su tale premessa, il nostro Paese ha preso posizione sui confini e può esercitare diritti sovrani e giurisdizione nella parte giapponese del territorio marittimo delimitato. Ciò senza abbandonare la latitudine quale confine definito al momento per l’esercizio dei diritti sovrani e la giurisdizione nelle acque delimitate. Pertanto, poiché la demarcazione nel Mar Cinese orientale non è definita, in una situazione in cui la parte cinese non riconosce alcun reclamo relativo ai confini e alla zona economica esclusiva a 200 miglia marine, le acque territoriali del nostro Paese non diversamente, infatti, hanno titolo sulla piattaforma continentale”.map-locating-disputed-southLa Cina furiosa sulle immagini: “Il Giappone cerca il confronto”
Tyler Durden Zerohedge 23/07/2015
IslandDispute_risultatoAvevamo dettagliato l’ultima disputa marittima della Cina con un alleato degli Stati Uniti. Proprio mentre l’incessante andirivieni per la dimostrazione di forza sulle attività di bonifica di Pechino nelle Spratlys diminuiva, Washington e Manila hanno passato il testimone a Tokyo nella gara per vedere chi può spingere l’ELP allo scontro navale. Ricapitolando, il Giappone crede che la Cina stia posizionando strategicamente piattaforme nei pressi della linea di divisione geografica per dirottare il gas sottomarino dalle acque giapponesi.… La posizione di Tokyo è che le attività di esplorazione di Pechino violano l’accordo del 2008 sullo sviluppo congiunto tra i due Paesi. Pechino, d’altra parte, “erroneamente” ritiene di avere il diritto di sviluppare i giacimenti di ga situati nelle sue acque territoriali. Come avevamo notato, la garanzia del capo di gabinetto Yoshihide Suga che il battibecco non mette in pericolo il lento disgelo delle relazioni sino-giapponesi non convince, date le circostanze: “La disputa non aiuterà per nulla le relazioni sino-giapponesi e anche se Suga afferma che il problema non danneggerà i progressi diplomatici, va immaginato che Pechino ne abbia avuto abbastanza di sentirsi dire cosa può e non può fare in ciò che considera acque territoriali”. Certo, la Cina alza la retorica di una tacca. Reuters: “La diffusione da parte del Giappone di immagini sulle attività di costruzione cinesi nel Mar Cinese Orientale possono soltanto provocare lo scontro tra i due Paesi e non aiutano gli sforzi per promuovere il dialogo, ha detto il Ministero degli Esteri cinese. In una dichiarazione il Ministero ha detto che ha tutto il diritto di sviluppare le risorse petrolifere e gasifere nelle acque che rientrano sotto la sua giurisdizione. Quello che ha fatto il Giappone provoca il confronto tra i due Paesi, e non è affatto costruttivo per la gestione della situazione nel Mar Cinese Orientale e il miglioramento delle relazioni bilaterali”, ha detto”. Secondo alcune fonti, le operazioni di sviluppo cinesi sono legate alla lunga disputa sulle isole tra i due Paesi. Ancora Reuters: “Nel 2012, il governo giapponese fu irritato da Pechino con l’acquisizione di una contestata catena di isole disabitate nel Mar Cinese orientale. Finora Pechino aveva ridotto le attività secondo un accodo con il Giappone per lo sviluppo congiunto delle risorse sottomarine nelle zone contese”. Quindi, dispettosa rappresaglia o legittimi esplorazione e sviluppo? Lasceremo ai lettori decidere con l’aiuto dei seguenti dati della BBC sulla storia sulla isole Senkaku. Dalla BBC, “Al centro della disputa vi sono otto isole disabitate e scogli nel Mar Cinese Orientale, dalla superficie totale di circa 7 kmq a nord-est di Taiwan, ad est del continente cinese e a sud-ovest della prefettura più meridionale del Giappone, Okinawa. Le isole sono controllate dal Giappone, e sono importanti perché vicine alle più importanti rotte, hanno fondali ricchi e vicini a potenziali giacimenti di petrolio e gas. Sono anche in una posizione strategicamente significativa, nella crescente competizione tra Stati Uniti e Cina per il primato militare nella regione Asia-Pacifico. Il Giappone dice che esplorò le isole per 10 anni nel 19.mo secolo scoprendo che erano disabitate. Il 14 gennaio 1895 il Giappone vi pose la sua sovranità, annettendole formalmente al territorio giapponese. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il Giappone rinunciò alle pretesa su una serie di territori e isole tra cui Taiwan, nel Trattato di San Francisco del 1951. Queste isole, tuttavia, passarono sotto amministrazione fiduciaria degli Stati Uniti e furono restituite al Giappone nel 1971 con l’accordo di restituzione di Okinawa. Il Giappone dice che la Cina non sollevò obiezioni e che solo dal 1970, quando emerse la questione delle risorse petrolifere della zona, le autorità cinesi e taiwanesi iniziarono ad avanzare le loro richieste. La Cina dice che le isole fanno parte del suo territorio da sempre, essendo importanti zone di pesca gestite dalla provincia di Taiwan”.
201292553837941734_20Il Giappone tenta di affondare i tedeschi sulla costruzione di sottomarini per l’Australia
Sputnik 23/07/2015
Con l’Australia che vuole assegnare un contratto da 50 miliardi di dollari per dei sottomarini, l’opzione populista riguarda una società tedesca che favorisce l’economia australiana utilizzando manodopera locale. Ma un consorzio di aziende giapponesi e inglesi tenta di farsi assegnare il contratto, mettendo i politici di Canberra in una posizione difficile. Puntando a un programma per sottomarini da 50 miliardi di dollari, l’azienda della difesa tedesca ThyssenKrupp (TKMS) ha lanciato un appello al partito liberale del primo ministro Tony Abbott. In caso di aggiudicazione, TKMS assumerà imprenditori australiani per costruire i sottomarini. Questa sarebbe una spinta importante per l’economia australiana, facendo del Paese un costruttore navale regionale a lungo termine. Ma TKMS ha una nuova concorrenza, secondo anonimi funzionari del governo giapponese. Due grandi aziende inglesi, Babcock International Group e BAE Systems, sono in trattative con il governo giapponese. L’obiettivo è assicurarsi che il contratto dell’Australia vada alle aziende giapponesi Mitsubishi Heavy Industries e Kawasaki Heavy Industries.Con la Mitsubishi Heavy che prende l’iniziativa, raccogliamo informazioni da aziende giapponesi e straniere sull’industria australiana, ma non possiamo rivelarne i nomi“, un portavoce del ministero della Difesa giapponese ha detto a Reuters. Le società inglesi sono saldamente insediate in Australia. Babcock esegue lavori di manutenzione per la flotta sottomarina di Canberra, mentre BAE Systems impiega 4500 persone nella costruzione di navi d’assalto anfibio da 27000 tonnellate. Le aziende hanno tutto l’interesse a mantenere i concorrenti europei fuori dal mercato. “Il Giappone è senza dubbio avanti tecnologicamente a tedeschi e francesi, ma è in ritardo negli affari in Australia e nell’organizzarvi un pacchetto industriale“, ha detto una fonte giapponese. Vi è inoltre la possibilità che la società svedese SAAB collabori con il Giappone, anche se non ha commentato un coinvolgimento. Nonostante la crescente opposizione del gruppo internazionale, TKMS rimane fiduciosa che i benefici che fornirebbe all’economia australiana, saranno troppo forti per essere ignorati dal governo. “Ci sono molti politici… che non saranno molto felici se questo costoso e sofisticato programma da 50 miliardi risolverà il disavanzo del Giappone“, ha detto alla Reuters il Presidente della TKMS Australia John White. “Penso che sia interessante costruire sottomarini in Australia“, ha aggiunto il senatore Sean Edwards, presidente della commissione economica, “Credo che sia un problema per il Giappone“. Tuttavia, la pressione politica potrebbe favorire Tokyo. Il primo ministro Abbott l’ha descritto come il più importante alleato regionale dell’Australia, e anche gli Stati Uniti spingono per relazioni più forti tra Canberra e Tokyo. Soprattutto a causa dell’interesse nel contrastare ciò che considera come crescente minaccia cinese nel Mar Cinese Meridionale, Washington fa pressioni sugli alleati del Pacifico per avere legami più stretti. Giappone e Australia sono cruciali per gli obiettivi del Pentagono nella regione. Una decisione non sarà presa prima di novembre, dopo che il Ministero della Difesa avrà tempo di rivedere i preventivi presentati dagli offerenti.1024979564Traduzione di Alessandro Lattanzio


Fonte:https://aurorasito.wordpress.com/2015/07/24/e-tempo-per-il-giappone-di-ascoltare-la-russia/

BENVENUTI!!!



LIBRI LETTI
TEMPESTA GLOBALE,ART BELL,WHITLEY STRIEBER;LA PROSSIMA ERA GLACIALE,ROBERT W.FELIX;ARCHEOLOGIA PROIBITA,STORIA SEGRETA DELLA RAZZA UMANA,MICHAEL A.CREMO,RICHARD L. THOMPSON;MONDI IN COLLISIONE,IMMANUEL VELIKOVKY;LE CICATRICI DELLA TERRA,IMMANUEL VELIKOVSKY;HO SCOPERTO LA VERA ATLANTIDE,MARCO BULLONI;GLI EREDI DI ATLANTIDE,RAND FLEM ATH;IL PIANETA DEGLI DEI,ZACHARIA SITCHIN;IMPRONTE DEGLI DEI,GRAHAM HANCOCK;LA FINE DI ATLANTIDE,RAND FLEM ATH;I MAYA E IL 2012,SABRINA MUGNOS;LA VENDETTA DEI FARAONI,NAUD YVES,L'EGITTO DEI FARAONI,NAUD YVES;LA STORIA PROIBITA,J.DOUGLAS KENYON;SOPRAVVIVERE AL 2012,PATRICK GERYL;STATO DI PAURA,MICHAEL CHRICHTON;APOCALISSE 2012,JOSEPH LAWRENCE;I SERVIZI SEGRETI DEL VATICANO,DAVID ALVAREZ;GENGIS KHAN E L'IMPERO DEI MONGOLI,MICHAEL GIBSON;SCOPERTE ARCHEOLOGICHE NON AUTORIZZATE,MARCO PIZZUTI;UNA SCOMODA VERITA',AL GORE;ECC..
(NON TUTTI GLI ARGOMENTI O TALVOLTA I LIBRI STESSI SONO DA ME CONDIVISI)

INDIRIZZO E-MAIL

Per contattarmi:

angelfallendark@hotmail.it


Cerca nel blog

Lettori fissi

Archivio blog