ATTUALE CONFIGURAZIONE PLANETARIA DEL SISTEMA SOLARE


lunedì 29 giugno 2015

GREECE TO SAY "NO" TO EUROPE REFERENDUM - EXPERT


Greek President Prokopis Pavlopoulos announced a national referendum about creditors' proposals. The referendum is to take place on July 5. European officials have already condemned this decision. European Commissioner Guenther Oettinger told German publication Handelsblatt that the decision about the referendum was unfriendly. Is there a cold war brewing between the European Union and Greece?
Pravda.Ru asked this question to Drector of the Greek Cultural Center, Theodora Giannitsi.
"This is a natural result of the impasse process of negotiations - the period that lasts for five years. This is maybe the time, when it is peoples that stand responsible for their actions, for their leaders' actions, as well as for the future of the so-called Europe," she told Pravda.Ru.
We asked the expert what would be the results of the negotiations. The Greek people are tired, she replied. The expert believes tat the Greek people will say no to the conditions that the European Union has been imposing on Greece for the last five years.
"I think that depending on the scenario, the Greek government will have to consider the future. Obviously, the Greek government understands that this is not the only way, that there are other countries and other markets - the Russian, Asian and Latin American market. Russia was in the same situation a year ago, when it introduced retaliatory sanctions against the EU," the expert said.
"Many fear that this is the end. Yet, it could be a new beginning. In 1821, the hungry Greeks took up arms and stood up against the Ottoman yoke. They could not foresee then that in just nine years, they will get independence. It's not just the political elite, but also people, who make history," the expert concluded.

Fonte:http://english.pravda.ru/news/world/29-06-2015/131147-greeks_europe_referendum-0/#sthash.W1KATi8k.dpuf

L'UNIONE EUROPEA ADDIRITTURA DIFFIDA L'ITALIA DAL PRODURRE FORMAGGIO CON IL LATTE

L'invio, da parte della Commissione Ue all'Italia, di una diffida per chiedere la fine del divieto di detenzione e utilizzo di latte in polvere, latte concentrato e latte ricostituito per la fabbricazione di prodotti lattiero caseari, allarma la filiera dell’industria casearia italiana.

La Commissione europea ha inviato a Roma una diffida in cui definisce troppo stringenti le leggi italiane in materia di produzione casearia e auspica che l'Italia metta fine al divieto di utilizzo di latte in polvere concentrato e ricostituito per la fabbricazione del formaggio. La normativa italiana, che proibisce l'uso di surrogati, è considerata un ostacolo alla "libera circolazione delle merci", dato che nel resto dell'Unione europea i "latticini senza latte" (formaggio ma anche yogurt) sono di uso comune.

Evidente è il rischio economico che corre l'intera filiera dell'industria casearia italiana. "Siamo di fronte all'ultimo diktat di un'Europa che tentenna su emergenze storiche come l'emigrazione, ma che è pronta ad assecondare le lobby che vogliono costringerci ad abbassare gli standard qualitativi dei nostri prodotti alimentari difesi da generazioni di produttori", ha commentato Roberto Moncalvo, presidente della Coldiretti. Dello stesso avviso il presidente di Granarolo, Gianpiero Calzolari, secondo il quale questa diffida è "una minaccia, oltre che una follia".

Per il capogruppo di Forza Italia in Commissione Bilancio della Camera, Rocco Palese, le rassicurazioni del ministro Martina sul fatto che i nostri latticini e formaggi Dop non correranno mai il rischio di essere prodotti con latte in polvere non sono sufficienti. E' evidente, commenta l'onorevole palese, una regia europea che mira a colpire la qualità dell'agroalimentare italiano. Forza Italia chiede dunque al governo d'intervenire con forza opponendosi all'Ue, salvaguardando la media e piccola industria italiana. D'accordo anche la senatrice Maria Teresa Bertuzzi, capogruppo Pd in Commissione Agricoltura al Senato, per cui le disposizioni dell'Unione Europea per la produzione di formaggi senza latte sono impraticabili in Italia, dove "nel settore agroalimentare la qualità detta regole restrittive. L'export di formaggi e latticini in Italia è aumentato del 9,3 % nei soli primi tre mesi del 2015. Per noi — conclude la senatrice Bertuzzi — la battaglia si gioca sull'origine dei prodotti. In questa direzione lavoreremo in Europa, per l'agroalimentare a tutela della qualità"

Fonte:http://it.sputniknews.com/italia/20150629/652819.html#ixzz3eSygSUep

LA PROPAGANDA DELL"AGGRESSIONE RUSSA" E' VANTAGGIOSA PER I PIANI AMERICANI IN POLONIA

La demonizzazione della Russia e i continui allarmi su una sua possibile aggressione sono sfruttati dagli USA e dalla Polonia, suo Paese satellite in Europa centro-orientale, per contenere l'espansione dell'influenza russa, ritiene il giornalista polacco specializzato in filosofia politica Bronislaw Lagowski.

Il giornalista polacco specializzato in filosofia politica Bronislaw Lagowski osserva che la Polonia e gli Stati Uniti temono che la Russia possa diventare una potenza sovraregionale.
Da molto tempo l'obiettivo principale della Polonia è "ottenere" le basi militari statunitensi, fatto che indica la dipendenza di Varsavia da Washington, scrive il giornalista specializzato in filosofia politica Bronislaw Lagowski nella rivista polacca "Przeglad".

"Negli ultimi 20-25 anni non eravamo minacciati, ma ora quando i russi si sono riuniti con la Crimea, già non serve alcuna spiegazione, è tutto chiaro: la Russia può decidere di annetterci," — scrive ironicamente il giornalista.
Ritiene fortemente esagerate le opinioni secondo cui la Russia stia cercando di "ridisegnare la mappa del mondo" e sia "una minaccia per i Paesi dell'Europa centrale, inclusa la Polonia."


Ha sottolineato che le basi militari imposte da Washington o in risposta alle richieste di Varsavia sono la prova che la Polonia non è in grado di essere indipendente.
Spiega che gli interessi strategici di Washington e la "basomania" delle autorità polacche collimano, perché questi due Paesi non vogliono che la Russia diventi una potenza sovraregionale. Gli Stati Uniti, sottolinea Lagowski, per raggiungere questo obiettivo hanno un proprio metodo: circondare la Russia con le basi militari.

Fonte:http://it.sputniknews.com/mondo/20150627/642501.html#ixzz3eSwBKZgU

LA PROPAGANDA DEL DEFAULT NON ATTECCHISCE CON LA RUSSIA DI PUTIN

Le sanzioni occidentali ovviamente hanno influenzato il sistema bancario russo, ma il "rischio di default" non minaccia affatto il Paese, come dimostrato dall'andamento dell'economia, alcuni parametri dei quali sono migliori che in Europa.

Nonostante le voci secondo cui presto la Russia avrebbe sentito il crollo della sua economia, gli ultimi dati contraddicono queste "previsioni", ha scritto l'editorialista de "Il Giornale" Giampaolo Rossi.
"Certo l'economia russa è in profonda recessione, come buona parte dei Paesi europei, ma niente fa presagire al molto propagandato "rischio default" (da molti così tanto auspicato)," — scrive l'editorialista.
Così, secondo il quotidiano italiano, il rapporto tra deficit e PIL della Russia è pari al 3,6%, mentre nel periodo di maggior crisi tra il 2010 e il 2012 negli Stati Uniti, questa cifra era del 10% e nell'eurozona era del 6%; lo stesso valore si osserva oggi in Gran Bretagna. Emerge che la Russia, nonostante sia in una fase di recessione, ha parametri economici migliori rispetto ai Paesi occidentali, scrive l'analista.
Se si guarda il rapporto tra debito e PIL, vale la pena notare che in Russia nel 2015 questo indicatore non supererà il 18%.
"Solo per confronto, il valore medio per l'eurozona di questo rapporto è del 92%, mentre in Italia supera il 130%," — si afferma nell'articolo.
Commentando i dati sulla disoccupazione in Russia, l'editorialista osserva che il tasso di disoccupazione è del 5,8%, mentre in Europa tale dato sarebbe considerato come uno dei più virtuosi.

"Il rischio default di regola è una formula magica che viene utilizzata dall'Europa per colpire i suoi avversari politici. Si tratta di un'arma di propaganda politica,"- afferma l'analista, osservando che nel 2011 l'elite economica della UE aveva iniziato a diffondere le voci di un default dell'Italia.
"La balla del default è stata utilizzata per creare un clima di terrore, necessario per la capitolazione di Berlusconi e mettere al suo posto un uomo di Bruxelles a capo del governo italiano," — scrive l'analista.
Il "rischio di default", quindi, non preoccupa il presidente russo. Gli europei, che hanno confermato la proroga delle sanzioni per ordine di Washington, sono avvertiti: a lungo andare possono pagare il prezzo più alto.

Fonte:http://it.sputniknews.com/politica/20150627/641193.html#ixzz3eSxS21AH

LO SCUDO MISSILISTICO AMERICANO SARA' IMPOTENTENE CONTRO L'ARMA IPERSONICA

Il nuovo sistema russo ipersonico è estremamente difficile da rintracciare. Si muove lungo traiettorie imprevedibili e la sua velocità supera gli 11mila chilometri all'ora, scrivono i media riferendosi alla relazione analitica di “Jane's Information Group”.

La Russia sta testando il nuovo velivolo ipersonico Yu-71, che è in grado di trasportare testate nucleari, scrive la rivista "Washington Free Beacon", citando un rapporto del centro analitico-militare occidentale "Jane's Information Group".
Secondo "Washington Free Beacon", la Russia ha sviluppato in diversi anni un velivolo e i suoi primi test sono stati svolti lo scorso febbraio. Il mezzo è parte del progetto segreto russo 4202 legato con il programma missilistico. Secondo il rapporto, la Federazione Russa sta realizzando il progetto nel tentativo di aggirare il sistema di difesa missilistico degli Stati Uniti, creato per distruggere obiettivi balistici in movimento su traiettorie calcolate.
Gli apparati ipersonici della Russia creati sono estremamente difficili da rintracciare ed intercettare, dal momento che si muovono lungo traiettorie non calcolate e la loro velocità raggiunge 11.200 chilometri all'ora.
Secondo "Washington Free Beacon", la Russia intende sfruttare il progetto militare ipersonico come strumento di pressione nei negoziati con gli Stati Uniti sul controllo degli armamenti.

Fonte:http://it.sputniknews.com/mondo/20150628/644023.html#ixzz3eSvHWPJU

UCRAINA: TRA UN'ANNO L'ESERCITO DEL REGIME CESSERA' DI ESISTERE

Solo un terzo dei soldati ucraini che Kiev manda a combattere nel Donbass sono in grado di combattere, mentre il resto sono carne da macello, secondo il giornalista francese di “Nations Presse” Jacques Frère.

Per l'operazione speciale in Ucraina orientale, Kiev cerca di mobilitare il maggior numero di soldati, ma li addestra al minimo prima di inviarli al fronte, scrive l'editorialista della rivista francese "Nations Presse" Jacques Frère.
"Dopo soli 3 mesi di addestramento ridotto li inviano direttamente nelle unità militari per combattere contro le milizie," — osserva il giornalista.
Tuttavia sottolinea che solo un terzo dei soldati ucraini è preparato a combattere con tattica di guerra, mentre gli altri "sono solo carne da macello".
Jacques Frère aggiunge che dall'inizio del conflitto Kiev ha già perso circa 10mila soldati, il doppio sono feriti mentre circa 50mila uomini per vari motivi non sono in grado di continuare a servire nell'esercito, senza tenere conto dei disertori.
"Di questo passo, — conclude l'autore, — tra 1 anno l'esercito Poroshenko cesserà di esistere."

Fonte:http://it.sputniknews.com/mondo/20150628/644331.html#ixzz3eSuf29WK

LA NATO MAI COSì VICINA AD UNA GUERRA CON LA FEDERAZIONE RUSSA NELLA STORIA

Lo storico americano Stephen Cohen osserva che gli Stati Uniti per la prima volta nella storia hanno dispiegato le loro armi pesanti e truppe così vicino alla linea di difesa della Russia.

L'ultima decisione degli Stati Uniti e della NATO sul dislocamento delle armi pesanti vicino al confine con la Russia può essere classificata come una mossa radicale e sconsiderata che fomenta l'escalation sotto pretesti completamente falsi, ritiene lo storico americano e professore di Princeton Stephen Cohen.
"Quello che sta accadendo ora è quello che volevano alla NATO da 15 anni. Carter mantiene letteralmente l'equilibrio sull'orlo della guerra con la Russia," — ritiene lo storico.
Cohen ricorda che questa è la prima volta che gli USA hanno dispiegato le sue armi pesanti e truppe così vicino alla linea di difesa russa.
Secondo lo storico, le autorità russe hanno bisogno di fare qualcosa in questa situazione, ma in questo caso Washington farà una mossa di ritorsione.
Così il gioco "occhio per occhio" può portare ad un'ulteriore escalation militare e a tensioni sul modello della "crisi dei missili di Cuba."
Cohen ha osservato che negli ultimi anni l'Occidente sta aumentando la propaganda per convincere la comunità internazionale che la Russia rappresenti una minaccia per tutti gli Stati Baltici. La regia è in mano a persone che da molti decenni volevano un'offensiva contro la Russia.
Secondo lo storico, il corso della NATO è da tempo uscito dagli argini della crisi ucraina: "Non si tratta dell'Ucraina, che è protetta, ma della NATO che espande la NATO. Cerchiamo di essere ancora chiari: mai la potenza militare americana si era trovata fisicamente così vicino ai confini russi. Mai in passato".
Cohen ha osservato che i Paesi europei, sostenuti da Washington, non devono dimenticare che gli Stati Uniti non saranno in grado di salvare l'euro o sostenere l'economia morente dell'Unione Europea, così come di fornire risorse energetiche a prezzi competitivi per l'Europa.

Fonte:http://it.sputniknews.com/mondo/20150628/643776.html#ixzz3eStfqTFw

GLI STATI UNITI STANNO PERDENDO LA CORSA ALLE ARMI CONTRO LA FEDERAZIONE RUSSA E LA REPUBBLICA CINESE

Le spese militari degli Stati Uniti verranno ridotte dello 0,4% mentre la Russia al contrario le sta notevolmente aumentando: entro i prossimi 5 anni sarà aggiornato il 70% degli equipaggiamenti militari russi, scrive David Andelman.

La corsa agli armamenti tra Russia, Stati Uniti e gli altri Paesi continua, ma Washington, a quanto pare sta perdendo, scrive il giornalista David Andelman nella sua rubrica su "USA Today".
Secondo Andelman, la nuova corsa agli armamenti in corso avviene in un formato più ampio e costoso rispetto al passato, dal momento che le minacce potenziali sono maggiori. Tuttavia, mentre la Russia e la Cina aumentano in modo significativo il bilancio della difesa, gli Stati Uniti si stanno preparando a ridurre le spese dello 0,4%.
"Questa volta sembra che perderemo," — ha osservato.
Il giornalista ha citato l'esperto Sir David Omand, ex capo del quartier generale del governo per le comunicazioni della Gran Bretagna ("Government Communications Centre"), che aveva messo in risalto il ruolo svolto dagli USA per l'inizio della nuova corsa agli armamenti.
"Se si introducono le sanzioni contro Paesi come la Russia e l'Iran, perché non dovrebbero reagire? Stanno solo rispondendo. Direi che le cose potrebbero solo peggiorare," — ha affermato Omand.

Fonte:http://it.sputniknews.com/mondo/20150627/642680.html#ixzz3eSsteAoD

SIRIA: IL MINISTRO DEGLI ESTERI SIRIANO CONFERMA CHE GLI STATI UNITI STANZIANO LIQUIDITA' A FAVORE L'OPPOSIZIONE VIOLENTA SIRIANA

Il ministro degli Esteri siriano Walid al Muallem ha accusato gli USA di sostegno dei terroristi nel suo paese.

"Gli americani chiedono una soluzione politica, ma nel contempo stanziano miliardi di dollari per sostenere i terroristi", — ha detto il ministro siriano, incontrando il suo omologo russo Sergej Lavrov.
Secondo Walid al Muallem, recentemente nel Sud della Siria "sono arrivati circa 2500 combattenti con moderni armamenti, e gli americani non nascondo il loro sostegno a questi terroristi".
Dal marzo 2011 in Siria è in corso un conflitto armato che secondo i dati dell'ONU ha già provocato la morte di oltre 220 mila persone. Le truppe governative sono contrastate da più formazioni armate, di cui le più attive sono lo Stato islamico e Jabhat al-Nusra.

Fonte:http://it.sputniknews.com/mondo/20150629/650047.html#ixzz3eSrNjYc6

SALVINI: ''GRAZIE ALLA GRECIA UN PO' DI SPERANZA TORNA AD AFFACCIARSI''


MILANO - ''I media cercheranno di riempirci di paure, di timori e di palle. Forse è iniziata nuova era. Forse grazie alla piccola Grecia un po' di speranza torna ad affacciarsi. Lo ha detto il leader della Lega nord Matteo Salvini intervistato da Radio Padania Libera. ''Dobbiamo prendere un voto più degli altri - ha aggiunto Salvini - per liberarci da questa gabbia''. ''Senza montarci la testa, piedi ben piantati per terra, ora non dobbiamo fermarci: vincere si può!'' scrive su Twitter il segretario della Lega Nord commentando la fiducia al 36% nei suoi confronti (dato identico a quello relativo al premier Matteo Renzi) rilevata da un sondaggio pubblicato oggi sul ''Corriere della Sera''.

Fonte:http://www.ilnord.it/b-6248_SALVINI_GRAZIE_ALLA_PICCOLA_GRECIA_UN_PO_DI_SPERANZA_TORNA_AD_AFFACCIARSI

IN EUROPA STARE SENZA L'EURO CONVIENE: IN ROMANIA ENORME PRODUZIONE DEL PIL+4,2%, STIPENDI +7%,


BUCAREST - Nel primo trimestre del 2015 la Romania ha registrato il piu' alto avanzo del consumo interno dall'arrivo della crisi economica del 2008, del 2,6 per cento rispetto al medesimo periodo del 2014. Lo rileva una relazione realizzata dalla compagnia di consulenza Ernst&Young. Secondo gli autori dello studio, la crescita del consumo interno nei primi tre mesi dell'anno ha superato le attese, grazie alla crescita economica del paese che nel medesimo periodo e' stata del 4,2 per cento.
A questo si aggiunge l'aumento dello stipendio medio netto del 7 per cento e la riduzione dell'inflazione intorno al 2 per cento. Gli specialisti si dichiarano fiduciosi sul fatto che il paese sara' in grado di mantenere lo stesso ritmo di crescita del consumo interno su tutto il 2015, le prospettive sono ottimistiche grazie soprattutto alla riduzione dell'Imposta sul valore aggiunto (Iva) per i generi alimentari dal 1 giugno scorso.
Per quanto riguarda il prodotto interno lordo del paese, la compagnia di consulenza anticipa un incremento del 3,1 per cento per quest'anno (con proiezioni fino al 4,5%) e del 3,6 per cento per il 2016, con possibilità arrivi addirittura al 5%.
Stando allo studio, il consumo interno e' incrementato dall'inizio dell'anno anche grazie all'aumento della fiducia della popolazione nell'andamento dell'economia e alla speranza di future crescite degli stipendi visto l'attuale contesto economico. La compagnia di consulenza prevede anche un incremento degli investimenti nell'economia interna.
Per la Romania la grande opportunita' e' rappresentata dalla riduzione dell'Iva per i generi alimentari che sta fortemente rilanciando l'economia attraverso i settori dell'agricoltura e agroalimentare e quelli connessi come trasporti merci e servizi alla popolazione. La legge prevede specificatamente che la riduzione dell'Iva si applichi su tutta la catena economica, dal produttore al consumatore finale, il che rende tutti i partecipanti al ciclo economico del settore agroalimentare e agricolo beneficiari diretti dalla riduzione.
Inoltre, la normativa prevede che la riduzione dell'Iva si applichi anche nel caso in cui un prodotto alimentare viene utilizzato come materia prima per la produzione di cosmetici, bevande alcooliche o altro, fermo restando che i rispettivi prodotti hanno come destinazione il consumo da parte della popolazione.
L'alto livello dell'Iva insieme alle altre tasse ed imposte che i produttori e i commercianti dovevano prima pagare allo stato hanno fatto si che questi scaricassero i rispettivi costi sul consumatore finale portando ad una riduzione drastica del consumo.
Il peggiore caso della sovratassazione, con implicazioni su tutti i settori dell'economia, sono stati i carburanti dove la percentuale delle tasse, imposte, accise e Iva sul prezzo totale di un litro di combustibile rappresentava il 60 per cento, come in Italia.
Tasse alte anche nel caso delle bevande alcooliche dove variavano fra il 40 per cento per birra e vino e il 75 per cento per i superalcolici (esattamente come hanno imposto in Italia i governi Monti e Renzi) . Per il caffe' il totale delle tasse ed imposte rappresentavano il 30 per cento del prezzo finale.
Ora, col taglio netto dell'Iva voluto dal governo, l'economia della Romania sta vivendo un boom economico, e possedere la propria valuta sovrana mette al riparo la Romania dal disastro dell'euro e della folli politiche imposte dall'eurozona agli stati che disgraziatamente ne fanno parte, come l'Italia.
In Europa crescere si può, basta stare fuori dall'euro e fare l'esatto contrario di quello che la Commissione europea assieme alla Bce impongono agli stati dell'eurozona.

Redazione Milano.

Fonte:http://www.ilnord.it/c-4304_ENORME_CRESCITA_DELLA_ROMANIA_PIL_42_STIPENDI_7_INFLAZIONE_PERFETTA_AL_2TUTTO_GRAZIE_A_TAGLIO_DI_TASSE_E_IVA

AL GOVERNO TEDESCO ''DISPIACE'' CHE IN GRECIA VI SIA LA DEMOCRAZIA E IL POPOLO DECIDA LE SCELTE IMPORTANTI


BERLINO - ''Abbiamo preso atto della scelta del referendum, che e' arrivata a sorpresa e ci dispiace che questa sia la strada scelta''. Lo ha detto il portavoce del governo tedesco Steffen Seibert, ribadendo che una consultazione popolare ''e' comunque sempre una scelta legittima''. A questo proposito il portavoce del ministero delle Finanze Martin Jaeger ha aggiunto che un referendum sarebbe stato accettabile ad aprile. Da notare l'assoluta ingerenza della Germania nelle scelte e nelle decisioni politiche di uno stato sovrano qual è la Grecia. A che titolo il governo tedesco esprime ''gradimenti'' e ''dispiaceri'' su democratiche votazioni referendarie di un'altra nazione?

Fonte:http://www.ilnord.it/b-6243_AL_GOVERNO_TEDESCO_DISPIACE_CHE_IN_GRECIA_VI_SIA_LA_DEMOCRAZIA_E_SI_VOTI

IL SINDACO DI LONDRA A FAVORE DELL'USCITA DELL'INGHILTERRA DALL'EURO


Il sindaco di Londra, Boris Johnson, esponente di spicco del Partito conservatore britannico è tentato dalla possibilità di votare ''no'' nel referendum sull'appartenenza del Regno Unito all'Unione Europea, promesso dal primo ministro, David Cameron, per il 2017. La sua strategia, in realtà, sarebbe quella di un doppio voto referendario: una prima bocciatura potrebbe accrescere le chance di negoziati con Bruxelles all'insegna di riforme sostanziali.
Il premier si è impegnato solo per un referendum, ma non si è detto molto su ciò che potrebbe accadere nel caso in cui gli elettori si esprimessero a favore della cosiddetta Brexit e a diversi osservatori sembra ragionevole l'ipotesi di un secondo referendum. La posizione di Johnson e' degna di nota perche' alcuni euroscettici sperano ancora che il primo cittadino della capitale possa assumere un ruolo guida nella campagna per il ''no''.
L'idea del doppio referendum, riferisce ''The Guardian'', non convince invece un'altra figura di rilievo dei Tory, Theresa May, segretaria all'Interno che alla Bbc ha dichiarato di non vederne la necessità.
Il doppio voto incontra riscontri sia in campo europeista che antieuropeista; uno dei sostenitori è ad esempio Dominic Cummings già artefice della vittoriosa campagna contro l'ingresso nell'euro.

Fonte:http://www.ilnord.it/i-1397_SINDACO_LONDRA_PER_IL_BREXIT

PUTIN? NON VUOLE LA GUERRA E FA DI TUTTO PER EVITARLA


E’ la dimostrazione lampante che Obama e la Merkel sono gli artefici dell’innesco di una sempre più probabile 3 guerra mondiale, e noi, come i soliti caproni che seguirono i nazisti, ci stiamo schierando dalla parte sbagliata ancora una volta.
Mentre Putin sta facendo di tutto per evitare la guerra (l’esatto contrario di ciò che vogliono farci credere le nostre tv e i nostri cari giornalisti).
Infatti nel video il governo russo spiega al suo popolo la verità, rivelando per filo e per segno i motivi del comportamento degli Usa nei loro confronti e il perchè hanno bisogno di una guerra contro la Russia per rimettere in piedi la loro economia.
Inoltre il governo invita il popolo a restare compatto in modo da non non trascinare la Russia verso la guerra.

Fonte:http://www.stopeuro.org/putin-non-vuole-la-guerra-e-fa-di-tutto-per-evitarla-ecco-il-video-censurato-in-europa-che-lo-dimostra/

VIDEO – GRECIA, PROTESTE CONTRO I CREDITORI “VOGLIONO LA NOSTRA TERRA”


Un Paese con l’acqua alla gola, disorientato e intimorito ma che resta combattivo. Migliaia di persone sono scese in piazza ad Atene non per protestare contro il governo Tsipras ma per gridare la propria indignazione nei confronti dei creditori e delle istituzioni europee.
“Adesso è arrivato il nostro turno per dire di no perchè i creditori vogliono il Paese tutto intero” dice uno dei manifestanti. “Vogliono la nostro libertà, i nostri diritti, vogliono le nostre proprietà, vogliono la nostra terra. Sono sicuro che il popolo greco reagirà”.
“Sin da quando il governo ha scelto di muoversi nel quadro dell’Unione Europea, da quando ha deciso di sedere al tavolo con i creditori adeguandosi a questa impostazione, era chiaro che non c’era possibilità di aver un accordo che venisse incontro alle richieste della gente” afferma un giovane venuto a manifestare in piazza Syntagma, davanti al Parlamento.
Quella che comincia oggi sarà una settimana chiave non solo per la Grecia ma per tutta la zona euro. Il referendum di domenica prossima, il 5 luglio, con il quale i cittadini ellenici diranno, con buona probabilità, ‘no’ alle proposte europee, rappresenta un salto verso l’ignoto per tutta l’Unione Europea.

Fonte:http://www.stopeuro.org/video-grecia-proteste-contro-i-creditori-vogliono-la-nostra-terra/

DOPO INDIA E REPUBBLICA CINESE LA FEDERAZIONE RUSSA E' IL TERZO AZIONISTA DI DELL'AIIB

A Pechino la cerimonia della firma dell'Accordo sulla Banca di Investimento per le Infrastrutture Asiatiche

La Banca d'Investimento per le infrastrutture asiatica è stata formalmente fondata oggi, con la cerimonia della firma, a Pechino, da parte delle delegazioni dei 57 paesi fondatori, degli accordi di partenariato. La Russia è diventato il terzo azionista della nuova entità, dopo Cina e India.
La Cina, il paese che ha preso l'iniziativa per la nascita della nuova istituzione finanziara, la domina sia economicamente che 'politicamente' con una quota di voto del 26.06% che consente di bloccare le decisioni che richiedono l'approvazione con tre quarti dei voti. L'India è la seconda, con il 7,5% e la Russia al terzo posto con 5,92%, riferisce l'agenzia Xinhua .
Il ministro delle Finanze cinese Lou Jiwei, ha annunciato che l'AIIB, con un capitale sociale di 100 miliardi di dollari, dovrebbe iniziare ad operare quest'anno, come riporta Reuters . Secondo lui, l'obiettivo principale dell'istituto accelererà la ripresa dell'economia mondiale.
Come vi scriviamo da tempo ormai, "il mondo unipolare, dominato dal dollaro del secondo dopoguerra sta tramontando. A guidare la spinta verso il multipolarismo e la de-dollarizzazione sono una Russia risorgente e la Cina, la superpotenza nascente.
La fine dell'ordine mondiale di Bretton Woods è sempre più evidente e si concretizza soprattutto nel lancio della banca BRICS e la Banca d'Investimento per le infrastrutture asiatiche, AIIB. Queste nuove strutture rappresentano un allontanamento dalle istituzioni multilaterali dominate dagli Stati Uniti e la loro stessa esistenza suggerisce che un mancato adattamento alle realtà economiche e l'incapacità o mancanza di volontà di soddisfare le esigenze del mondo moderno potrebbero presto condurre istituzioni come il Fondo monetario internazionale all'irrilevanza".


Fonte:http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=12151

I MEDIA INTERNAZIONALI: L'OBIETTIVO DI REPUBBLICA CINESE E FEDERAZIONE RUSSA E' PORRE FINE AL MONOPOLIO DEL DOLLARO

L'esempio più rappresentativo è Gazprom, che punta a de-dollarizzare totalmente i contratti con la Cina

La cooperazione tra la Russia e la Cina si sta sviluppando in diversi settori e l'obiettivo a breve termine della loro alleanza è porre fine al dominio degli Stati Uniti, dicono i media internazionali.
"Stiamo assistendo ad una grande cooperazione finanziaria tra Mosca e Pechino. Nel tentativo di porre fine alla dipendenza dal dollaro nei loro pagamenti reciproci, le banche centrali dei due paesi hanno firmato un accordo di swap al fine di rivitalizzare la loro monete nazionali", riporta il quotidiano turco 'Yeni Safak '.
Secondo il giornale, l'esempio più rappresentativo è quello del colosso energetico russo Gazprom, che punta a de-dollarizzare totalmente i contratti con la Cina, e denominarli in RMB e / o rubli.
Inoltre, se la Russia nelle sue transazioni commerciali sostituisce lo yuan alle monete occidentali, questo permetterebbe di ridurre i rischi degli effetti delle sanzioni anti-russe imposte dall'Occidente. Ma anche di ridurre i costi sia per Mosca che per Pechino, che vogliono "porre fine al dominio del dollaro," continua.
"Attualmente circa il 63% delle riserve da parte delle banche centrali di tutto il mondo è dominata dal dollaro, seguito dall'euro, il 22%, (...) Russia e la Cina hanno sfidato gli Stati Uniti e il loro piano per porre fine al dominio del dollaro non piace a molti ", conclude 'Yeni Safak'.

Fonte:http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=12154

GLI U.S ACCUSANO RUSSIA E CINA DI MINACCIARE LO STATUS QUO

Antony Blinken, sottosegretario di Stato Usa, ha paragonato le azioni di Pechino nel contestato Mar Cinese Meridionale con la posizione di Mosca sul conflitto in Ucraina, chiamando entrambi i casi "minaccia".

"Sia nella parte orientale dell'Ucraina che nel Mar Cinese Meridionale assistiamo a sforzi per cambiare lo status quo in maniera unilaterale e coercitiva ai quali gli Stati Uniti e i nostri alleati si oppongono", ha detto il Segretario, citato da Reuters al Centro per una Nuova sicurezza americana.
Secondo Blinken, le rivendicazioni della Cina di ampie zone di mare, contestat eanche dalle Filippine, Taiwan, Vietnam e Brunei, sono una "minaccia per la pace e la stabilità", e ha aggiunto che l'obiettivo degli Stati Uniti è garantire la navigazione commerciale nella regione.
Gli ultimi mesi hanno visto un aumento delle tensioni tra la Cina da una parte, e i suoi vicini e gli Stati Uniti dall'altra. Washington ha accusato Pechino di un atteggiamento sempre più bellicoso.
Sul conflitto in Ucraina, Blinken ha detto che Washington continuerà a sostenere Kiev e ha chiamato Mosca a rispettare gli accordi di pace di Minsk.
È interessante notare che gli Stati Uniti hanno fornito assistenza non letale all'esercito e alla Guardia Nazionale dell'Ucraina.
La Russia ha ripetutamente affermato che non è parte del conflitto, che agisce esclusivamente come intermediario nel processo di pace tra le forze ucraine e i separatisri dell'est.

Fonte:http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=12155

I POPOLI DI "ALBA" A SOSTEGNO DEL CORAGGIOSO POPOLO GRECO

"E' una lotta per la salvezza dell'intera specie umana, per la vita, per la libertà e per l'autodeterminazione di tutti i popoli."
Comunicato dell'ALBA-TCP* sulla situazione in Grecia.


"L'Alleanza bolivariana dei popoli di Nuestra America-Trattato di commercio per i popoli (Alba-Tcp) esprime il suo più fermo sostegno e solidarietà al popolo e al governo greco di fronte al vorace assedio del capitalismo finanziario mondiale e dei suoi rappresentanti europei, coloro che senza scrupoli e con eccessiva ambizione pretendono di piegare la scelta di questo paese per una vita degna e giusta; il cui centro sia la salvaguardia della vera democrazia e dei diritti umani, non dei vergognosi privilegi e le conseguenze distruttive del capitale neo-liberista transnazionale.
Noi popoli e governi dell'Alba-TCP, convinti dal Comandante Hugo Chávez che la "storia ci chiama all'unione e alla lotta", inviamo un messaggio di sostegno per il coraggioso popolo e governo greco, convinti che la battaglia storica che sta portando avanti è una lotta per la salvezza dell'intera specie umana, per la vita, per la libertà e per l'autodeterminazione di tutti i popoli.
Siamo sicuri che un'altro mondo è possibile".

Fonte:http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=12153

mercoledì 24 giugno 2015

DA MINSK A SLAVIANSK


Il periodo tra il primo assalto a Slavjansk e Minsk I non è stato solo il più difficile per RPD e RPL, ma ha anche consolidato la concezioni dei cosiddetti “militaristi” e “operatori di pace”. Li metto tra virgolette di proposito, perché entrambi abbastanza vaghi. Se si guardano le attività dei media, si vedrà che la stragrande maggioranza degli esperti e politici sottolinea l’inevitabilità della risoluzione della questione ucraina con mezzi militari. In altre parole, non vi sono differenze di opinione quando si tratta di valutare la situazione. Non ci sono forze politiche serie (l’opposizione liberale è del tutto emarginata) che chiedono la pace a qualsiasi prezzo. Il disaccordo reale tra “costruttori di pace” e “militaristi” non è se combattere. È stupido discutere sull’appropriatezza della guerra in corso, ma come combatterla. Se fosse valsa la pena utilizzare l’esercito russo nelle prime fasi della crisi in Ucraina per rovesciare la dittatura nazista non-ancora-trinceratasi. I “militaristi” dicono di sì. E sarei incondizionatamente d’accordo con loro se si trattasse solo del conflitto tra Russia e Ucraina. E’ veramente innaturale vedere un regime nazista formasi accanto, un regime che ha già dichiarato l’obiettivo di distruggere il vostro Paese e la vostra nazione, e non fare nulla. Non è un segreto che le autorità ucraine abbiano organizzato così tante provocazioni nei primi mesi del 2014, che si sarebbero potuto legittimamente lanciare dieci guerre. Il trasferimento della Crimea alla giurisdizione russa richiede, come minimo, richiede la ricostruzione dello Stato ucraino. L’attuale Ucraina considererà sempre la Crimea come sua proprietà e, dal punto di vista del diritto internazionale (e non dei patriottardi russi), la questione non sarà mai chiusa definitivamente. Pertanto lo Stato ucraino va distrutto, in un modo o nell’altro. Posso citare una lista infinita di argomenti a favore dell’invasione già nel febbraio del 2014. Ma perché? La leadership russa, a giudicare dai risultati ottenuti negli ultimi 15 anni, è invece più intelligente dei blogger isterici e ha una visione migliore di ciò che accade di coloro che ricevono soffiate dal governo senza nemmeno comprendere che tali informazioni in “esclusive” sono semplicemente disinformazione. Se anche i patriottardi capiscono l’inevitabilità del coinvolgimento della Russia nel conflitto a un certo momento, è bizzarro supporre che il Cremlino non lo veda o lo sottovaluti. Se si guarda al lavoro dai media statali russi, si vedrà che hanno reindirizzato l’opinione pubblica negli ultimi 18 mesi secondo l’opinione più diffusa, da “non ci serve. Gli ucraini la capiranno da soli” ad “arriveremo a Parigi, se necessario”. Non si guida una campagna d’informazione di questo tipo per puro divertimento. Non si cambia l’immagine degli Stati Uniti da “amico tremendo” a “nemico comico” per caso. Tuttavia, le forze che occupano posizioni minacciose alla frontiera non apparvero in Ucraina. Non si presentarono a dispetto del permesso del Consiglio della Federazione e della richiesta di Janukovch, legittima in quel momento. Inoltre, tali permessi non vengono rilasciati per capriccio, e tali richieste non sono fatte con leggerezza. Invece dell’esercito abbiamo avuto Minsk. E il gioco è diventato lungo. Perché dunque la Russia si prepara alla guerra, ma non l’inizia?
Perché ai “militaristi” dalla corta visione e con l’ossessione per l’Ucraina gli impedisce di capire che la guerra globale tra Russia e Stati Uniti non distruggerebbe Kiev e Donbas, ma il futuro dell’umanità. Anche il nostro. Si tratta di un conflitto globale e sistemico. Il vecchio e terminale mondo statunitense combatte per prolungare la propria agonia. Quel mondo non sopravviverà. La sua vittoria significa semplicemente rimandarne la morte. Ma anche morendo, quel mondo può infliggere danni letali al nuovo mondo che nasce sotto i nostri occhi e con la nostra partecipazione. Affinché il nuovo mondo, dove l’egemonia unilaterale degli Stati Uniti o qualcosa del genere non sarà possibile, la Russia deve concludere il confronto con gli Stati Uniti su posizioni di forza, conservando o addirittura aumentato la potenza, piuttosto che subire l’attrito del conflitto. Solo l’esistenza di una Russia forte e autorevole, che non pretende il titolo di potenza egemone assoluta, ma che può sconfiggere chiunque cerchi di occupare il trono vacante degli Stati Uniti, garantisce che le vittime che l’umanità ha subito nell’ultimo conflitto della vecchia era non siano vane, ricevendo un meraviglioso nuovo mondo e non la riedizione di quello vecchio. Solo in questo caso le lacrime dei figli del Donbas, ma anche di Damasco, Baghdad e Belgrado, non saranno state versate invano. Se guardiamo la situazione da questa posizione, vedremo che gli Stati Uniti preparavano la classica trappola per la Russia in Ucraina. Hanno deliberatamente portato al potere un regime non solo russofobo (Jushenko era più russofobo di Poroshenko), ma feroce. Non a caso hanno dato al regime carta bianca con il massacro di Odessa, la soppressione degli attivisti a Dnepropetrovsk, Kharkov, Zaporozhe, gli omicidi politici a Kiev, le camere di tortura di Fazione destra, e altri eccessi nazisti. Hanno creato una situazione in cui la leadership russa non poteva non intervenire. Era necessario intervenire su pressione dell’opinione pubblica russa. L’esercito sarebbe entrato in Ucraina, dopo di che la Russia avrebbe avuto Vietnam e Cecenia combinate. Prima di tutto i militari ucraini sono chiaramente totalmente incapaci, e la resistenza anemica sarebbe durata giorni o addirittura ore. Ma i volontari nazisti e decine di migliaia di sempliciotti avrebbero “difeso la patria” contro “l’aggressione russa” nel Donbas, o raccolto denaro per le esigenze dell’esercito, dal cibo alle uniformi e armi, o anche diffuso disinformazione che non sarebbe facilmente scomparsa. Alcuni di loro sarebbero diventati partigiani, altri sabotatori, altri ancora avrebbero semplicemente odiato il nuovo governo. La Russia sarebbe stata bloccata su un territorio in bancarotta con 40 milioni di poveri ostili o sleali. Avrebbe consumato le risorse russe, che non sono di gomma. In secondo luogo, gli Stati Uniti avrebbero consolidato l’Europa su una linea antirussa più velocemente e con maggiore decisione. Le forze politiche che attualmente occupano posizioni filo-russe sarebbero state semplicemente zittite dicendo che l’infido e armatissimo orso aveva attaccato i pacifici democratici coniglietti giallo-blu. Sarebbe stata la fine del discorso. L’Europa deve difendere i propri valori. E’ del tutto possibile che avremmo visto la versione europea del maccartismo. Le sanzioni sarebbero state attuate immediatamente e totalmente e avrebbero colpito un’economia russa gravemente impreparata. L’Ucraina occidentale, con l’ausilio di “volontari” europei, istruttori statunitensi, armi della NATO e altre prelibatezze, sarebbe diventata l’equivalente del Donbas per la Russia, una piccola guerra di attrito che non può essere vinta e che può durare decenni. L’esercito sarebbe stato legato alla necessità di controllare l’Ucraina e di sopprimere il banderismo, l’economia sarebbe stata in crisi. Il popolo avrebbe chiesto alle autorità di spiegare “a cosa ci è servito?” e la società sarebbe entrata nel vortice della destabilizzazione. E i “militaristi” se ne sarebbero lavati le mani, criticando il Cremlino per incompetenza e, in solidarietà con i liberali, avrebbero detto che non avrebbero mai permesso una simile catastrofe. In terzo luogo, gli alleati della Russia in Eurasia, BRICS, Organizzazione di Shanghai, ecc, che già non guardano la leadership di Mosca con approvazione avrebbero sospettato un tentativo di “resuscitare l’URSS” o di sostituire gli USA per dettare la propria volontà al mondo, e avrebbero abbandonato tutti i programmi comuni. Alcuni avrebbero pensato che se l’esercito può essere inviato in Ucraina, può essere inviato anche altrove. Altri ancora, più intelligentemente, sarebbero giunti alla conclusione che non era saggio legarsi a un Paese che non prevede le conseguenze delle proprie azioni. Così, invece di tutto ciò abbiamo avuto Minsk. Cosa ha fatto la Russia per averlo?

Prima di tutto, da Slavjansk a Minsk, i cittadini russi che diressero la rivolta e che, come Portos, combattevano per combattere, furono sostituiti da controllati abitanti locali. La leadership di RPL/RPD divenne presentabile. Potevano presentarsi senza sentirsi chiedere: “Perché la rivolta nazionale in Ucraina è guidata da cittadini russi?” L’anarchia incontrollabile del tutto imprevedibile fu trasformata in normale struttura organizzativa. I “comandanti” sul campo che combattevano senza supporto logistico e che ritenevano che i “civili” fossero un fardello, sono divenuti ufficiali degli eserciti di RPL RPD. Strutture amministrative civili normali furono create tra Minsk 1 e 2. Il banditismo e i furti sventati. Una parvenza di sistema finanziario ed economia delle repubbliche fu instaurata. In generale, le strutture hanno permesso una vita normale (anche se sotto tiro). Le repubbliche non sarebbero sopravvissute senza questi cambiamenti impercettibili ma fondamentali. Le “oche selvatiche” non sarebbero sopravvissute senza il sostegno popolare, e la popolazione ha rapidamente smesso di sostenere coloro che combattono per tornaconto personale nel territorio in cui vive la popolazione, e che non si preoccupano di come la popolazione debba sopravvivere. Inoltre, la Russia ha costretto Kiev, scalciando e urlando, a sedersi con gli insorti, quindi de-facto riconoscendoli come partito legittimo nei negoziati. Poi Merkel e Hollande apparvero nello stesso tavolo nella seconda fase. Mosca ottiene ciò che richiedeva l’accordo di associazione con l’Ucraina, il dialogo diretto con l’Europa sull’Ucraina. Ora, con il gruppo Karasin-Nuland, vi è anche una piattaforma per il dialogo diretto con gli Stati Uniti. Tutto ciò che Washington ha cercato di evitare per 18 mesi, è accaduto. Gli Stati Uniti, contro i propri desideri, hanno riconosciuto il loro coinvolgimento nella crisi ucraina (la versione ufficiale precedente parlava di lotta al regime corrotto del popolo ucraino). Ora Washington e Bruxelles sono responsabili dello svilupparsi della situazione politica e giuridica. E’ impossibile pretendere che la Russia tiranneggi i deboli, mentre gli Stati Uniti non ne siano coinvolti. Poroshenko, che ha chiesto negoziati diretti con Putin, si trova ora nella stessa sala d’attesa con Zakharchenko e Plotnitskij, in attesa di vedere ciò che le vere parti in conflitto decidono. In terzo luogo, mentre la guerra continua e continuano i negoziati a Minsk, vi è la crescente delusione dei politici ucraini, che promettendo vita facile hanno portato la guerra invece, verso l’Europa che non li aiuta, e gli Stati Uniti che non li salvano. Il processo può essere lento, ma continua. Proprio come l’acutizzarsi delle contraddizioni nel regime. I ragni nel vaso iniziano a mangiarsi l’un l’altro. Ciò significa che quando l’Ucraina si sarà liberata del regime nazista, solo gruppi marginali della popolazione continueranno a rifiutare la Russia (nazisti, intellighenzia liberale e i burocrati che perdono il posto con lo svanire dello Stato, per esempio gli agenti di MVD e SBU, neo-banderisti e gli ideatori della nuova storia ucraina). Gli altri, delusi dalla scelta europea, non avranno altra alternativa che rivolgersi a Mosca; si deve vivere in qualche modo.
Idealmente, in caso di piena attuazione, il piano degli “operatori di pace” otterrebbe tutto questo senza perdite e battaglie, ma dopo. L’Ucraina federata con una nuova costituzione e ampie autonomie non solo riconoscerà la Crimea come parte della Russia (la Crimea non sarà menzionata come territorio ucraino nella nuova costituzione), ma a poco a poco s’integrerà nelle Unione Eurasiatica e Unione doganale. Semplicemente non avrà altro posto dove andare. Né Stati Uniti, né Unione europea sostengono l’Ucraina. Quel piano era fattibile? No. Alcun piano ideale potrà mai essere attuato completamente. Va già bene se si arriva a metà. Gli Stati Uniti volevano trascinare la Russia in un conflitto e fare dell’Ucraina un Vietnam. Pertanto Kiev non era assolutamente disposta a negoziare ed ha aggredito il Donbas prima ancora di avere il pieno controllo dell’esercito. Di conseguenza, Minsk è una piattaforma per le manovre di Mosca e Washington per creare un Vietnam e indicare l’aggressore alla comunità internazionale. Finora la Russia ne è uscita al meglio da tali manovre. Ma le manovre finiscono. C’era una situazione unica la scorsa settimana, quando l’amministrazione Obama ha mostrato interesse per la soluzione pacifica del conflitto. E’ comprensibile. Deve lasciare l’Ucraina entro il 2016 senza perdere la faccia, altrimenti i democratici non potrebbero neanche partecipare alle elezioni. Il GOP li farebbe a brandelli per “indecisione”. Il regime di Kiev, nonostante i patriottardi che urlano sulla crescente forza delle FAU, è sempre più debole, come accadrebbe a qualsiasi regime che istiga la guerra civile in un Paese in bancarotta. La vecchia Europa, anche se non ha il coraggio di lasciare l’ombrello statunitense, non è contenta delle perdite connesse alla necessità di dimostrare “solidarietà atlantica”. L’UE vuole voltare pagina. La situazione generale in e intorno l’Ucraina è sempre più fuori dal controllo degli Stati Uniti. Obama cerca di preservare, attraverso il compromesso, la possibilità di giocare sul tavolo ucraino in futuro. La leadership della Russia potrebbe aiutarlo. Il Cremlino batte costantemente la Casa Bianca, e l’adesione dell’Ucraina ai programmi d’integrazione della Russia non è più questione di principio come un paio di anni fa. Si possono attendere con calma gli eventi, dopo tutto Kiev non ha nessuno a cui rivolgersi; l’UE non vuole ammetterlo, ma non darà soldi e l’economia è già distrutta. Tutto ciò che rimane è inchinarsi alla Russia. Ciò le consentirà di risparmiare l’Ucraina anche perché non ha bisogno di una zona con 40 milioni di poveri ed instabile ai suoi confini. Tanto più che i cittadini ucraini, indistinguibili da quelli russi, diffonderebbero l’instabilità in Russia. Ma sono assolutamente certo che lo scenario di pace, sebbene avvantaggi gli interessi a lungo termine russi e statunitensi, non passerà. I “falchi” di Washington sono troppo forti. I due partiti perseguono una campagna basata sul rafforzamento delle sanzioni contro la Russia. L’ammissione del fallimento in Ucraina (quale sarebbe l’assenso degli Stati Uniti al compromesso) porrebbe fine anche a molte carriere promettenti nella CIA e dipartimento di Stato. I politici di Kiev non possono cambiare la propaganda, rinunciare alla guerra e raggiungere un accordo con il Donbas. Perché allora diverrebbero nemici non solo degli antifascisti, ma anche dei fascisti. Per cosa si combatte se avranno un’eventuale accordo alle condizioni proposte prima della guerra? I nazisti convinti dei battaglioni di volontari, e la parte motivata dell’esercito per cui la guerra è una questione di principio, potrebbero non perdonare tale “tradimento”. E’ una cosa quando un esercito demoralizzato e sconfitto si arrende. Qualcos’altro quando gli ufficiali ritengono che i politici hanno “rubato” la vittoria. In altre parole, tutto fa pensare che, nonostante una certa riduzione delle tensioni con i negoziati, una grande guerra in Ucraina sia inevitabile e una provocazione finalizzata a scatenarla sia già stata elaborata dagli Stati Uniti. Anche se non possono attuare il loro piano di pace ideale, gli “operatori di pace” hanno ottenuto un risultato eccezionale considerando le condizioni di partenza per una campagna militare. La Russia non è diventata l'”aggressore” per la maggior parte del pianeta. La situazione in Ucraina è in stallo dal punto di vista occidentale, e non può essere risolta senza la Russia, il che significa che la Russia non avrà fretta. Il prestigio internazionale della leadership russa è cresciuto, contrariamente a quanto dicono i patriottardi. Anche l’Egitto ha deciso di condurre esercitazioni congiunte con la nostra Marina nel Mediterraneo. L’Egitto, che dalla metà degli anni ’70 era sotto il pieno controllo degli Stati Uniti. Non è nemmeno un gesto, ma la campana che suona a morto per l’influenza di Washington in Medio Oriente.
E chi teme che, a causa dell’invasione “ritardata”, la propaganda nazista a Kiev crei milioni di zombie che odieranno la Russia per generazioni, vorrei ricordare che la maggior parte di coloro che combattono contro i russi del Donbas, creando l’attuale Ucraina russofoba, crebbero e si politicizzarono con la propaganda comunista che operò costantemente ed efficacemente per 74 anni. Ciò che appresero era completamente diverso da quello che fanno oggi.

Fonte:https://aurorasito.wordpress.com/2015/06/24/da-slavjansk-a-minsk/

L'UNIONE EUROPEA PREPARA UNA MASSICCIA CAMPAGNA DI PROPAGANDA ANTI-RUSSA NELLE EX REPUBBLICHE SOVIETICHE


Mentre in Europa ci sono 124 milioni di poveri, la Ue ha deciso di gettare dalla finestra il denaro dei contribuenti preparando un “Piano d’azione per la comunicazione strategica” per contrastare la propaganda russa, ovvero per fare disinformazione propaganda filo-occidentale, nei paesi del partenariato orientale (Ucraina, Georgia e Moldova) e più in generale nelle regioni russofone. Il piano d’azione, di cui l’ANSA ha copia, fa seguito al vertice di marzo che aveva chiesto a Mogherini di “affrontare la corrente campagna di disinformazione della Russia”.
Il primo aprile nel Servizio di azione esterna è nato il gruppo di lavoro East StratCom Team, che sarà pienamente operativo dal primo settembre. Gli obiettivi generali indicati nel piano d’azione sono tre:
-“comunicazione efficace e promozione di politiche e valori della Ue (quali??) nel vicinato orientale,
-“rafforzamento dell’ambiente generale dei media comprendendo un sostegno ai media asserviti indipendenti” e
-“aumento della consapevolezza pubblica delle azioni di disinformazione da parte degli attori esterni e miglioramento della capacità della Ue di anticipare e rispondere a tali attività” (ovvero allenarsi a mentire prima e meglio).
Tra i compiti dell’ East StratCom Team c’è quello di “sviluppare materiale di comunicazione dedicato alle questioni prioritarie”, in particolare quando “la Ue è soggetta a campagne di disinformazione”, da “mettere a disposizione della leadership politica della Ue, dei servizi stampa, delle delegazioni Ue e degli stati membri”. E’ prevista la produzione di materiale di comunicazione in russo “per assicurarsi che i cittadini abbiano accesso a fonti alternative di informazione nella lingua locale”. Nel piano c’è anche l’idea di sviluppare “l’impegno con la popolazione locale e la promozione di contatti diretti con le persone usando i programmi europei (come Erasmus Plus)” allo scopo di “far capire meglio” le attività europee.
Tra i passi da compiere “al più presto possibile” il sostegno alle organizzazioni giornalistiche “in difesa dei valori della professione”, ma anche programmi di “addestramento mirato per giornalisti” allo scopo di “aumentare la capacità dei media” nelle Repubbliche ex sovietiche.
Il documento, di nove pagine, sarà sottoposto all’approvazione del vertice di giovedì e venerdì prossimi.

Fonte:http://www.imolaoggi.it/2015/06/24/ue-pronto-il-piano-di-comunicazione-disinformazione-strategica-contro-putin/

L'IMMIGRAZIONE ORMAI INARRESTABILE STA GIA' PORTANDO TENSIONE E LE NAZIONI EUROPEE A DIFENDERSI


Contrariamente all'Italia che manca di politiche serie, la maggior parte delle nazioni europee hanno già scorto l'insorgere dei problemi che l'arrivo di migliaia di migranti sta iniziando a portare ai vari stati, di conseguenza le difese stanno cominciando a sollevarsi per fronteggiare l'emergenza che sembra non trovare soluzioni se non il fatto che l'ex indagato Presidente della Comissione Europea vuole costringere i paesi membri dell'Unione ad accoglierli sul loro territorio, e qui sono in molti che stanno protestando in quanto le cosidette "quote" con il passare del tempo andranno moltiplicandosi e di conseguenza di moltiplicheranno i problemi di organizzazione, fondi, senza contare che l'omogeneità della popolazione europea andrà sembra più disperdendosi, perdendo così l'identità nazionale, senza calcolare che aumenterà anche il rischio attentati sul territorio europeo.
Come si difendono le nazioni europee?

L'Ungheria non ci sta a sottomettersi ad una politica europea che vuole il paese ungherese obbligato e quindi costretto ad accogliere sul suo territorio un'ondata di profughi di conseguenza il presidente Viktor Orban, sta eseguendo un'esemplare politica per la difesa dell'identità culturale e nazionale del suo paese, come ha fatto costantemente in questi ultimi anni dopo aver risollevato l'economia grazie al vantaggio di non aver adottato la moneta unica.
L'Ungheria non solo si vede costretta a difendersi dalle quote di migranti che l'Unione Europea vuole imporle ma anche dall'ondata di migranti provenienti dalla Serbia.
"L'immigrazione è pericolosa" e bisogna ormai considerare "tutte le opzioni", inclusa quella della costruzione di una 'barriera' sul poroso confine meridionale con la Serbia, quello da cui quest'anno sono entrati migliaia di migranti e profughi che tentano l'ingresso nell'Ue, ha annunciato la settimana scorsa il premier magiaro, Viktor Orban, durante una delle tradizionali conversazioni alla radio pubblica Kossuth.
"Se vieni in Ungheria, non portare via il lavoro agli ungheresi", "se venite in Ungheria, dovete rispettarne le leggi", recitano i grandi poster fatti piazzare dal governo in città e paesi nell'ambito di una consultazione nazionale sul tema immigrazione pensata per tastare il polso dell'elettorato.
Il Paese ha ricevuto più di 50 mila richieste di asilo solo nel 2015 in confronto alle 43 mila di tutto il 2014, con la più alta percentuale pro capite di richiedenti asilo dell'Ue.
Per comprendere l'amplificazione del fenomeno, i profughi registrati nel 2012 nel Paese erano solo 2.157.
Circa il 70% dei rifugiati provengono da Afghanistan, Siria e Iraq.
Ungheria, guidata dal premier conservatore Viktor Orban, spesso in rotta di collisione con Bruxelles e con l'opposizione interna per le controverse politiche adottate dall'Unione Europea, che però da tempo non assiste passiva e tenta di trovare soluzioni al problema.
Anche drastiche. "Pensiamo che sia sbagliato che i rifugiati vengano mandati da noi, devono essere fermati sul territorio serbo", ha specificato Orban alla radio, aggiungendo che l'Ue deve finanziare centri di accoglienza fuori dall'Unione per permettere un attento 'screening' dei migranti.
Il premier ungherese ha infatti rimarcato che la maggioranza delle persone nel Paese, membro Ue dal 2004, concorda che l'immigrazione è pericolosa e che le proposte della "intelligentsia liberale" di regolare i flussi sono velleitarie e irrealistiche.
Di recente il premier Viktor Orban ha dato l'approvazione per l'edificazione di una barriera al confine con la Serbia per frenare la massiccia le ondate di serbi che violano il confine.
Allo stesso modo ha sospeso le regole sui richiedenti asilo sul territorio del paese.
Decisa presa di posizione da parte dell'Ungheria che di fatto decide autonomamente di uscire dalle regole comunitarie sull'immigrazione, con una scelta inedita destinata a suscitare grandissime polemiche, proprio alla vigilia del Consiglio europeo di domani e venerdì prossimo.
Con decisione unilaterale l'esecutivo di destra guidato da Viktor Orban ha stabilito che l'Ungheria non rispetterà più i vincoli imposti dalle regole di Dublino III. In particolare, l'Ungheria ha fatto sapere che non rispetterà il criterio in base al quale i richiedenti asilo arrivati in Europa attraverso i confini ungheresi devono essere una volta identificati ritrasferiti nel paese del primo ingresso.
Le autorità magiare hanno motivato la decisione con l'impossibilità a sostenere i flussi migratori degli ultimi mesi. Secondo i dati riportati da fonti di polizia ungheresi, nei primi 5 mesi del 2015 sarebbero stati oltre60mila gli ingressi di migranti nel Paese, a fonte dei 43mila registrati nell'intero 2014. "La barca è piena" ha laconicamente commentato un esponente del governo ungherese, mentre già si registrano le prime reazioni dei paesi UE confinanti, destinati a subire il contraccolpo di questa decisione di cui prendere esempio.

Nel frattempo nemmeno il Belgio si è tirato indietro nel dovere di tutelare i confini del proprio territorio.
Una vera e propria ''trincea'' anti-nomadi è stata fatta scavare a Marcinelle dal deputato socialista al parlamento della Vallonia Hicham Iman, presidente di un'azienda che si occupa di alloggi pubblici. Il fossato, lungo diverse centinaia di metri, e profondo un metro e mezzo, e' stato realizzato attorno ad un terreno dell'azienda, per evitare che i nomadi, che ogni anno vi fanno sosta tra maggio e giugno, possano tornarvi. ''Questi grandi assembramenti, senza il rispetto di alcuna regola non sono sostenibili, ma non ho preso una decisione cosi' radicale a cuor leggero'' afferma Iman, che alla tv belga Rtbl spiega la sua decisione anche ''per spingere la politica'' a reagire e affrontare la questione.

In Slovacchia invece migliaia di persone hanno protestato contro le politiche europee sull'immigrazione.
L'opposizione alla folle politica migratoria voluta dai parassiti di Bruxelles cresce sempre di piu'. A tale proposito e' interessante notare come sabato scorso molte migliaia di persone abbiano protestato nel centro di Bratislava contro l'immigrazione in Europa.

"Sono felice che siamo arrivati in tanti per difendere la Slovacchia, in questa situazione non possiamo tornare indietro. È nostro obbligo morale prenderci cura dei nostri figli, della nostra nazione, del nostro paese" ha dichiarato Marian Kotleba, uno degli organizzatori della marcia.
La manifestazione, denominata 'Stop all'islamizzazione dell'Europa! Insieme contro il diktat di Bruxelles e l'Europa agli europei', è stata indetta dal leader del partito nazionalista La Nostra Slovacchia che nelle ultime elezioni regionali è stato eletto governatore della regione di Banska Bystrica.
Kotleba ha criticato aspramente anche gli eurodeputati slovacchi che a Bruxelles hanno votato a favore delle quote. Secondo Kotleba la Slovacchia dovrebbe inviare in Italia militari e poliziotti per proteggere le frontiere sud dell'Europa, dato che il governo italiano non riesce a farlo.
Allo stesso modo al confine con l'Italia, la Francia ha posto la polizia alla difesa della frontiera per a causa di un'ondata di immigrati che protestano per valicare il confine.
Non finisce qui centinaia di essi hanno già cominciato a violare le regole e assaltare camion e violare la frontiera per essere trasportati da altre parti in Europa come in Gran Bretagna di cuo non hanno ricevuto il permesso di entrare.
Anche Austria e Repubblica Ceca hanno cominciato a prendere contromisure contro i crescenti problemi.
Il parlamento della Repubblica Ceca ha deciso di aumentare i controlli sui treni provenienti dall'Ungheria per evitare l'aumento del numero dei clandestini nel paese. La Repubblica Ceca infatti e' un punto chiave dei flussi che conducono dall'est europa all'Italia, ma anche di quelli che dall'Africa portano alla Scandinavia tramite i Balcani. Lo scorso anno sono giunti nel paese circa 47.000 clandestini. In particolare, il ministero dall'Interno ceco Milan Chovanec ha sottolineato la necessità di intensificare i controlli sui treni che dalla Grecia attraversano i paesi dell'ex Jugoslavia e dell'Ungheria per arrivare nel paese e proseguire verso la Germania. Provvedimenti simili sono stati presi anche dall'Austria.
La Gran Bretagna ha già deciso da se che non accogliera migranti sul proprio territorio di conseguenza in Europa almeno una nazione ha già messo fisso il suo punto di vista chiaro e tondo.
Numerosi altri paesi hanno chiaramente esposto la loro contrarietà alle politiche di Junker e dell'Unione Europea, di conseguenza qualcuno dovrebbe indubbiamente farsi carico di questa massiccia ondata di migranti che dalle coste della Libia stanno attraversando il Mediterraneo.
Il problema in realtà è cominciato proprio dalla Libia, chi lo ha causato?
Il problema è cominciato proprio per colpa degli Stati Uniti e della NATO che a causa delle risorse ingenti di petrolio e gas contenute nel sottosuolo del paese hanno deciso di aggredire il paese e assassinare Ghedaffi facendo propaganda che si trattava di un brutale dittatore.
Dopo aver massacrato e raso al suolo l'economia del più prospero paese del Nord Africa, ciò che è rimasto sono solo proteste, l'ampia diffusione del terrorismo e due governi in conflitto tra loro senza calcolare la povertà di massa che sta spingendo migliaia di libici a unirsi in un nuovo fronte migratorio, maggiore degli anni scorsi.
Chi sta facendo le spese di tale massacro e violazione territoriale?
I paesi europei che ora sostenuti a loro volta dagli Stati Uniti sono costretti a sottostare alle politiche europee che vogliono costringere i vari stati a imporre quote di migranti senza il diritto di valutare e decidere.
Nel frattempo la NATO ha nuovamente richiesto maggiori finanziamenti per la propria spesa militare, come se storicamente ormai non avesse causato più distruzione di quanto abbia mai costruito.
Forse i finanziamenti per la ricostruzione della Libia dovrebbero essere stanziati proprio dagli aggressori piuttosto che siano gli altri paesi a farne le spese dei loro danni, o meglio di quelli di Barack Obama.



















IL CARBONE UNA RISORSA PIU' UTILE CHE DA RIFIUTARE

Il carbone può aiutare a sconfiggere la povertà e a garantire l’approvvigionamento energetico per tutti. E con le Best Available Technologies, a ben guardare, è più ecologico dello shale gas. Luoghi comuni e realtà di una risorsa tutta da rivalutare, specie davanti ad uno scenario geopolitico che vede l’instabilità dei paesi produttori di gas.
Notizie Geopolitiche ne ha parlato con Andrea Clavarino, Presidente di Assocarboni.





Intervista a cura di Enrico Oliari

Parlare di energia prodotta con carbone sembra di fare un salto nel passato: perché è importante non trascurare questa forma di combustibile per produrre energia?
“A livello mondiale, circa la metà dell’aumento dei consumi di energia nell’ultima decade è stata soddisfatta dal carbone: negli ultimi cento anni l’ammontare di energia prodotta da questa fonte è stata pari all’energia prodotta da nucleare, rinnovabili, olio combustibile e gas sommati insieme.
I vantaggi derivati dall’utilizzo del carbone sono molteplici: sicurezza dell’approvvigionamento energetico, ampia disponibilità, competitività dei costi, intensità della mano d’opera, sicurezza nella movimentazione, trasporto, uso e compatibilità con l’ambiente grazie alla disponibilità di moderne tecnologie per l’ambientalizzazione degli impianti.
Come autorevolmente ha previsto l’International Energy Agency, il carbone continuerà per decenni a fornire una percentuale importante dell’energia primaria e l’aumento principale dei consumi riguarderà in particolare i paesi non-Ocse”.

Lei indica il successo dell’impiego del carbone in Cina, grazie al quale è stato possibile nell’arco di 30 anni dare accesso all’elettricità al 99% degli abitanti del paese più popoloso della Terra. Eppure le metropoli cinesi si trovano notoriamente sotto una cappa di smog, con le polveri sottili che stanno attentando alla salute degli abitanti: non converrebbe alle autorità di Pechino puntare su altri combustibili come il gas o le risorse rinnovabili?
“In realtà, sono proprio i paesi in via di sviluppo a poter trarre i maggiori benefici dall’utilizzo del carbone, poiché è soprattutto in queste aree che aumenterà il bisogno di energia ed elettricità a costi contenuti. L’impiego delle moderne tecnologie è la migliore risposta per conciliare le necessità di industrializzazione e il rispetto dell’ambiente e della salute. I paesi industrializzati possono avere un ruolo chiave nel trasferimento delle tecnologie e nello specifico, vari accordi bilaterali tra Italia e Cina sono stati già siglati.
L’Eppsa, l’Associazione europea dei costruttori di centrali termoelettriche, ha stimato che se le Bat (Best Available Technologies) fossero estese alle oltre 3mila centrali a carbone poco efficienti in funzione nei paesi in via di sviluppo, si eliminerebbero 1,5 miliardi di tonnellate di CO2 annue, pari a ben due volte e mezzo i 600 milioni di tonnellate che oggi vengono evitate grazie alle fonti rinnovabili, idroelettrica esclusa, ad un costo complessivo per sussidi stimato in $ 120 miliardi.
Specialmente negli Stati Uniti viene estratto il gas di scisto: perché, a ben guardare, non è più conveniente, sotto i profili dell’inquinamento e dei costi, dell’impiego del carbone?
Più studi di autorevoli centri di ricerca hanno dimostrato come, considerando l’intero ciclo di vita dei combustibili fossili, inclusa la fase di estrazione e post combustione, la differenza tra le emissioni di GHG (CO2eq) derivate dall’uso del gas naturale rispetto al carbone, si riduce drasticamente e tende ad annullarsi. Il recente studio elaborato dal Prof. Robert W. Howarth della Cornell University, dà la misura di quanto le emissioni dovute all’estrazione del metano (fugitive methane emissions), nonché la valutazione dei diversi GHG (CO2, CH4, N2O), ai fini del Global Warming Potential su un più opportuno arco temporale ridotto a 20 anni cambino drasticamente le valutazioni.
In un articolo in prima pagina del Financial Times, è stato evidenziato come il boom dello shale gas in North Dakota, che provoca perdite in atmosfera di gas metano equivalenti al consumo elettrico annuo delle città di Chicago e Washington, stia sollevando preoccupazioni ambientali negli Stati Uniti, sia per l’impatto sulle comunità locali sia per l’inquinamento globale e i relativi costi che ne conseguono. Questo è uno dei motivi per cui in Italia è tuttora vietata la ricerca e l’estrazione di shale gas e il rilascio dei relativi titoli minerari”.

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Intervista a cura di Enrico Oliari

Parlare di energia prodotta con carbone sembra di fare un salto nel passato: perché è importante non trascurare questa forma di combustibile per produrre energia?
“A livello mondiale, circa la metà dell’aumento dei consumi di energia nell’ultima decade è stata soddisfatta dal carbone: negli ultimi cento anni l’ammontare di energia prodotta da questa fonte è stata pari all’energia prodotta da nucleare, rinnovabili, olio combustibile e gas sommati insieme.
I vantaggi derivati dall’utilizzo del carbone sono molteplici: sicurezza dell’approvvigionamento energetico, ampia disponibilità, competitività dei costi, intensità della mano d’opera, sicurezza nella movimentazione, trasporto, uso e compatibilità con l’ambiente grazie alla disponibilità di moderne tecnologie per l’ambientalizzazione degli impianti.
Come autorevolmente ha previsto l’International Energy Agency, il carbone continuerà per decenni a fornire una percentuale importante dell’energia primaria e l’aumento principale dei consumi riguarderà in particolare i paesi non-Ocse”.

Lei indica il successo dell’impiego del carbone in Cina, grazie al quale è stato possibile nell’arco di 30 anni dare accesso all’elettricità al 99% degli abitanti del paese più popoloso della Terra. Eppure le metropoli cinesi si trovano notoriamente sotto una cappa di smog, con le polveri sottili che stanno attentando alla salute degli abitanti: non converrebbe alle autorità di Pechino puntare su altri combustibili come il gas o le risorse rinnovabili?
“In realtà, sono proprio i paesi in via di sviluppo a poter trarre i maggiori benefici dall’utilizzo del carbone, poiché è soprattutto in queste aree che aumenterà il bisogno di energia ed elettricità a costi contenuti. L’impiego delle moderne tecnologie è la migliore risposta per conciliare le necessità di industrializzazione e il rispetto dell’ambiente e della salute. I paesi industrializzati possono avere un ruolo chiave nel trasferimento delle tecnologie e nello specifico, vari accordi bilaterali tra Italia e Cina sono stati già siglati.
L’Eppsa, l’Associazione europea dei costruttori di centrali termoelettriche, ha stimato che se le Bat (Best Available Technologies) fossero estese alle oltre 3mila centrali a carbone poco efficienti in funzione nei paesi in via di sviluppo, si eliminerebbero 1,5 miliardi di tonnellate di CO2 annue, pari a ben due volte e mezzo i 600 milioni di tonnellate che oggi vengono evitate grazie alle fonti rinnovabili, idroelettrica esclusa, ad un costo complessivo per sussidi stimato in $ 120 miliardi.
Specialmente negli Stati Uniti viene estratto il gas di scisto: perché, a ben guardare, non è più conveniente, sotto i profili dell’inquinamento e dei costi, dell’impiego del carbone?
Più studi di autorevoli centri di ricerca hanno dimostrato come, considerando l’intero ciclo di vita dei combustibili fossili, inclusa la fase di estrazione e post combustione, la differenza tra le emissioni di GHG (CO2eq) derivate dall’uso del gas naturale rispetto al carbone, si riduce drasticamente e tende ad annullarsi. Il recente studio elaborato dal Prof. Robert W. Howarth della Cornell University, dà la misura di quanto le emissioni dovute all’estrazione del metano (fugitive methane emissions), nonché la valutazione dei diversi GHG (CO2, CH4, N2O), ai fini del Global Warming Potential su un più opportuno arco temporale ridotto a 20 anni cambino drasticamente le valutazioni.
In un articolo in prima pagina del Financial Times, è stato evidenziato come il boom dello shale gas in North Dakota, che provoca perdite in atmosfera di gas metano equivalenti al consumo elettrico annuo delle città di Chicago e Washington, stia sollevando preoccupazioni ambientali negli Stati Uniti, sia per l’impatto sulle comunità locali sia per l’inquinamento globale e i relativi costi che ne conseguono. Questo è uno dei motivi per cui in Italia è tuttora vietata la ricerca e l’estrazione di shale gas e il rilascio dei relativi titoli minerari”.

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Intervista a cura di Enrico Oliari

Parlare di energia prodotta con carbone sembra di fare un salto nel passato: perché è importante non trascurare questa forma di combustibile per produrre energia?
“A livello mondiale, circa la metà dell’aumento dei consumi di energia nell’ultima decade è stata soddisfatta dal carbone: negli ultimi cento anni l’ammontare di energia prodotta da questa fonte è stata pari all’energia prodotta da nucleare, rinnovabili, olio combustibile e gas sommati insieme.
I vantaggi derivati dall’utilizzo del carbone sono molteplici: sicurezza dell’approvvigionamento energetico, ampia disponibilità, competitività dei costi, intensità della mano d’opera, sicurezza nella movimentazione, trasporto, uso e compatibilità con l’ambiente grazie alla disponibilità di moderne tecnologie per l’ambientalizzazione degli impianti.
Come autorevolmente ha previsto l’International Energy Agency, il carbone continuerà per decenni a fornire una percentuale importante dell’energia primaria e l’aumento principale dei consumi riguarderà in particolare i paesi non-Ocse”.

Lei indica il successo dell’impiego del carbone in Cina, grazie al quale è stato possibile nell’arco di 30 anni dare accesso all’elettricità al 99% degli abitanti del paese più popoloso della Terra. Eppure le metropoli cinesi si trovano notoriamente sotto una cappa di smog, con le polveri sottili che stanno attentando alla salute degli abitanti: non converrebbe alle autorità di Pechino puntare su altri combustibili come il gas o le risorse rinnovabili?
“In realtà, sono proprio i paesi in via di sviluppo a poter trarre i maggiori benefici dall’utilizzo del carbone, poiché è soprattutto in queste aree che aumenterà il bisogno di energia ed elettricità a costi contenuti. L’impiego delle moderne tecnologie è la migliore risposta per conciliare le necessità di industrializzazione e il rispetto dell’ambiente e della salute. I paesi industrializzati possono avere un ruolo chiave nel trasferimento delle tecnologie e nello specifico, vari accordi bilaterali tra Italia e Cina sono stati già siglati.
L’Eppsa, l’Associazione europea dei costruttori di centrali termoelettriche, ha stimato che se le Bat (Best Available Technologies) fossero estese alle oltre 3mila centrali a carbone poco efficienti in funzione nei paesi in via di sviluppo, si eliminerebbero 1,5 miliardi di tonnellate di CO2 annue, pari a ben due volte e mezzo i 600 milioni di tonnellate che oggi vengono evitate grazie alle fonti rinnovabili, idroelettrica esclusa, ad un costo complessivo per sussidi stimato in $ 120 miliardi.
Specialmente negli Stati Uniti viene estratto il gas di scisto: perché, a ben guardare, non è più conveniente, sotto i profili dell’inquinamento e dei costi, dell’impiego del carbone?
Più studi di autorevoli centri di ricerca hanno dimostrato come, considerando l’intero ciclo di vita dei combustibili fossili, inclusa la fase di estrazione e post combustione, la differenza tra le emissioni di GHG (CO2eq) derivate dall’uso del gas naturale rispetto al carbone, si riduce drasticamente e tende ad annullarsi. Il recente studio elaborato dal Prof. Robert W. Howarth della Cornell University, dà la misura di quanto le emissioni dovute all’estrazione del metano (fugitive methane emissions), nonché la valutazione dei diversi GHG (CO2, CH4, N2O), ai fini del Global Warming Potential su un più opportuno arco temporale ridotto a 20 anni cambino drasticamente le valutazioni.
In un articolo in prima pagina del Financial Times, è stato evidenziato come il boom dello shale gas in North Dakota, che provoca perdite in atmosfera di gas metano equivalenti al consumo elettrico annuo delle città di Chicago e Washington, stia sollevando preoccupazioni ambientali negli Stati Uniti, sia per l’impatto sulle comunità locali sia per l’inquinamento globale e i relativi costi che ne conseguono. Questo è uno dei motivi per cui in Italia è tuttora vietata la ricerca e l’estrazione di shale gas e il rilascio dei relativi titoli minerari”.

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Intervista a cura di Enrico Oliari

Parlare di energia prodotta con carbone sembra di fare un salto nel passato: perché è importante non trascurare questa forma di combustibile per produrre energia?
“A livello mondiale, circa la metà dell’aumento dei consumi di energia nell’ultima decade è stata soddisfatta dal carbone: negli ultimi cento anni l’ammontare di energia prodotta da questa fonte è stata pari all’energia prodotta da nucleare, rinnovabili, olio combustibile e gas sommati insieme.
I vantaggi derivati dall’utilizzo del carbone sono molteplici: sicurezza dell’approvvigionamento energetico, ampia disponibilità, competitività dei costi, intensità della mano d’opera, sicurezza nella movimentazione, trasporto, uso e compatibilità con l’ambiente grazie alla disponibilità di moderne tecnologie per l’ambientalizzazione degli impianti.
Come autorevolmente ha previsto l’International Energy Agency, il carbone continuerà per decenni a fornire una percentuale importante dell’energia primaria e l’aumento principale dei consumi riguarderà in particolare i paesi non-Ocse”.

Lei indica il successo dell’impiego del carbone in Cina, grazie al quale è stato possibile nell’arco di 30 anni dare accesso all’elettricità al 99% degli abitanti del paese più popoloso della Terra. Eppure le metropoli cinesi si trovano notoriamente sotto una cappa di smog, con le polveri sottili che stanno attentando alla salute degli abitanti: non converrebbe alle autorità di Pechino puntare su altri combustibili come il gas o le risorse rinnovabili?
“In realtà, sono proprio i paesi in via di sviluppo a poter trarre i maggiori benefici dall’utilizzo del carbone, poiché è soprattutto in queste aree che aumenterà il bisogno di energia ed elettricità a costi contenuti. L’impiego delle moderne tecnologie è la migliore risposta per conciliare le necessità di industrializzazione e il rispetto dell’ambiente e della salute. I paesi industrializzati possono avere un ruolo chiave nel trasferimento delle tecnologie e nello specifico, vari accordi bilaterali tra Italia e Cina sono stati già siglati.
L’Eppsa, l’Associazione europea dei costruttori di centrali termoelettriche, ha stimato che se le Bat (Best Available Technologies) fossero estese alle oltre 3mila centrali a carbone poco efficienti in funzione nei paesi in via di sviluppo, si eliminerebbero 1,5 miliardi di tonnellate di CO2 annue, pari a ben due volte e mezzo i 600 milioni di tonnellate che oggi vengono evitate grazie alle fonti rinnovabili, idroelettrica esclusa, ad un costo complessivo per sussidi stimato in $ 120 miliardi.
Specialmente negli Stati Uniti viene estratto il gas di scisto: perché, a ben guardare, non è più conveniente, sotto i profili dell’inquinamento e dei costi, dell’impiego del carbone?
Più studi di autorevoli centri di ricerca hanno dimostrato come, considerando l’intero ciclo di vita dei combustibili fossili, inclusa la fase di estrazione e post combustione, la differenza tra le emissioni di GHG (CO2eq) derivate dall’uso del gas naturale rispetto al carbone, si riduce drasticamente e tende ad annullarsi. Il recente studio elaborato dal Prof. Robert W. Howarth della Cornell University, dà la misura di quanto le emissioni dovute all’estrazione del metano (fugitive methane emissions), nonché la valutazione dei diversi GHG (CO2, CH4, N2O), ai fini del Global Warming Potential su un più opportuno arco temporale ridotto a 20 anni cambino drasticamente le valutazioni.
In un articolo in prima pagina del Financial Times, è stato evidenziato come il boom dello shale gas in North Dakota, che provoca perdite in atmosfera di gas metano equivalenti al consumo elettrico annuo delle città di Chicago e Washington, stia sollevando preoccupazioni ambientali negli Stati Uniti, sia per l’impatto sulle comunità locali sia per l’inquinamento globale e i relativi costi che ne conseguono. Questo è uno dei motivi per cui in Italia è tuttora vietata la ricerca e l’estrazione di shale gas e il rilascio dei relativi titoli minerari”.
 l gas naturale è comunque un’ottima risposta all’impiego di gas fossili…
“Il mix energetico italiano è purtroppo fortemente sbilanciato sul gas, il che crea un’elevata ed eccessiva dipendenza da paesi politicamente instabili, oltre a pesare negativamente sulle nostre bollette elettriche che sono tra le più care di Europa, con gravi ripercussioni sulla competitività del sistema produttivo manifatturiero Paese.
Inoltre, esistono problematiche di natura ambientale, come l’utilizzo delle tecniche di gas “flaring”, vale a dire la costante combustione in fiaccola del metano associato al petrolio, che avviene durante la fase di estrazione dai giacimenti e che risulta essere triplicato negli ultimi 5 anni. Secondo le stime della World Bank, gli Stati Uniti risultano al quinto posto della classifica dei paesi interessati da tale pratica dopo Russia, Nigeria, Iran e Iraq.
A questo si aggiungono le tecniche di diretto “venting” in atmosfera della CO2 naturalmente presente nei giacimenti insieme ai vari gas (metano, butano, propano, ecc.), che viene separata in fase di estrazione del metano dai giacimenti, per evitare di mettere in pipeline un enorme quantitativo di un gas non desiderato a destino”.

Come può l’impiego del carbone ridurre la povertà nel mondo e quali aree del pianeta ne gioverebbero?
“Uno degli elementi costitutivi della povertà di molti paesi è la povertà energetica, definita come la mancanza di accesso a forme adeguate e affidabili di energia a prezzi sostenibili per soddisfare i bisogni primari degli individui, come mangiare, riscaldare gli ambienti, curarsi e spostarsi. Questa situazione riguarda oggi circa 2 miliardi di persone nel mondo, numero che si prevede in crescita a 3 miliardi entro il 2030, costituito prevalentemente da comunità dell’Africa Sub-Sahariana, India, Sud Est Asia.
La riduzione della povertà energetica nei Paesi in via di sviluppo è una condizione necessaria per promuoverne lo sviluppo economico e la dignità sociale. Ad oggi, 1,3 miliardi di persone nel mondo non hanno ancora accesso all’elettricità e 2,7 miliardi di persone utilizzano la biomassa tradizionale come fonte principale di energia e si rende assolutamente necessario uno spostamento verso il consumo di combustibili più efficienti.
Il carbone, grazie alla sua economicità, alla competitività e alla sicurezza energetica che garantisce, è certamente il combustibile privilegiato per accompagnare lo sviluppo delle rinnovabili sulla strada della mitigazione del cambiamento climatico e permettere una crescita economica sostenuta e l’eliminazione della privazione energetica”.

Cosa sono le Best Available Technologies applicate all’impiego del carbone per produrre energia e quali vantaggi offrono?
“Un elemento centrale del processo di protezione dell’ambiente nel suo complesso, è l’applicazione delle ‘migliori tecniche disponibili’. In Italia, tutte le centrali a carbone sono certificate EMAS – la certificazione ambientale di standard europeo, più severa rispetto alla certificazione ISO 14001.
Tali centrali eccellono anche dal punto di vista dell’efficienza, con un rendimento medio del 40% rispetto al 35% della media europea ed al 25% dell’Europa Continentale e per le centrali a carbone future si prevedono rendimenti superiori al 46%.
Gli investimenti che le aziende italiane hanno intrapreso per abbattere le emissioni inquinanti, sono intervenuti su due fronti:
  • sulle tecniche e processi innovativi che migliorano le efficienze energetiche prevenendo all’origine la produzione di emissioni inquinanti; 
  • sui sistemi sempre più sofisticati di trattamento dei fumi, quali i desolforatori, i denitrificatori, i depolverizzatori. 
Le conseguenze sono una rapida e significativa riduzione di tutte le emissioni inquinanti:
  • anidride solforosa (SO2): le emissioni sono state ridotte per oltre il 70% rispetto a vent’anni fa e sono oggi mediamente intorno ai 100 mg/ Nm3 a fronte di un massimo di 200 mg/Nm3 imposto dalle recenti normative; 
  • ossidi di azoto (NOx): dopo una prima forte riduzione negli anni ‘90, le emissioni di NOx sono state ulteriormente ridotte raggiungendo un dato medio pari a 100 mg/Nm3 nettamente inferiore agli obblighi di legge (il tetto è 200 mg/Nm3);
Ulteriori soluzioni prevedono lo sviluppo di tecnologie allo stesso tempo più efficienti e meno inquinanti, le cosiddette HELE – High-Efficiency, Low-Emissions e l’utilizzo della CCS – Carbon Capture Storage, che l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) pone ai primi posti per importanza strategica nella risoluzione della crisi energetico-climatica“.

In Italia vi sono ancora centrali a carbone: quanto carbone viene usato ogni anno per produrre energia? Dove prendiamo il carbone? Qual è la spesa annua?
“L’Italia importa via mare circa il 90% del proprio fabbisogno di carbone, su una flotta italiana di circa 60 imbarcazioni che garantiscono una capacità di carico complessiva di oltre 4,6 milioni di tonnellate. Le provenienze sono molto diversificate: i principali paesi di importazione sono gli Usa, il Sud Africa, l’Australia, l’Indonesia e la Colombia, ma anche il Canada, la Russia e il Venezuela.
I dati consuntivi del 2014 per l’Italia sono in calo, a causa del perdurare della crisi e della chiusura di alcuni impianti: le importazioni di carbone da vapore sono infatti scese dell’11% rispetto al 2013, attestandosi a 16 milioni di tonnellate e, in parallelo, sono diminuite del 15% rispetto all’anno precedente le importazioni di carbone metallurgico e PCI, che si attestano a 4 milioni di tonnellate a fine 2014”.

Vi sono progressi tecnologici o studi marchiati Italia per la generazione di energia dal carbone a basso impatto ambientale?
“Ci sono certamente in Italia prospettive incoraggianti: tra i vari progetti, il Paese è impegnato in un programma di innovazione industriale volto allo sviluppo e ingegnerizzazione della tecnologia di ossicombustione per la cattura della CO2 e successivo stoccaggio geologico. Il progetto è sviluppato da “Sotacarbo – Polo tecnologico per le energie pulite” del Sulcis, con l’obiettivo di favorire la competitività dell’industria nazionale nel mercato internazionale, con particolare riferimento a quello cinese e dei Paesi grandi utilizzatori di carbone nei prossimi decenni”.


Fonte:http://orizzontenergia.it/news.php?id_news=4904&titolo=Il+carbone+una+risorsa+da+rivalutare

LA REPUBBLICA CINESE VERSO IL CONTROLLO DEL MERCATO DELL'ORO

L’impegno della Banca di Cina nella formazione del prezzo dell’oro non passerà inosservato. Questa decisione, che già da tempo era matura, riflette l’accresciuta potenza dell’economia cinese.

Lo ha dichiarato a Sputnik l'esperto dell'Accademia di economia e pubblico servizio presso il presidente della Russia, Sergey Khestanov. A partire dal 22 giugno, per la prima volta, la Banca di Cina partecipa alle aste elettroniche quotidiane, alle quali vengono stabiliti i prezzi di riferimento del metallo prezioso.
La banca cinese è la prima banca asiatica ad essere stata ammessa alla quotazione dell'oro. Le otto "banche dell'oro" sono Barclays, Goldman Sachs, HSBC, JPMorgan, The Banck of Nova Scotia — ScotiaMocatta, Societe Generale e UBS. La Banca di Cina ha oggi un controllo praticamente totale sul più grande mercato asiatico dell'oro fisico — la borsa dell'oro di Shanghai. Grazie alla sua partecipazione alle quotazioni elettroniche di Londra, a partire dal 22 giugno le transazioni in oro potranno essere effettuate 24 ore su 24. Da parte della Cina è uno dei passi più risoluti verso la possibilità di dettare le regole in questo mercato.
Sergey Khestanov ha rilevato che Cina si era preparata a lungo, prima di fare il suo "grande balzo":

"La Cina sta metodicametne ampliando la sua penetrazione nei mercati globali, ma lo fa senza fretta e con cautela. Sarà così anche con l'oro. Pechino è uno dei più grandi produttori dell'oro, con ingenti riserve auree. Eppure, da un po' di anni continua a comprare oro. Quindi, l'aumento del suo ruolo nella determinazione dei prezzi riflette bene le realtà esistenti".

Grazie alle sue riserve auree la Cina, in questo gioco, riesce a stabilire la politica nel mercato dei metalli preziosi e i prezzi mondiali dell'oro. Insieme a Londra e New York, Shanghai è destinata a diventare un centro mondiale delle contrattazioni valutarie legate all'oro. Questa politica trasformerà la Cina nel più grande centro del commercio in oro e, quindi, in un centro finanziario mondiale. Ma tutto ciò sarà possibile, se la borsa di Shanghai lancia un proprio sistema di fixing in moneta cinese, cioè, yuan. La Cina deve diventare un punto di riferimento sia per aziende cinesi, sia per venditori stranieri, e ciò sarà una nuova sfida al monopolio del dollaro. Tutte le premesse per riuscirci si sono: alla borsa di Shaghai lavorano operatori di tutta l'Asia — continente dove l'oro è oggi una delle merci più richieste, insieme al petrolio, il gas e il grano.

Fonte:http://it.sputniknews.com/economia/20150622/609227.html#ixzz3dzWU7x65

LA NATO INSISTE DI VOLERE PIU' SOLDI

Nel vertice settembrino del Galles, i leaders della Nato, su richiesta del Presidente Barack Obama, decisero di "invertire l'andamento di riduzione dei bilanci per la difesa" e di portarli al livello del 2% del pil entro 10 anni.

Secondo quanto riporta alla stampa Jens Stoltenberg, Segretario generale dell'Alleanza Atlantica, le stime dell'Alleanza dimostrano però che solamente cinque nazioni manterranno tale impegno nel corso del 2015. Si tratta di Stati Uniti, Gran Bretagna, Grecia, Polonia ed Estonia. In più, nonostante, secondo Stoltenberg, ci siano validi motivi per poter affermare che il mondo sia un posto più rischioso oggi che non un anno fa, le spese militari sono in costante discesa nei bilanci degli Stati.
Stoltenberg si è detto deciso ad affrontare la questione delle spese militari nell'incontro di domani che vede riuniti a Bruxelles i ministri della Difesa dell'Alleanza Atlantica.
"Dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi per invertire questa tendenza", il capo della Nato ha detto. "Perché siamo di fronte a più sfide, e non possiamo fare di più con meno tempo indeterminato."
Il vertice prevede diverse decisioni destinate a rendere il Patto Atlantico più agile e reattivo alle nuove situazioni di sicurezza create, secondo Stoltenberg, dall'espansionismo della Russia e dall'estremismo islamico che ha messo radici in vaste aree del Medio Oriente e del Nord Africa.
I ministri discuteranno anche della compagine della nuova forza di risposta rapida e delle sue componenti aeree, navali, oltre che delle forze speciali di cui sarà costituita. I ministri della Difesa saranno inoltre invitati ad approvare una revisione del processo decisionale politico e militare della Nato che consenta un più rapido dispiegamento delle forze militari e conceda al comandante supremo dell'Alleanza in Europa, il generale Philip Breedlove,
"maggiore autorità per preparare le nostre truppe alla reazione."

Fonte:http://it.sputniknews.com/mondo/20150623/616742.html#ixzz3dzVJU2mX

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