ATTUALE CONFIGURAZIONE PLANETARIA DEL SISTEMA SOLARE


mercoledì 30 aprile 2014

OCEANO ATLANTICO COPERTO DI GHIACCI


Si sta parlando, ovviamente, della zona dell’Atlantico Settentrionale prospiciente alle coste canadesi, dove sembra che il ghiaccio marino sia superiore alla norma di almeno il 10%, quantità record per gli ultimi 25 anni.
L’affermazione è stata fatta dalla Canadian Coast Guard, l’articolo relativo è presente su Yahoo news.
Sono in azione numerosi rompighiaccio sul Golfo di San Lorenzo, dove il ghiaccio è particolarmente spesso, ed anche ai confini delle coste canadesi orientali.
Notiamo infatti la presenza di acque molto più fredde del normale sull’Atlantico settentrionale ed orientale, questo presumibilmente a causa della presenza dei continui afflussi di aria fredda provenienti dall’Artico Canadese, che ne hanno abbassato la temperatura in questi mesi.

Il fatto rende più difficile lo scioglimento dei ghiacci marini sulla zona artica canadese e lungo la costa settentrionale.

Fonte:http://freddofili.it/23/04/2014/oceano-atlantico-coperto-dai-ghiacci/

L'OCCIDENTE FOMENTA UNA GUERRA DI TIPO SIRIANO IN EGITTO


Al-Akhbar in un articolo intitolato “Egitto: l’esercito libero egiziano viene addestrato in Libia“, ha riferito che: “Le forze di sicurezza egiziane continuano a inseguire i gruppi armati attivi nel Paese. Il confronto non sembra finirà presto, con informazioni diffuse quotidianamente dalle agenzie di sicurezza sui piani dei gruppi che vogliono destabilizzare l’Egitto. Fonti della sicurezza hanno rivelato ad al-Akhbar che “le agenzie di intelligence e di sicurezza sono riuscite a monitorare i movimenti dei gruppi terroristici e arrestato alcuni di loro in città e villaggi del nord dell’Egitto, così come ai confini orientali, occidentali e meridionali dell’Egitto.” L’articolo inoltre afferma che un “esercito libero egiziano” è in preparazione nella vicina Libia, lungo il confine libico-egiziano, l’epicentro degli estremisti settari del Gruppo combattente islamico libico (LIFG) di al-Qaida da cui iniziarono le operazioni della NATO contro il governo libico nel 2011. Mentre l’articolo di al-Akhbar cita solo “fonti” anonime, la recente escalation di violenze conferisce credibilità e preoccupazione per un conflitto di tipo siriano alimentato da interessi stranieri volti a destabilizzare e rovesciare l’attuale ordine socio-politico egiziano.

Il collegamento siriano

Le recenti violenze dei sostenitori del deposto presidente egiziano Muhammad Mursi, in particolare del suo partito politico dei Fratelli musulmani e la rete di affiliati armati, è un motivo di particolare preoccupazione. Furono i Fratelli musulmani in Siria che iniziarono a ricevere denaro e sostegno da Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele nel lontano 2007, in preparazione del conflitto che ormai infuria in Siria negli ultimi 3 anni. L’articolo della Reuters del 6 maggio 2012, intitolato “L’ascesa dalle ceneri dei Fratelli musulmani della Siria“, affermava: “Lavorando con calma, la Fratellanza ha finanziato i disertori dell’esercito libero siriano in Turchia e inviato denaro e rifornimenti in Siria, per riavviare la propria presenza tra i piccoli contadini sunniti e la classe media siriani, dicono fonti dell’opposizione“. I Fratelli musulmani stavano scomparendo in Siria prima delle agitazioni nel 2011, mentre Reuters sbaglia categoricamente nell’articolo, spiegando il “come” dietro la resurrezione della Fratellanza, che fu svelato in un articolo del New Yorker del 2007 intitolato “The Redirection” di Seymour Hersh. La Confraternita era direttamente sostenuta da Stati Uniti e Israele che inviavano aiuti attraverso i sauditi, in modo da non compromettere la “credibilità” del cosiddetto movimento “islamico”. Hersh ha rivelato che i membri della cricca libanese di Sad Hariri, allora guidata da Fuad Siniora, fu l’intermediaria tra i pianificatori statunitensi e i Fratelli musulmani siriani.
Hersh riferisce che la fazione libanese di Hariri aveva incontrato Dick Cheney a Washington per dirgli personalmente dell’importante ruolo dei Fratelli musulmani in Siria in una qualsiasi azione contro il governo al potere: “(Walid) Jumblatt poi mi ha detto che aveva incontrato il vicepresidente Cheney a Washington, lo scorso autunno, per discutere tra l’altro la possibilità di minare Assad. Lui e i suoi colleghi avvisarono Cheney che, se gli Stati Uniti si muovevano contro la Siria, i membri della Fratellanza musulmana siriana erano “coloro con cui parlare”, ha detto Jumblatt“. L’articolo continuava spiegando come già nel 2007 Stati Uniti e Arabia Saudita iniziarono l’appoggio a vantaggio della Confraternita: “Ci sono prove che la strategia del reindirizzamento dell’amministrazione abbia già beneficiato la Confraternita. Il Fronte di Salvezza Nazionale siriano è una coalizione di gruppi di opposizione i cui membri principali sono una fazione guidata da Abdul Halim Qadam, ex-vicepresidente siriano che disertò nel 2005, e la Fratellanza. Un ex-alto ufficiale della CIA mi disse: “Gli statunitensi hanno fornito sostegno politico e finanziario. I sauditi prendono l’iniziativa del sostegno finanziario, ma c’è il coinvolgimento statunitense”. Disse che Qadam, che ora vive a Parigi, riceveva sempre denaro dall’Arabia Saudita, con l’acquiescenza della Casa Bianca. (Nel 2005, una delegazione del Fronte incontrò i funzionari del Consiglio della Sicurezza Nazionale, secondo la stampa). Un ex-funzionario della Casa Bianca mi ha detto che i sauditi avevano fornito ai membri del Fronte i documenti di viaggio. Jumblatt disse che aveva capito che la questione era sensibile per la Casa Bianca. “Ho detto a Cheney che alcune persone nel mondo arabo, soprattutto gli egiziani”, la cui leadership sunnita moderata combatteva i Fratelli musulmani egiziani da decenni, “non piacerà se gli Stati Uniti aiutano la Fratellanza. Ma se non attaccano la Siria, in Libano affronteremo Hezbollah in una lunga lotta, che non potremo vincere”. Chiaramente poi, i Fratelli musulmani in Egitto subito sostennero apertamente gli omologhi siriani, beneficiando dello stesso supporto straniero che ha devastato la Siria, pronti a svolgere lo stesso ruolo che la Fratellanza musulmana siriana aveva giocato nel 2011 nel creare, finanziare e armare i gruppi di militanti in Egitto attraverso la sua ben organizzata macchina politica. Mentre molti esperti e analisti cercano di ritrarre l’esercito egiziano come un regime clientelare, obbediente e affidabile per l’occidente, niente potrebbe essere più lontano dalla verità. L’occidente ed i suoi collaboratori arabi cercano di erodere e alla fine distruggere l’Iran e il suo arco d’influenza che si estende dai confini con l’Afghanistan ad est, a tutta la Siria in occidente, fino alle coste mediterranee del Libano. L’esercito egiziano può essere disposto a fare concessioni economiche e politiche verso l’occidente per mantenere l’aiuto sostanziale che scorre nelle sue casse, ma non è disposto a compromettere la stabilità dell’Egitto e la sua stessa sopravvivenza facendo parte di un “fronte settario” per combattere l’Iran per conto dell’occidente (e qui).

Carota marcia, bastone rotto

La rivista VICE ha riportato in un articolo intitolato “Gli aiuti USA tornano in Egitto tra ondate di attentati“, che: “Due poliziotti egiziani sono stati uccisi in incidenti separati, oggi, mentre gli oppositori del governo sostenuto dai militari continuano l’ondata di attacchi contro le forze di sicurezza. Il Brigadier-Generale Ahmad Zaqi è morto nel governatorato di Giza in Egitto appena ad ovest del Cairo, per l’esplosione di una bomba piazzata sotto la sua auto, ferendolo gravemente mentre tornava a casa, hanno detto dei funzionari ad AP. Un video postato su YouTube l’indomani mostrava l’attentato, così come mostrava il cellulare che sarebbe stato utilizzato per attivare la bomba. Nel frattempo, ad Alessandria, il tenente Ahmad Sad è morto durante un raid contro una sospetta base dei militanti, ha detto al Middle East News Agency il capo della polizia cittadina Maggior-Generale Amin al-Zadin. Questi sono gli ultimi incidenti di un’ondata di violenze contro militari e poliziotti da quando l’ex-presidente Muhammad Mursi e i suoi Fratelli musulmani furono deposti dall’esercito a giugno. Gli attacchi contro le forze di sicurezza, in un primo momento, si concentrarono nell’irrequieta penisola egiziana del Sinai, dove una rivolta in piena regola infuria, ma da allora si è diffusa altrove”.
VICE continua riferendo che aiuti militari dagli Stati Uniti sono stati infine consegnati dopo la minaccia di tagliarli dopo la cacciata di Mursi. Mentre VICE e altri media occidentali tentano di minare la posizione dei militari egiziani nel mondo arabo, suggerendo che gli Stati Uniti sostengano il nuovo governo militare di Cairo, ciò che questa politica a doppio binario rappresenta, in realtà, sono gli aiuti militari usati come “carota”, mentre un conflitto terroristico in stile siriano e appoggiato dalla NATO è il “bastone”. L’obiettivo finale è fare in modo che l’esercito egiziano sia gradualmente minato e rimosso dal suo consolidato ruolo nella politica egiziana, proprio come è stato fatto in Turchia e altrettanto viene tentato in Thailandia attraverso il regime filo-USA di Thaksin Shinawatra. In Egitto, l’obiettivo d’installare un governo dei Fratelli musulmani e coltivare l’estremismo settario, amplierebbe la capacità dell’occidente di intraprendere guerre per procura oltre i confini dell’Egitto, in nazioni come Libano, Siria, Iran e infine Caucaso, in Russia, e nella maggior parte delle province della Cina occidentale. Un obiettivo, però, cui l’attuale governo di Cairo non vuole avere niente a che fare.

Prendere la carota e lottare contro il bastone

L’influenza geopolitica dell’occidente è in evidente declino. La sua traballante “vittoria” in Libia, il fallimento in Siria, le complicazioni che si moltiplicano in Ucraina non solo minano la fiducia dei suoi alleati in diverse partnership e alleanze, ma cambia le dinamiche con cui i nemici dell’occidente rispondono al suo tradizionale approccio da “carota e bastone”. Gli “aiuti militari” in cambio dell’abdicazione dei militari egiziani dalla politica e delle radicalizzazione, divisione e distruzione dell’ordine socio-politico dell’Egitto è la formula squilibrata e priva di incentivi di un occidente che puzza di debolezza. Tale formula mal concepita, che già altrove ha dato quella vivida esemplarità che il governo di Cairo prende in considerazione, è già fallita prima ancora di iniziare in Egitto. La decisione di Cairo di agire con decisione contro i Fratelli musulmani e la sua rete di militanti prima dell’inizio di un conflitto diffuso, indica che il governo non è più preoccupato dalle opinioni di Washington, Londra o Bruxelles, né dall’influenza combinata delle rispettive macchine mediatiche. Non ostacolare la militanza per timore dell’”opinione pubblica” globale, porterebbe solo a una situazione che getterebbe i semi di un conflitto di tipo siriano, distruttivo e protratto, un conflitto che Cairo appare determinato a impedire.
La prova che un “esercito libero egiziano” viene addestrato nella vicina Libia può mancare, ma precedenti, motivazione e volontà dell’occidente nel sostenere un tale complotto, di certo no. La decisione dell’Egitto di non tener conto del parere dell’occidente oramai in declino farà da modello per le altre nazioni cui vengono agitati simili “carote marce” e “bastoni spezzati”. Il futuro dell’Egitto dipende dalla perseveranza dei suoi leader nel perseguire una campagna preventiva contro una guerra di tipo siriano che l’occidente sempre più apertamente fa pendere sul futuro dell’Egitto.

Tony Cartalucci ricercatore in geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook“.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora


Fonte:http://aurorasito.wordpress.com/2014/04/28/loccidente-istiga-una-guerra-di-tipo-siriano-in-egitto/

LA CRIMEA E L'IDEA EURASIATICA COME GEOPOLITICA DELLA RESISTENZA



“Io so una cosa e la dirò: se la Russia sopravvive a questo periodo e alla fine si salva, lo sarà come entità eurasiatica e attraverso l’idea eurasiatista”, aveva detto l’etnografo, storico e geografo russo Lev Gumiljov in un’intervista data poco dopo la scomparsa dell’URSS e poco prima della morte nell’estate del 1992. Allora erano anni terribili di decadenza, disfacimento e perdita di autostima della Russia e del resto dell’enorme spazio che poco prima era l’URSS. Anche l’esistenza della Federazione Russa, entità nucleo dell’URSS, era incerta con l’aumento del separatismo nelle repubbliche nord caucasiche di Daghestan e Cecenia, e con l’avanzata dei potentati locali e provinciali su cui il Cremlino di Eltsin difficilmente aveva una reale influenza. Così oggi, la Crimea si appresta ad aderire alla Russia. Come le cose possono cambiare.

Il trauma del 1990

Ho pensato spesso a Gumiljov e alla sua idea eurasiatista ultimamente, perché in effetti spiega un bel po’ di ciò che è successo. In sintesi, afferma che la vecchia Unione Sovietica e lo spazio imperiale zarista che l’ha preceduta sono essenzialmente innestati in un antico campo culturale in cui le culture slave e turche, cristianesimo ortodosso, sunnismo e sciismo convivono e interagiscono da secoli. Il nucleo di questa sfera, di questo ‘grande spazio’, come lo scienziato politico russo Aleksandr Dugin lo chiama, è la Russia che anzi si estende geograficamente sui continenti europeo e asiatico ed ha, attraverso l’adozione del cristianesimo bizantino nel 980, dopo il primo contatto stabilito con i vescovi greci, in Crimea tra l’altro, e la sua integrazione nel sistema del Khanato dell’Orda d’Oro (1240-1502), ancorandosi in Oriente come in Occidente. L’intera nozione che la Russia costituisca quindi una sfera separata attorno al quale cristallizzare l’Eurasia, sembra anche essere presente e ben viva a livello popolare oggi. In un sondaggio condotto tra la popolazione russa nella primavera del 2007, ad esempio, la tesi che la Russia sia una entità eurasiatica a sé stante, con i suoi moduli sociali e di sviluppo, era accettata da quasi tre quarti degli intervistati. [1] Naturalmente, c’è più di un indicatore che riflette la realtà. In una simile ma molto più recente indagine, lo scorso anno, alla domanda di come la Russia sarà tra 50 anni, la maggioranza degli intervistati dopo la categoria dei non-so/non-risponde, rispose che la tecnologia e le scienze saranno molto simili a quelle occidentali, ma che la società e la cultura russa saranno completamente diverse. [2] Inoltre, in un altro sondaggio condotto lo scorso autunno, si apprende che la quota di coloro che in Russia rimpiangono la scomparsa dell’URSS è alta: 57 per cento, comprensibilmente più alta tra le categorie di età con ricordi vivi di quel periodo (coinvolgendo ancora una congrua parte di persone in età attiva), ma anche pari a un terzo delle categorie di intervistati che non erano ancora nati nel 1991 o che erano troppo giovani per avere ricordi vivi. [3]
L’impatto di quello che potremmo chiamare il trauma degli anni ’90′, causato dagli anni terribili che seguirono la crisi ed infine il crollo dell’URSS, non dovrebbe davvero essere sottovalutato. Nel giro di un paio d’anni, un grande capitale umano, un elevato livello di sicurezza sociale e un discreto livello infrastrutturale sociale furono sperperati e distrutti per far posto a una forma particolarmente rapace di capitalismo, soprannominato “riforme di mercato”, di consulenti stranieri e decine di profittatori, una crisi di identità acuta, una drammatica recessione demografica, un degrado generale e la perdita dello status. A metà degli anni novanta fu quando in realtà iniziai a lavorare in Eurasia. Allora, avevo già capito che tutto questo sarebbe mutato un giorno. E in effetti fu così. Fin dall’inizio di questo secolo, una non piccola parte di opinion maker, opinione pubblica e funzionari accusarono un astratto ‘occidente’, dove certamente gli Stati Uniti sono percepiti sempre più negativamente [4], ed in particolare i liberali locali e regionali in Eurasia.

Grande spazio economico

Quindi, quali sono i diversi fili che legano la Russia alla sua ampia sfera storica, e con il resto della regione precedentemente nota come URSS in particolare? Dobbiamo prima dare uno sguardo alla sottostruttura economica, iniziando dal commercio estero. Ufficialmente nel 2013 quasi il 21 per cento del commercio estero complessivo della Russia era con gli altri Stati dell’ex-URSS, esclusi i tre Paesi baltici. Circa i tre quarti del commercio in Eurasia riguardavano, in questo ordine particolare, l’Ucraina, la Bielorussia e il Kazakistan. Questi ultimi due sono anche parte dell’unione doganale e della Comunità economica eurasiatica, guidate e promosse da Mosca. I tentativi d’integrare anche l’Ucraina in queste strutture, in realtà ha scatenato il movimento di protesta a Kiev lo scorso anno. Inoltre, oltre il 50 per cento del commercio estero della Russia avviene con l’Unione europea, quasi il 10 per cento con la Cina e circa il 3 per cento con gli Stati Uniti. Il modello del commercio estero della Russia è quindi orientato principalmente verso l’UE, implicando anche qualcos’altro a proposito: che le economie e le società dell’UE hanno bisogno del mercato dell’Europa orientale. Quindi, le sanzioni economiche nei confronti di Mosca prima di tutto incideranno sull’UE che ha agito principalmente come estensione e sostegno degli Stati Uniti per tutta la crisi dell’Ucraina. Per gli appassionati nel sottolineare l’importanza delle politiche energetiche, beh, c’è anche la posizione e le attività di Gazprom in Eurasia. Questa società parastatale, strettamente collegata al Cremlino, controlla circa un terzo della produzione mondiale di gas naturale ed ha anche interessi e attività in altri settori come trasporti, petrolio, banche e media. E’ attivamente presente in tutti i Paesi ex-sovietici, tra cui Paesi Baltici che in realtà ne dipendono per la maggior parte dell’approvvigionamento del gas naturale. Gazprom partecipa anche, in una forma o nell’altra, all’estrazione di petrolio e al potenziamento delle infrastrutture dei Paesi esportatori di petrolio e gas come Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan. Il solo peso di Gazprom spiega perché la Russia, insieme a Iran e Qatar, ha il comando da metà del 2001 dell’istituzione del cosiddetto Forum dei Paesi esportatori di gas. La struttura, che conta attualmente 11 Stati e nel quale il Kazakistan è un osservatore, è volto ad essere una sorta di ‘OPEC del gas’.

Lavoratori migranti e oligarchi

Torniamo alla società e alla vita quotidiana. Uno dei più importanti vettori socioculturali dell’influenza russa in Eurasia è, ovviamente, la lingua russa. L’avversione storica contro di essa non è così forte come lo era nel Baltico e nell’Europa centrale negli anni ’90 o come in Ucraina occidentale oggi. Nonostante la giusta promozione delle lingue locali o nazionali, diverse dalla russa nel 1988-1991, la lingua russa ancora, o di nuovo, ha uno status ufficiale o semi-ufficiale in Ucraina (anche se il suo futuro in Ucraina è incerto), Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. L’uso del russo in queste società di solito va ben oltre la popolazione di origine ed etnia russa. Anche nei Paesi in cui non ha più lo status ufficiale, come Azerbaijan e Turkmenistan, è ancora la lingua delle élite politiche e intellettuali, del segmento della popolazione più urbanizzata, delle minoranze etniche ed è spesso la lingua di comunicazione inter-etnica. La sua posizione sostiene anche l’influenza di mass media, cultura popolare e opinion maker russi. Un agente molto importante dei legami in Eurasia, che interfaccia base popolate e macro-economia, sono i lavoratori migranti, stagionali e permanenti, in Russia. La stragrande maggioranza del circa milione e mezzo di lavoratori ospiti che soggiornarono ufficialmente in Russia nel 2011, provenivano da altri Paesi dell’Eurasia. Il gruppo più numeroso, circa 510000, erano uzbeki. Inoltre, nello stesso anno, circa 280000 lavoratori ospiti provenivano dal Tagikistan, 193000 dall’Ucraina, 110000 dal Kirghizistan, 80000 dalla Moldavia, 71000 dall’Armenia, 68000 dall’Azerbaigian e 53000 dalla Georgia. Oltre ai Paesi dell’ex-Unione Sovietica, il secondo più grande Paese di origine dei lavoratori migranti in Russia è la Cina. Kazakistan e Bielorussia sono Paesi di accoglienza dei lavoratori migranti dell’Eurasia meridionale. Sono chiaramente formati in gran parte da commercianti dei bazar, operai edili, addetti alle pulizie e alla manutenzione e personale della ristorazione nelle metropoli, così come da lavoratori stagionali nell’agricoltura. Molti hanno al doppia cittadinanza. L’infrastruttura dei recenti Giochi Olimpici Invernali a Sochi, per esempio, in gran parte è stata costruita dai lavoratori del sud dell’Eurasia e della Moldavia. Questo tipo di migrazione alimenta un’economia delle rimesse che in Paesi come Armenia, Moldavia e Tagikistan, per esempio, contribuisce a una grande quota del PIL, pari al 21-48 per cento. Le rimesse di centinaia di migliaia di lavoratori migranti, la maggioranza dei quali uomini, sono un’ancora di salvezza finanziaria indispensabile per le loro famiglie e aree di provenienza. Socialmente e psicologicamente, l’impatto della migrazione e dell’economia delle rimesse è contraddittorio. Hanno rivitalizzato le regioni, ma anche perturbato le società locali, garantendo però l’interazione permanente dei popoli dell’Eurasia.
All’altra estremità della piramide sociale c’è qualcosa di particolare. Un certo numero di industriali e oligarchi di Uzbekistan, Azerbaigian e Georgia collegati alle alte sfere del potere in Russia, vivono a Mosca o a San Pietroburgo. Attraverso le associazioni socioculturali condiscendenti e attraverso i media, molti di loro cercano di costruirsi una base politica tra le diaspore in Russia dei rispettivi Paesi d’origine. Sul medio termine, ciò è importante in quanto molti dei personaggi in questione hanno ambigui, se non addirittura tesi, rapporti con i regimi o personaggi specifici e frazioni nei rispettivi Paesi. Personalmente, ritengo probabile che Mosca cercherà di guidare o di attivare un cambio di regime in certi Paesi eurasiatici, l’Uzbekistan per esempio, dai regimi inaffidabili o frazionati e dal grande potenziale in disordini sociali, prima che lo facciano figure filo-occidentali e reti sostenute dall’occidente. In questo senso, le personalità interessate come i loro movimenti e reti formano l’élite di riserva.

Imperialismo militare?

La base navale di Sebastopoli è stato un cruciale punto di partenza nel recente intervento della Russia o, a seconda di come la si guarda, invasione della penisola di Crimea. Ma come si può definire la cooperazione militare di Mosca con il resto dell’Eurasia? Dal 2002, il quadro istituzionale è stato il Collective Security Treaty Organization, una sorta di ‘contro-NATO’ che accanto a Russia, Bielorussia e Kazakistan, trova Armenia, Tagikistan e Kirghizistan suoi membri. La Serbia, tra gli altri, è un osservatore dell’organizzazione. Con l’eccezione della Georgia e sempre più anche dell’Azerbaigian, le rispettive forze armate nazionali dell’Eurasia sono ancora psicologicamente e tecnicamente piuttosto orientate verso la Russia dove acquistano la maggior parte della loro tecnologia militare e delle armi. Le forze armate russe hanno basi e consiglieri militari in Tagikistan, Armenia e Kirghizistan. Inoltre, co-gestiscono il complesso spaziale di Bajkonur, in Kazakistan, le stazioni radar in Bielorussia e, fino allo scorso anno, anche Gabala in Azerbaijan. E dalla metà del 1992, la Russia ha anche una forza di pace di 9200 effettivi in Transnistria, una regione secessionista dalla Moldavia, nel 1990. Oltre al territorio della vecchia Unione Sovietica, la Russia ha una base navale sul Mediterraneo, nel porto siriano di Tartus. Inquadrando le cose in prospettiva, gli Stati Uniti hanno novecento basi o altre forme di presenza militare al di fuori del loro territorio, anche in Eurasia.
Da circa un decennio, la Russia è anche diventata, come l’URSS, una fonte di varie forme di sviluppo e aiuto umanitario. [5] Ha inviato aiuti, per esempio, a livello multilaterale attraverso una serie di organizzazioni delle Nazioni Unite e ha anche donato aiuti a contesti dall’alto significato politico e simbolico, come Siria, Serbia e minoranza serba in Kosovo. La maggior parte degli aiuti all’estero della Russia, tuttavia, è destinata all’Eurasia. Nel 2007-13, circa il 57 per cento è andato a Tagikistan, Kirghizistan, Armenia e Ossezia del sud. Quest’ultimo mette in primo piano l’esistenza e il ruolo dei cosiddetti quasi-Stati, aree dell’Eurasia separatesi in un modo o nell’altro tra il 1989 e il 1993, che hanno molti, se non tutti, caratteristiche e attributi degli Stati, ma che non sono riconosciuti come tali dagli altri Paesi e dalle Nazioni Unite, o solo da una manciata di Paesi. [6] Ci sono attualmente quattro di tali entità nell’ex-Unione Sovietica: l’enclave del Nagorno-Karabakh in Azerbaigian, le già citate Transnistria e Ossezia del Sud, e l’Abkhazia, separatasi dalla Georgia nei primi anni ’90 e ufficialmente dichiaratasi indipendente dopo la guerra in Ossezia del Sud nel 2008. In qualche modo la Crimea s’inserisce anche in questa categoria. [7] I suddetti quattro quasi-Stati in gran parte si sostengono con un’economia informale, aiuti finanziari e altri, con le pensioni e le rimesse dei migranti provenienti dalla Russia. Nella maggior parte di queste entità vi è anche una forte identificazione e un parere favorevole dei russi tra l’opinione pubblica locale. Proprio come il Kosovo, in realtà un protettorato e perno importante della presenza della NATO-USA nei Balcani, costituiscono un elemento fondamentale della presenza di Mosca nella grande Eurasia. In questo senso, la Transnistria in particolare, insieme a Sebastopoli e all’enclave sul Baltico di Kaliningrad (una parte della vecchia Prussia annessa dall’Unione Sovietica dopo la Seconda Guerra Mondiale e oggi parte della Federazione Russa), è percepito come un necessario avamposto della resistenza eurasiatica sulla frontiera occidentale, contro una NATO percepita sempre più aggressiva ed espansionista. Pochi giorni dopo il referendum in Crimea, il parlamento della Transnistria, che come la penisola ha una maggioranza russa o almeno russofona, ha proposto di aderire alla Federazione Russa. [8]

Bismarck e la ‘neo-URSS’

Quindi, per concludere, Mosca ha sicuramente aspirazioni in questo enorme spazio tra il Mar Baltico e l’Alaska. Ma contrariamente al neo-impero statunitense, queste aspirazioni al dominio non sono planetarie. [9] A seguito dell’intervento militare della Russia in Crimea, tra l’altro legittimato dalla necessità di proteggere la popolazione russa della penisola, alcuni hanno supposto che il Kazakistan, con la sua grande minoranza russa pari a circa un quarto della popolazione e una maggioranza russa in numerose province confinanti con la Russia stessa, possa essere il prossimo. Ma ciò è abbastanza improbabile però. Se si guarda al modello dell’intervento militare russo negli ultimi anni, ci si accorge che ha riguardato Paesi come Ossezia del Sud e Georgia, dove i russi costituiscono appena l’1,5 per cento, e ora Ucraina e Crimea, in cui sono state imposte le cosiddette ‘rivoluzioni colorate’ che alla fine spronano verso un generale progetto socio-politico filo-occidentale e pro-NATO. Molto più di qualcosa guidato e ispirato dall’espansionismo aggressivo o dall’accesso alle risorse, la ricomposizione della grande Eurasia è percepita come un necessario movimento di resistenza contro forze e centri di potere il cui obiettivo finale è niente meno che la dissoluzione della Russia stessa, o della sua riduzione a soggetto sottomesso e ubbidiente. [10] Per evitarlo, un ‘grande spazio’ deve essere formato prendendo l’iniziativa di formare l’ordine mondiale multipolare in sostituzione dell’egemonia neo-imperiale degli USA. Non sarà per nulla una replica dell’URSS. L’Unione doganale tra Russia, Bielorussia e Kazakistan è sicuramente destinata ad essere un modello per la maggiore integrazione o reintegrazione dell’Eurasia, però molto simile al modo in cui il prussiano Zollverein del 1839 pose le basi per l’unificazione degli Stati e principati tedeschi, ottenuta da Otto von Bismarck nel 1871. E questo motivo non è certamente meno legittimo dell’Unione europea, del Consiglio di cooperazione del Golfo o della zona di libero scambio degli Stati Uniti con le Americhe. Se le élite nazionali coinvolte, in particolare del Kazakistan, alla fine saranno disposte a trasferire il potere ad un ente sovranazionale, nel prossimo futuro, resta da vedere. Eppure la percezione della minaccia del caos eterodiretto, del cambio di regime e dell’ulteriore balcanizzazione dell’Eurasia, e soprattutto gli interessi oggettivi e i vantaggi di un ordine mondiale multipolare, potrebbero sicuramente dare la spinta psicologica necessaria per farlo.


Note
[1] Аналитический Центр Юрия Левады – Yuri Levada Analytical Centre, “Л.А. Седов: Россия и мир”, 2007
[2] Аналитический Центр Юрия Левады – Yuri Levada Analytical Centre, “Россия-2063”, 2013
[3] Аналитический Центр Юрия Левады – Yuri Levada Analytical Centre, “Россияне о распаде СССР”
[4] Аналитический Центр Юрия Левады – Yuri Levada Analytical Centre, “Россияне об отношении к другим странам”
[5] Per ulteriori informazioni sulla Russia e gli aiuti, vedasi lo studio di Oxfam International, disponibile in russo e inglese
[6] Per un esame più approfondito dei quasi-Stati nell’ex-Unione Sovietica e altrove, vedasi l’eccellente numero speciale di Diplomatie: affaires stratégiques et relations internationales di Francois Grunewald e Anne Rieu, ‘Entre guerre et paix: les quasi- Etats‘, Diplomatie: affaires stratégiques et relations internationales, № 30, 2008.
[7] I primi a riconoscere il referendum sull’indipendenza della Crimea dopo la Russia furono Nagorno-Karabakh, Ossezia del Sud e Abkhazia. Kazakistan, Armenia e Repubblica Bolivariana del Venezuela seguirono.
[8] Joris Wagemakers accerta l’esistenza di una vera e propria resistenza identitaria tra le autorità e gran parte della popolazione della Transnistria. Per chi fosse interessato, si consulti Joris Wagemakers, ‘L’identità nazionale in Transnistria: prospettiva globale-storica sulla formazione e l’evoluzione di un’identità di resistenza”. Journal of Eurasian Affair, 1(2), 2014, pp 50-55.
[9] Uso il termine neo-impero perché a differenza degli imperi romano, franco, napoleonico e britannico, per citare alcuni esempi, non si considera né si autodefinisce tale ed attivamente mantiene l’illusione dell’uguaglianza tra se stesso e i suoi sudditi.
[10] Il fatto che ben prima della crisi dell’Ucraina e della Crimea, Vladimir Putin e la Russia in generale venissero demonizzati per mesi con isteriche campagne mediatiche internazionali supportate da certe corporazioni transnazionali, celebrità e parlamentari stranieri su un non -problema come l’arresto di un gruppo rock nichilista, e la cosiddetta persecuzione degli omosessuali, ha certamente rafforzato tale percezione.

Fonte:http://aurorasito.wordpress.com/2014/04/28/la-crimea-e-lidea-eurasiatista-come-geopolitica-della-resistenza/

INDIPENDENZA VENETA CAMBIARE LA STRUTTURA

FEDERAZIONE RUSSA: RIUNIONE TRA I MEMBRI DI GOVERNO


Vladimir Putin ha presieduto una riunione con i membri del governo per discutere l'attuazione del programma di lavoro del Ministero della Cultura, nonchè della situazione degli appalti comunali e delle prospettive di sviluppo del mercato per l'energia dei riscaldamenti.
La riunione ha seguito una serie di consultazioni che il Presidente sta tenendo con i funzionari governativi e i ministeri che si stanno occupando della realizzazione degli obiettivi fissati nel discorso annuale del 2013 all'Assemblea federale e degli ordini esecutivi presidenziali del Maggio del 2012.


Fonte:http://vladimirputinitalianfanclub.blogspot.it/2014/04/riunione-con-i-membri-del-governo.html

LA MANIFESTAZIONE PRO-RUSSIA A ROMA

LA CINA CONDANNA LE SANZIONI CONTRO LA FEDERAZIONE RUSSA


La Cina si oppone fermamente alle sanzioni unilaterali contro la Russia, ha riferito oggi l'ambasciatore di Pechino a Mosca, parlando ai giornalisti, aggiungendo che le sanzioni USA e UE non risolvono la crisi in Ucraina.
"Siamo contro l'imposizione di sanzioni unilaterali nei confronti della Russia. Non sono una via d'uscita ", ha detto l'ambasciatore cinese Li Hui.
Le osservazioni hanno fatto sèguito all'annuncio di Washington di Lunedì, circa l'aggiunta di sette funzionari russi di alto rango e 17 aziende russe alla lista nera delle persone sanzionate.
Martedì scorso, l'Unione europea, da buona servitrice degli USA, ha deciso di rientrare in linea con Washington e ha aggiunto altri 15 individui russi e ucraini alla sua lista delle sanzioni. Tra quelli mirati vi sono il capo del personale militare della Russia, il Generale Valery Gerasimov, e il capo dell'intelligence Igor Sergun, così come sei attivisti pro-federalizzazione delle regioni del sud-est dell'Ucraina.
I commenti di Li, riecheggiano ad una dichiarazione del ministro degli Esteri cinese Qin Gang all'inizio di questa settimana in cui diceva che "l'imposizione di sanzioni non è utile in termini di soluzione del problema. Serve solo ad inasprire le tensioni ".
Il ministro cinese ha invitato tutte le parti a continuare il dialogo e promuovere una soluzione politica. "Imporre sanzioni va contro gli interessi di tutte le parti", ha detto.
Allo stesso tempo, Li-Hui ha lodato la continua crescita della cooperazione bilaterale russo-cinese, aggiungendo che negli ultimi anni c'è stato un marcato aumento del fatturato commerciale.
Pechino sta cementando i legami d'affari con Mosca , nel bel mezzo dei rapporti tesi tra la Russia e l'UE.
Il presidente Vladimir Putin è atteso in visita in Cina a Maggio, per firmare una serie di accordi bilaterali, tra cui potenziali forniture di gas russo alla Cina.

Fonte:http://vladimirputinitalianfanclub.blogspot.it/2014/04/la-cina-condanna-le-sanzioni.html

PUTIN: L'UNIONE EURASIATICA SEMPRE PIÙ FORTE E CONSOLIDATA


Oggi a Minsk si è svolto un incontro dei vertici del Consiglio Supremo dell' Unione Eurasiatica. Vi hanno partecipato il Presidente della Russia Vladimir Putin, il Presidente della Bielorussia Alexander Lukashenko e il Presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbayev.
A seguito dell'incontro, Putin ha dichiarato che la conclusione del trattato sull' Unione Economica Eurasiatica è un grande passo verso una maggiore cooperazione fra la Russia, il Kazakistan e la Bielorussia.
Putin sostiene che "Il mercato di 170 milioni di persone può acquistare un' attrattiva supplementare e diventare più ricco di contenuti" , ed ha aggiunto: "Questo ci permetterà di migliorare la competitività delle nostre economie, di attrarre investitori nazionali ed esteri".
Secondo Putin, le relazioni fra i tre Stati si consolideranno ulteriormente e si troveranno nuovi accordi e compromessi anche sugli altri aspetti non ancora concordati.

Fonte:http://vladimirputinitalianfanclub.blogspot.it/2014/04/putin-sicuro-lunione-eurasiatica-sempre.html

MANIFESTANTE RUSSOFONO: DIFENDEREMO LA NOSTRA GENTE FINO ALLA FINE



Fonte:http://vladimirputinitalianfanclub.blogspot.it/2014/04/miliziano-filo-russo-difenderemo-la.html

DIMOSTRAZIONE DEL VELIVOLO MULTIRUOLO AVANZATO RUSSO

CONVERSAZIONE TELEFONICA TRA PUTIN E RENZI

Il Cremlino ha comunicato che oggi Il Presidente Vladimir Putin ha avuto una conversazione telefonica con il Primo Ministro italiano Matteo Renzi, circa la situazione in Ucraina e la necessità per tutte le parti interessate a rispettare gli accordi di Ginevra concordati questo mese.

"Entrambi i leader si sono scambiati opinioni sulla situazione in Ucraina e hanno sottolineato, in particolare, la necessità che tutte le parti rispettino gli impegni di Ginevra del 17 Aprile", ha reso noto il servizio stampa del Cremlino.
Putin e Renzi hanno anche discusso le attuali questioni sulla cooperazione russo-italiana in vari ambiti, compreso il settore energetico.

Il 17 Aprile a Ginevra, i migliori diplomatici di Russia, Stati Uniti, Europa ed Ucraina, hanno concordato una serie di misure finalizzate alla de-escalation delle tensioni nel paese in crisi, compreso il disarmo dei gruppi militanti irregolari e un dialogo sulle riforme costituzionali.
La scorsa settimana, il presidente ad-interim dell'Ucraina Oleksander Turchinov, ha ordinato alle forze di sicurezza di riprendere un'operazione speciale nel paese del sud-est per reprimere le proteste pro-federalizzazione dei militanti filorussi.
Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha detto che, nonostante l'accordo di Ginevra che chiede la fine della violenza e il rifiuto totale di estremismi, vi sono movimenti di estremisti che continuano a mettere in scena provocazioni contro il popolo filo-russo del sud-est ucraino.

Fonte:http://vladimirputinitalianfanclub.blogspot.it/

martedì 29 aprile 2014

SCADE OGGI L'ULTIMATUM DEI FILORUSSI IN UCRAINA


Il testo rilasciato lo scorso sabato dal servizio stampa della repubblica popolare di #Lugansk così recita: ”Se entro le ore 14 di martedì 29 Aprile non verranno soddisfatte tutte le nostre richieste, riconosciute come legittime dalla convenzione di Ginevra , ci vedremo costretti ad intraprendere azioni militari offensive” e ancora “le nostre richieste sono semplici e normali: l’amnistia per tutti i prigionieri politici, il referendum, la cancellazione dell’aumento delle tariffe e dei prezzi, il riconoscimento della lingua russa. Queste esigenze di base possono essere accolte da qualsiasi governo di un Paese che si dica civile e hanno ricevuto accoglimento in tutto il mondo. Così, il 17 aprile a Ginevra, #Russia, #Usa e #Ue, sedute al tavolo dei negoziati con il governo ucraino, hanno firmato l’accordo di Ginevra, costringendo l’esecutivo di Kiev a promulgare un’amnistia per i partecipanti alle proteste e ad ascoltare la voce dei manifestanti del sud est”.
Continua il testo dell’ultimatum: “”intimidazioni, detenzioni, umiliazioni, licenziamenti, disprezzo e razzismo: queste sono state le risposte dell’esecutivo di #Kiev alle richieste pacifiche della popolazione”. Per questo, il testo sottolinea di come la presa del palazzo del servizio di sicurezza, da parte dei manifestanti di Lugansk, abbia avuto lo scopo di mostrare alle autorità centrali che; che “la gente della regione di Lugansk non intende più sopportare tale trattamento inumano”.
I rappresentanti della repubblica popolare di Lugansk accusano il governo di Kiev di aver considerato la loro protesta come illegittima e di contro, di aver legittimato la protesta di Maidan. Inoltre, accusano le autorità centrali di aver inviato i neonazisti di Settore destro nella città di Dnetropetrovsk nel Donbass e di aver armato la cosiddetta Guardia nazionale, per gran parte composta da quei manifestanti di Maidan responsabili di aver aggredito ed ucciso i soldati antisommossa del Berkut.
“Contro tutti i documenti internazionali, in contrasto con la costituzione dell’Ucraina, il governo ha inviato l’esercito regolare per reprimere le manifestazioni nel Donbass” denuncia, in ultimo, il testo.

Fonte:http://www.informarexresistere.fr/2014/04/28/la-repubblica-popolare-di-lugansk-lancia-un-ultimatum-al-governo-di-kiev/

LO TSUNAMI NO EURO AL 31%

L'analisi, basata su vari sondaggi e proiezioni raccolti da Vote Watch Europe, prevede, infatti, una netta avanzata del fronte antieuropeista rispetto al 25% raccolto dalle varie formazioni nel 2009. In termini di seggi, i partiti della protesta otterrebbero nel nuovo Europarlamento 218 seggi su 751, con un aumento di 54 seggi.

Il boom degli euroscettici rischia di radicalizzare il nuovo parlamento con un rafforzamento degli "integralismi" pro e anti Ue e una marginalizzazione delle forze riformiste. Secondo le proiezioni del think tank, il numero di europarlamentari apertamente favorevoli alle politiche di libero mercato scenderebbe così dal 31,6% al 27,4%. A guidare questo exploit ci sono, sicuramente, Marine Le Pen e Nigel Farage La settimana scorsa, il Front national francese e lo UK Independence Party si sono "beccati".
Dietro le querelle c’è l'imminente battaglia per la costituzione di un gruppo in seno al parlamento che uscirà dalle urne. La presidente del Front National progetta di far parte di "un solo vero gruppo euroscettico" cui dovrebbe unirsi la Lega Nord di Matteo Salvini.
Nonostante il buon risultato che le formazioni anti Ue si apprestano a raccogliere nelle urne, secondo Open Europe il nuovo Europarlamento continuerà ad essere dominato dai partiti favorevoli allo status quo, anche se il loro peso è destinato a scendere. In termini di gruppi parlamentari, prevede il think tank, il gruppo Europa della Libertà e della Democrazia (Efd), al quale aderiscono la Lega Nord e lo UK Independence Party, è destinato a scomparire, sostituito da un nuovo gruppo parlamentare che raccoglierà gran parte delle formazioni apertamente anti Ue. Anche in Italia, come nel resto del Vecchio Continente, le forze euroscettiche sembrano conquistare il favore dei sondaggisti. Secondo la rilevazione di Swg il Pd di Matteo Renzi arretra rispetto a sette giorni fa e passa dal 35,8 a 35,4%. Perdono terreno anche i Cinque Stelle di Beppe Grillo che ora si attestano al di sotto del 22%. Salgono, invece, le forze più marcatamente anti euro come Fratelli d'Italia, che passa dal 3,1 al 3,5%, e la Lega Nord che raggiunge il 5,6% superando così l'alleanza tra Ncd e Udc (stabile al 4,9%).
Secondo un'analisi dell'Istituto Demopolis negli ultimi due mesi si è consumata una netta riduzione dei consensi per il principale partito del centrodestra: Forza Italia, che a fine febbraio si posizionava sopra il 23%, otterrebbe oggi il 18%. Percentuale che viene confermata pure dai rilievi di Swg. Tuttavia, secondo Demopolis, nell'ultima settimana il partito di Silvio Berlusconi ha registrato un lieve recupero. E adesso punta a convincere i molti elettori indecisi, fortemente tentati dall'astensione. Per i due terzi degli intervistati, il calo dei consensi va ricercato soprattutto nella non candidabilità di Berlusconi dopo la sentenza Mediaser. Ma anche, per il 53%, nell'incertezza della linea politica del partito rispetto al governo Renzi. Il 34% evidenzia anche l'incidenza della minore presenza in tv di Berlusconi, non in grado di bilanciare il recente protagonismo mediatico del nuovo premier. "Se è quasi naturale la fiducia espressa in Berlusconi dall'86% di chi vota il suo partito, sorprende invece - afferma il direttore di Demopolis Pietro Vento - il grado di apprezzamento personale nei confronti del leader dello schieramento politico opposto: il 51% degli elettori di Forza Italia esprime oggi un giudizio positivo su Matteo Renzi". Alle Europee, comunque, per Forza Italia il vero problema è l'astensione. Secondo l'analisi sui flussi elettorali effettuata dall'Istituto Demopolis per Otto e Mezzo, dei quasi 14 milioni di elettori che alle politiche del 2008 scelsero il Pdl, circa 4 milioni pensano oggi di restare a casa.

Fonte:http://www.ilgiornale.it/news/esteri/tsunami-anti-euro-31-cos-cambia-parlamento-ue-1014746.html?mobile_detect=false

LA FRAMMENTAZIONE DELL'UCRAINA


La grande maggioranza degli analisti insiste oggi nel sottolineare il rischio che l’Ucraina, oggetto del confronto fra occidente e Russia, finisca per frammentarsi in due tronconi: la parte sud orientale entrerebbe in questo scenario nell’orbita russa lasciando libera quella nord occidentale di stringere legami più solidi con l’Unione Europea. La mappa solitamente proposta è il riparto delle preferenze attribuite dagli oblast alle elezioni presidenziali del 2010 (e, in verità, a tutte le elezioni successive all’indipendenza):

Figura 1 Risultati delle Elezioni Presidenziali 2010: in rosso la maggioranza del Janukovich, in giallo per Timoshenko

La nettezza di questa separazione colpì anche Samuel Huntington, che sin dal 1997 avanzò l’ipotesi della futura divisione del paese, ipotesi oggi più che mai attuale.
Qui intendiamo avanzare una ipotesi diversa, ovvero che lo stato ucraino contenga non due, ma tre identità latenti: due maggiori moscovita e kievana ed una galiziana. Queste entità, di misura non uguale (la relativa importanza potrebbe essere espressa con la formula due quinti – due quinti – un quinto) potrebbero divaricarsi su di un orizzonte temporale medio lungo in caso di aggravamento della crisi in corso. Vogliamo illustrare le caratteristiche di queste tre ucraine con una ricognizione sommaria delle loro vicende storiche recenti.
La regione centrale: l’emergere dell’entità Cosacca (1650 – 1750) Le entità politiche succedute alla Rus di Kiev nel territorio dell’odierna Ucraina si trovarono sulla direttrice principale dell’invasione mongola (metà del tredicesimo secolo) che disarticolò in profondità le strutture politico-sociali della regione. Furono quindi realtà secondarie e periferiche al tempo della Grande Rus’, come la Moscovia e la Lituania, ad avvantaggiarsi del primo riflusso della potenza mongolo tartara, nel quattordicesimo secolo. E’ a causa dell’impatto devastante dell’invasione mongola che la regione ucraina cessò di essere un baricentro e divenne ciò che è ancora oggi, ovvero una frontiera. All’inizio del ‘500 il controllo della regione sembrava ancora una partita a due fra la Lituania (nel frattempo unitasi alla Polonia) e l’impero Ottomano (patrono dei Tartari di Crimea), ma verso la fine del secolo entrambe queste potenze mostrarono che la loro spinta espansiva era prossima all’esaurimento. Nel 1569 i Turchi abbandonarono il progetto di scavare il canale Don Volga per proiettare la loro potenza nel bacino del Volga e soccorrere i correligionari della regione, i cui Khanati erano stati abbattuti nel decennio precedente dal moscovita Ivan IV. Nel 1612 la nuova dinastia dei Romanov si installò al Cremlino, e la Polonia dovette rinunciare all’aspirazione di fare della Russia nascente un suo satellite. Pur rimanendo due forze formidabili, Turchia e Polonia allentarono la presa quel tanto da consentire la creazione di una entità politica autonoma nel basso bacino del Dnepr, quella dei Cosacchi Zaporoghi. Stabilire un collegamento diretto fra l’organizzazione cosacca e l’idea nazionale ucraina (di due secoli più recente) è operazione molto disinvolta sotto il profilo storiografico: ci limiteremo ad affermare il movimento cosacco crebbe sulle ceneri della antica Russia di Kiev, ove viveva la popolazione rurale “rutena” discendente dalla Rus’, in aree sino ad allora occupate da Polacchi e Tartari. L’entità cosacca con la dieta di Perejeslav del 1654 cercò la protezione della crescente potenza moscovita, ma questo rapporto di patronato si rivelò via via sempre più gravoso, fino a trasformarsi in una piena servitù nella seconda metà del settecento. E’ in ogni caso in questo secolo (1650 – 1750) che si consolidarono, sulla riva sinistra del Dnepr (la riva destra rimase ancora a lungo sotto il controllo polacco) alcuni tratti di quello che sarebbe diventato il carattere della cosiddetta Piccola Russia, quella regione centrale dell’Ucraina ove sorge Kiev su cui si fonda oggi una parte essenziale della identità nazionale:

Figura 2 Nella cartina a sinistra evidenziate in giallo le aree dove prevale il dialetto, del medio Dnepr. Nella cartina centrale evidenziate le aree in cui il partito Batkivshina ha ottenuto più del 30% alle parlamentari del 2012. Nella cartina a destra le aree di maggiore osservanza del Patriarcato di Kiev.

Nei secoli successivi quest’area fu esposta molto intensamente alla influenza russa, nel cui sistema imperiale risultò integrata, con brevi intervalli, fino al 1991. In seguito alle spartizioni della Polonia questo processo interessò anche alcune regioni poste ad ovest del Dnepr, ma non si estese mai alla Galizia (gli oblast occidentali dell’odierna Ucraina) che venne assorbita dall’Austria. Quindi le prime manifestazioni di sentimento nazionale, di fioritura culturale, di elaborazione linguistica, avvennero nell’ ambito dell’universo prima zarista e poi sovietico (che in diverse occasioni, ed entro certi limiti, provvide a promuoverle e consentì loro di esprimersi).
Le regioni meridionali: la fine del dominio Tartaro e la costruzione della Nuova Russia (1750 – 1850). Nel corso del diciottesimo secolo la presenza russa nella regione si fece sempre più invadente. Se nel 1697 i cosacchi erano stati essenziali nel sostenere l’attacco di Pietro il Grande contro la fortezza turca di Azov, già nel 1712, insofferenti dell’ingerenza russa, appoggiavano la sfortunata invasione di Carlo XII di Svezia, e, sconfitti gli svedesi, si alleavano al declinante khanato di Crimea. Questo tentativo di affrancarsi dalla tutela di Mosca era però destinato all’insuccesso, e già nel 1734 i Zaporoghi erano a tutti gli effetti ridotti al ruolo di unità ausiliarie dell’esercito russo. In questa veste svolsero un ruolo prezioso nella cruenta liquidazione del sistema di fortezze ottomane poste alle foci dei grandi fiumi (Dnepr, Danubio, Bug). Tuttavia quando nel 1774 la Sublime Porta dovette cedere i propri possedimenti a nord del Mar Nero (trattato di Kuchuk Kaynarca) Caterina la Grande decise di trasformare la regione costiera da un zona arretrata ed in preda all’anarchia in un territorio imperiale fondamentale sotto il profilo politico, economico e militare. In questa nuova situazione i cosacchi divenivano un fattore di disturbo, e non è un caso che della eliminazione del sich cosacco si occupò proprio il Principe Potemkin, l’architetto della Nuova Russia (1775). A sud dell’Ucraina continentale dei contadini ruteni e dei cosacchi Zaporoghi, già entrata nell’orbita Russa (ed estesa anche a vaste regioni sulla riva destra del Dnepr in seguito alle spartizioni dei territori polacchi compiute nel 1772, 1793 e 1795 da Russia, Austria e Prussia) prese quindi forma una nuova regione, dall’aspetto molto diverso, una sorta da far west russo di nuova colonizzazione, la Nuova Russia. Il Principe Potemkin coordinò i poderosi sforzi per la colonizzazione delle terre, che furono assegnate a militari russi come premio di congedo, ma anche ad immigrati greci, ebrei, armeni ed europei desiderosi di contribuire allo sviluppo della regione. Nella seconda metà del settecento furono fondate le città di Dnipropetrovsk, Kherson, Mariupol, Sebastopoli, Sinferopoli, Nikolaev e infine Odessa. Quest’ultima, fondata nel 1794, ricevette uno slancio particolare dal suo primo governatore, il duca di Richelieu, un nobile francese transfuga a causa delle rivoluzione, e nell’ottocento divenne la quarta città dell’impero russo dopo Mosca, Pietroburgo e Varsavia. Anche il resto della Nuova Russia sviluppò un profilo diverso da quello dell’entroterra: quello rurale, contadino e ucraino, questo urbano, industriale (manifatture tessili, industria estrattiva) e culturalmente russofono e cosmopolita. L’impetuosa espansione economica della fine dell’ottocento attirò a Kharkov e Odessa una ulteriore, forte immigrazione russa. Alcuni di questi tratti sono visibili ancora oggi: in Ucraina ci sono dieci città con oltre 500.000 abitanti e di queste almeno sette (cui potrebbe essere aggiunta Dnepropetrovsk, che si trova in una regione mista) si trovano nella zona della Nuova Russia, nonostante in queste regioni viva meno della metà della popolazione ucraina. Stesso discorso per i redditi che nel sud est sono mediamente superiori a quelli del resto del paese.

Dal nostro esame emerge quindi un preciso profilo sociale, economico, culturale, religioso e politico di questa zone, evidenziato anche dalle seguenti mappe:


Figura 3 In verde, le regioni Ucraine con reddito medio superiore a 1500 dollari, in rosa quelle con reddito inferiore. Indicate le città maggiori di 500.000 abitanti.

Figura 4 Nella cartina a sinistra evidenziate in rosso le aree dove prevalgono i dialetti “delle steppe” “slobozhan” il Russo e la parlata “surshyk”. Nella cartina centrale evidenziate le aree in cui il partito delle Regioni ha ottenuto più del 40% (rosso) o del 35% (arancio) alle parlamentari del 2012. Nella cartina a destra le aree di maggiore osservanza del Patriarcato di Mosca.

E’ un profilo che ci permette di identificare una seconda componente della società ucraina.
La regione occidentale: l’età del nazionalismo (dopo il 1850). Dopo la metà dell’ottocento gli imperi multinazionali dell’est entrarono in crisi, crisi che fu sottolineata dalle guerre di indipendenza italiana e tedesca (1860, 1867) e dalla guerra di Crimea (1856). Diverse regioni degli imperi orientali svilupparono identità nazionali interne, e, per quanto riguarda quella che ci interessa, polacchi ed ucraini entrarono in fibrillazione. Entrambi i popoli erano divisi fra impero russo ed austriaco, ed in particolare i polacchi erano massicciamente presenti nel territorio del Regno del Congresso (con capitale Varsavia, in unione personale con l’Impero Russo) e nella Galizia austriaca (con capoluogo Leopoli), mescolati, in quest’ultima regione, con una maggioranza rurale ucraina. Questa componente ucraina occidentale cattolica, integrata per secoli nel Regno di Polonia, poi unita all’Impero Austriaco, subì un processo di occidentalizzazione estremamente accentuato, mentre le popolazioni ucraine orientali e ortodosse, parte del sistema zarista sin dal seicento, sviluppavano caratteri di diversa natura.
Fu nella Galizia austriaca che si formarono le prime entità nazionaliste ucraine (società come Prosvita e Shevchenko) mentre Leopoli diventava un centro di attrazione per personalità della parte russa interessate allo sviluppo della coscienza nazionale, come Dragomanov. Nella seconda metà dell’ottocento le idee nazionali si diffusero anche nell’ucraina russa (spesso mescolate a tendenze socialiste) e tuttavia esse non raggiunsero un grado di maturazione paragonabile a quelle della Galizia austriaca, giungendo a prefigurare, al massimo, una forma di autonomia dal governo di Mosca. Invece nella Galizia orientale e nella Volinia il movimento di emancipazione divenne impetuoso, e sfociò, dopo la dissoluzione dell’impero austriaco e di quello russo, in una vera guerra con la parte polacca. I censimenti rivelavano, nella Galizia Orientale, una situazione esplosiva: maggioranza ucraina (nella misura del 60%) temperata da una maggioranza polacca nella capitale Leopoli.
Il 1918 vide il formarsi di tre entità ucraine: a Leopoli venne proclamata La Repubblica Popolare di Ucraina Occidentale a Kiev la Repubblica Popolare Ucraina, a Kharkov la Repubblica Socialista Ucraina. Mentre i due tronconi orientali vennero coinvolti nelle vicissitudini della guerra civile russa, quello occidentale si scontrò con le aspirazioni polacche: la nascente polonia e la nascente ucraina occidentale si confrontarono in una guerra (1918 – 1919) risoltasi a favore dei polacchi. La regione venne quindi assorbita nella Polonia, mentre il governo dell’Ucraina occidentale riparò esule a Londra. Il tutto con il consenso della Repubblica Popolare di Kiev, che ratificò la situazione creatasi con il Trattato di Varsavia (1920) al fine di ottenere il sostegno polacco contro l’Armata Rossa incalzante.
Ridotti alla soggezione polacca in seguito alla Pace di Riga, conclusa nel 1921 fra Polonia ed Unione Sovietica, gli ucraini di Galizia furono oggetto, negli anni ’30, di una politica di crescente persecuzione ed assimilazione da parte delle autorità di Varsavia, politica che suscitò odio e risentimento esplosi durante l’occupazione nazista (1941 – 1944). In questo oscuro periodo l’Esercito Insurrezionale Ucraino, con la complicità dei tedeschi, condusse una politica di deportazione forzata e di stermini di massa della popolazione polacca insediata in Galizia. In questo modo la presenza polacca nell’odierna ucraina venne violentemente annientata sino al fiume San. Peraltro, dopo la guerra, una parte di questa zona venne attribuita alla Polonia, che nel 1947 compì un’operazione militare di senso inverso, deportando la popolazione ucraina dei territori polacchi (vedi la zona evidenziata in verde nella cartina) e distribuendola nelle regioni occidentali già appartenute alla Germania (operazione Vistola): Slesia, Posnania, Prussia.


Figura 5 il confronto Ucraino – Polacco nel ‘900. In rosa e verde i territori che la Repubblica Popolare Ucraina riconobbe parte della Polonia nel 1920, successivamente oggetto (nel 1942 – 43) del massacro dei polacchi di Galizia e di Volinia. In verde i territori oggetto di pulizia etnica da parte del polacchi nel dopoguerra (operazione Vistola, 1947).

Nello stesso periodo la storia dell’Ucraina centrale prendeva una piega assai diversa. In queste regioni la resistenza all’ occupazione nazista assunse una portata paragonabile a quella delle altre aree dell’Unione Sovietica e la vittoria dell’armata rossa venne salutata con generale sollievo a suggello di una proficua convivenza nel dopoguerra. Invece, in Galizia e Volinia l’Esercito Insurrezionale Ucraino animò una resistenza armata alla occupazione sovietica estremamente virulenta, protrattasi per cinque anni dopo la fine della guerra, che venne repressa nel sangue, lasciando un risentimento indelebile negli animi degli ucraini occidentali.
Questa regione rappresenta quindi a tutti gli effetti una terza, più piccola, entità, all’interno della nazione ucraina odierna. Una identità occidentale, profondamente nazionalista, russofoba, cattolica, rurale. Una identità paradossalmente formatasi nel confronto cruento con il nazionalismo polacco ma che oggi, come risultato delle pulizie etniche del secolo scorso, si presenta come omogenea e senza serie dispute territoriali con la vicina Polonia, che anzi viene oggi considerata un modello ed un prezioso alleato.


Figura 6: Figura 5 Nella cartina a sinistra evidenziate in blu le aree dove prevale il nord orientale. Nella cartina centrale evidenziate le aree in cui il partito Svoboda ha ottenuto più del 30% (blu) o del 15% (azzurro) alle parlamentari del 2012. Nella cartina a destra le aree di maggiore osservanza della Chiesa Uniate d’Ucraina (cattolici).

La presenza di questa entità dai tratti inconfondibili è stata, dall’indipendenza del Paese, dissimulata a causa della scelta dei dirigenti dell’Ucraina centrale, di “polarizzare” l’identità della Nuova Ucraina facendo leva sulle regioni occidentali, quelle con la connotazione più definita. Si è così diffusa una visione dualista della identità del paese che rende giustizia solo parzialmente, a nostro avviso, alla realtà dei fatti.
In conclusione. Per quanto corrotto ed accusato largamente di malgoverno, il Presidente Janukovich è stato uno dei pochi politici Ucraini a cercare un compromesso fra le regioni centrali e quelle meridionali, ovvero le aree più popolose del Paese. L’esperienza della “rivoluzione arancione” ha infatti dimostrato che un sodalizio fra regioni occidentali (circa 8 milioni di abitanti) e di quelle centrali (circa 16 milioni) mirante ad escludere quelle meridionali (circa 16 milioni), un sindacato di maggioranza di tre quinti contro due quinti, non ha un peso specifico sufficiente a garantire stabilità al paese. Invece una sintesi politica culturale ed economica fra centro e sud, le cui popolazioni sono molto eterogenee e mischiate fra loro sotto il profilo linguistico avrebbe potuto preservare l’unità del paese (oltre tutto l’uso della parlata surshiyk, un misto di russo e ucraino nelle campagne centrali ed occidentali crea un sostrato linguistico ed identitario comune fra russi del sud ed ucraini).
Il fallimento di questa politica lascia sul tavolo grandi incertezze per il futuro. La nostra ipotesi è che, qualsiasi sbocco (violento o pacifico) dovesse prendere la crisi, una “esplosione” del paese produrrebbe una frattura anche ad ovest, oltre che a sud.
Se il processo di regionalizzazione fosse consentito da un riforma federale, è facile prevedere che le regioni meridionali si integrerebbero velocemente nella realtà eurasiatica, lasciando l’ucraina centrale e Kiev nella scomoda situazione di essere un lembo di territorio circondato da tre parti (nord, est, sud) dall’influenza Russa. Mantenere la barra verso la Nato e l’Unione Europea in una situazione simile sarebbe molto problematico anche per un governo ultra nazionalista. E’ possibile che, in questo scenario, si verifichi una divisione sul modello della Cecoslovacchia. La Galizia potrebbe avvicinarsi all’Europa che, rassicurata dalla taglia modesta della regione, non avrebbe problemi ad accelerare il processo di integrazione. Kiev, da parte sua, potrebbe assumere una posizione antirussa nei toni ma neutrale nei fatti, raggiungendo un discreto livello di integrazione economica con l’oriente.
Lo scenario militare non è molto diverso. Il distacco anche dei tre oblast orientali (Lugansk, Donetsk e Kharkov) potrebbe innescare una crisi nella parte rimanente del paese fra le regioni orientali, fautrici di una guerra ad oltranza ed un governo di Kiev più incline al compromesso con la Russia. Anche in questo caso la Galizia, vista delusa la propria aspirazione ad una più incisiva politica nazionale, potrebbe decidere di prendere le distanze da una Kiev troppo ortodossa, troppo compromessa con Mosca dal punto di vista economico e, in ultima analisi, troppo russa.

Fonte:http://www.geopoliticalcenter.com/2014/04/quanti-pezzi-per-il-puzzle-ucraino-la-voce-dei-lettori/

IL GIAPPONE DICHIARA UN SECCO NO ALLO LIBERO SCAMBIO CON GLI STATI UNITI


Obama torna a mani vuote dalla visita ufficiale a Tokyo. Il Giappone ha rifiutato l’accordo di libero scambio proposto dal presidente degli Stati Uniti in visita ufficiale nella capitale nipponica. Un vero e proprio schiaffo al tentativo del governo Usa di saldare le relazioni commerciali con il Sol Levante e di avviare la Trans-Pacific Partnership (Tpp), un patto tra numerosi paesi asiatici e americani giudicati da sempre sotto l’influenza di Washington: Australia, Brunei, Cile, Canada, Giappone, Malesia, Nuova Zelanda, Perù e Singapore.
L’incontro con il premier Shinzo Abe e l’imperatore Akihito non ha impresso la svolta auspicata da Obama sul libero scambio di riso, pollami, maiale e automobili che rimangono al momento merci decisamente trascurate dall’import-export tra i due Paesi.
Impietoso il giudizio del New York Times, che in prima pagina ha bollato come “fallimentare” la missione del presidente Usa dal punto di vista commerciale e “debole” l’appoggio offerto a Tokyo sullo scontro con Pechino riguardo le isole Senkaku: “Obama si è ben guardato dallo schierarsi con il Giappone sulla disputa che riguarda la sovranità delle isole e ha prudentemente calibrato la sua dichiarazione per evitare di inimicarsi la Cina”, ha scritto il prestigioso quotidiano statunitense.
Come riportato inoltre dal Wall Street Journal il ministro dell’economia giapponese Akira Amari è stato chiarissimo sul mancato accordo con Washington: “Giappone e Stati Uniti non sono stati capaci di raggiungere un accordo su nessuno dei maggiori punti in discussione, compresi l’accesso al mercato automobilistico e a quello dei prodotti agricoli”.
L’incontro tra il ministro Amari e il rappresentante americano per il commercio, Michael Froman, è stato così annullato e in un comunicato congiunto i due paesi hanno specificato che: “c’è ancora molto lavoro da fare per avviare il Tpp”.

Fonte:www.ilprimatonazionale.it

sabato 26 aprile 2014

VLADIMIR PUTIN: IL REGIME DI KIEV STA DEGENERANDO

Se le autorità di Kiev non cessano le rappresaglie contro il proprio popolo nell’Est del paese, la Russia sarà costretta a convocare d’urgenza il Consiglio di sicurezza dell’ONU. Lo ha dichiarato il rappresentante della Russia all’ONU Vitaly Churkin, intervistato dalla televisione russa.

Churkin ha anche avvertito che il ruolo che gli USA stanno svolgendo nella crisi ucraina potrebbe portare all’ulteriore deterioramento dei rapporti con Mosca.
Per il momento i diplomatici della Russia dicono che non tutto è stato ancora perso e che è possibile ritornare agli accordi di Ginevra del 17 aprile. Washington deve soltanto smettere di aizzare i suoi pupilli di Kiev e obbligarli a rispettare tutte le clausole degli accordi. Le più importanti sono quelle che prevedono la cessazione della violenza e l’amnistia di tutti i detenuti politici.
Il ministro degli Esteri della Russia, Sergej Lavrov, ha dichiarato che i primi a mettersi sulla strada del regolamento devono essere le autorità di Kiev e i loro protettori americani, con la condiscindenza e il sostegno dei quali in Ucraina sono stati e continuano ad essere perpetrati numerosi soprusi. Lavrov non ha più dubbi su chi ha diretto lo “show” sin dall’inizio.

http://www.mid.ru/brp_4.nsf/0/5C46B51E351860EC44257CC400448CC7

L’operazione controterroristica è stata iniziata subito dopo la visita segreta a Kiev, il 13 aprile, del direttore della CIA John Brennan. La pausa, proclamata da Kiev in occasione delle festività pasquali, è stata interrotta subito dopo la visita del vice presidente degli USA Joe Biden del 22 aprile, che ha svolto il suo incontro con i dirigenti ucraini come “un capo di stato che convoca una riunione interna”: lui a capo tavolo e i rappresentanti ucraini ai fianchi.

Il presidente Putin ha dichiarato che la rappresaglia voluta dalle autorità di Kiev, per la quale vengono usati l’esercito, carri armati e aerei, ha dimostrato definitivamente che al potere a Kiev è venuta una “cricca”. Persino il presidente Yanukovich, legittimamente eletto, non usava l’esercito contro i manifesanti del maidan.

http://news.kremlin.ru/video/1764

Se queste persone sono passate alla cosiddetta fase acuta – ma in realtà non è una fase acuta, è semplicemente un’operazione punitiva – ciò, senza dubbio, avrà delle conseguenze per le persone che prendono tali decisioni. Ciò riguarda anche i nostri rapporti interstatali. Come evolverà la situazione? Lo vedremo. E faremo le nostre conclusioni sulla base dei fatti reali che vedremo nel paese.
Scrivendo delle operazioni di Kiev contro le città insorte del Sud-Est dell’Ucraina, i media della Russia già usano un termine assai significativo: “operazioni ucraino-americane”. Sebbene ufficialmente Mosca continui a sperare negli accordi di Ginevra, in privato i diplomatici russi riconoscono che la probabilità è quasi zero. Difficilmente gli USA vorranno rinunciare alle misure punitive da loro stessi progettate, dirette e finanziate. A Mosca molti esperti dicono che l’inizio della guerra contro il popolo della regione di Donetsk ha praticamente cancellato quel che restava degli accordi di Ginevra. Sullo sfondo delle operazioni militari, sempre più fatti dimostrano che per gli USA e le autorità di Kiev gli accordi di Ginevra erano solo una mossa per guadagnare tempo e prepararsi alle rappresaglie.
In un certo senso quel che avviene attorno all’Ucraina dimostra che il sistema mondiale, nato nel periodo post-sovietico, sta crollando. Gli USA non possono più imporre a chiunque la propria volontà, ma non sono ancora in grado di rassegnarsi e di adottare un altro modello di comportamento, dice il rappresentante della Russia all’ONU Vitaly Churkin.


Ho l’impressione che l’America sia al bivio. Gli USA hanno già capito che non possono comandare tutti nel mondo, ma non riescono a tradurre questa comprensione in un diverso modello di comportamento. Si sentono a disagio, quando vedono altri poli della forza. Tali sono, in particolare, la Russia e la Cina. Per loro è una cosa molto insolita.

In privato i diplomatici russi dicono che in molti anni del loro lavoro hanno visto di tutto, ma mai come adesso c’erano state tante menzogne da parte degl USA e dei paesi occidentali. “Non è neanche una guerra mediatica”. La guerra significa manipolazione dei fatti, semiverità, travisamenti, mentre i metodi del governo di Kiev e dei suoi “tutor” occidentali fanno pensare a una specie di patologia, alla “sindrome di Pinocchio”.
L’ultima trovata del Dipartimento di stato americano è stata commentata il 24 aprile dal ministero degli Esteri della Federazione Russa. La parte americana ha più volte sollevato il tema del “rispetto dei diritti e degli interessi commerciali dei cittadini statunitensi residenti in Crimea”.
Più volte il ministero russo ha chiesto di informarlo su chi, dove e in che modo ha attentato alla sicurezza o agli interessi degli americani in Crimea, ma il Dipartimento di stato non ha comunicato né nomi, né fatti concreti. La caccia alla “pista russa”, ha dichiarato il ministero degli Esteri, assume forme assurde, le accuse sono: “i miliziani dell’autodifesa usano i Kalashnikov” e “parlano russo durante le comunicazioni”. Nella regione di Donetsk quasi TUTTI gli abitanti parlano in russo.



Fonte:http://italian.ruvr.ru/2014_04_25/Vladmir-Putin-il-regime-di-Kiev-sta-degenerando-1320/

IL COLPO ANTI-SANZIONI DI PUTIN


Le sanzioni brandite dall’occidente per cercare di frenare le ambizioni egemoniche di Putin in Ucraina potrebbero rivelarsi una lama a doppio taglio, il vantaggio principale del Cremlino è l’opportunità di sviluppare le relazioni con Cina, Giappone e Corea del Sud. Nel tentativo d’individuare nuovi mercati esterni a quello comunitario, cui vendere il prezioso gas. E’ con tale pensiero che Mosca ha infatti eliminato il 90% del debito della Corea democratica, la quasi totalità dei 10 miliardi di dollari di debito del Paese. Putin non ha fatto nulla di filantropico. Nella sua “generosità” la Russia potrà infine agevolare la costruzione di un gasdotto per la Corea del Sud. La cancellazione del 90% del debito della Corea democratica è stata approvata il 18 aprile dai deputati della Duma di Stato, ratificando un accordo negoziato nel 2012. Il saldo del restante 10% sarà ristrutturato in pagamenti semestrali per 20 anni. Il viceministro delle Finanze russo Sergej Storchak ha dichiarato che tale somma sarà utilizzata per finanziare progetti congiunti in Corea democratica, tra cui la costruzione di un oleodotto per collegare i giacimenti di gas della Siberia, in Russia, alla bulimica Corea del Sud. Ricordate che questo progetto è in sviluppo da alcuni anni da parte del gigante gasifero russo Gazprom.
L’obiettivo primario è fornire alla Corea del Sud 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno.
Il gasdotto è anche un elemento essenziale per la strategia dell’espansione asiatica di Gazprom, che cerca a tutti i costi di estendere la sua pipeline da Sakhalin e dalla Siberia.
Un gasdotto nell’ambito di un progetto vincente
Il vertice tra Medvedev (allora presidente russo) e il suo omologo nordcoreano Kim Jong-il, in Siberia nell’agosto 2011, concordò l’istituzione tra Federazione russa e Repubblica popolare democratica di Corea (RPDC) di una commissione speciale per la realizzazione del gasdotto tra Russia, Corea democratica e Corea del sud. La commissione dovrebbe in particolare determinare il volume trasportato e l’importo delle tasse di transito da versare alla RPDC.
Se le autorità della Corea del Sud non reagirono immediatamente all’annuncio, il presidente sudcoreano Lee Myung-bak dichiarò poi a New York che questo progetto è “vincente” per tutte le parti coinvolte (Mosca, Pyongyang e Seul).
Nonostante la campagna ostile ai progetti del gasdotto trans-coreano guidata da certi media conservatori della Corea del Sud, che avevano sottolineato i potenziali rischi di una “sottrazione” del gas durante il trasporto, nonché dell’interruzione delle forniture in caso di deterioramento delle relazioni Nord-Sud, il presidente sudcoreano si era mostrato favorevole.
Attraverso l’avvio di questo gasdotto, la Corea del Sud, oggi il secondo maggiore importatore di gas fornito esclusivamente via mare, potrebbe ridurre i costi di approvvigionamento di gas naturale al 30%.
Le tasse di transito imposte dalla Corea democratica potrebbero portarle 100 milioni di dollari all’anno.
Il mercato asiatico: un’alternativa ai mercati europei
Ricordiamo inoltre che durante il suo recente discorso al parlamento russo, Putin ha assegnato ai deputati il compito di sviluppare attivamente i collegamenti con l’Asia orientale.
Nel settembre 2013, il Ministero per lo Sviluppo dell’Estremo Oriente russo vide i suoi poteri ampliati in modo significativo. Lo sviluppo delle relazioni con l’Asia permetterebbe anche di garantirsi nuove opportunità, nel caso dell’adozione di sanzioni più dure contro la Russia.
Secondo Sergej Men, partner associato del comitato investimenti della Hong Kong Eurasia Capital Partners, l’Asia può diventare per la Russia una vera e propria alternativa all’Unione europea.
Argomenti: i Paesi del Sud-Est asiatico sono il mercato in più rapida crescita per i prodotti di punta delle esportazioni russe: petrolio, metalli, prodotti chimici ed alimentari.

Fonte:http://aurorasito.wordpress.com/2014/04/24/russia-corea-il-colpo-anti-sanzioni-di-putin/

LA SCO VUOLE LA STABILITA' DELL'AFGHANISTAN


SCO (Shanghai Cooperation Organisation, SCO): è un organismo intergovernativo fondato il 14 giugno 2001 dai capi di Stato di cinque Paesi: Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan.

Mentre l’attenzione internazionale è concentrata sugli sviluppi in Ucraina, la riunione dei funzionari della SCO, la scorsa settimana nella capitale tagika Dushanbe, ha ricevuto una relativamente scarsa attenzione.
Ma uno sguardo all’ordine del giorno della riunione ne amplifica il significato.
La questione chiave su cui il gruppo ha deliberato è il conflitto afgano e le prospettive di pace dopo il ritiro delle forze dell’International Security Assistance Force (ISAF). La pace e la stabilità regionale, che affrontano minacce tradizionali e non tradizionali come terrorismo e traffico di droga, e la creazione di un centro di sicurezza della SCO, sono alcuni dei problemi emersi durante l’incontro. L’Afghanistan è certamente una delle principali preoccupazioni dei membri della SCO, data la loro vicinanza geografica al Paese. Forse la SCO è uno dei forum più appropriati per discutere la questione, in quanto ha la sicurezza quale logica chiave della sua esistenza.
L’International Security Assistance Force (ISAF) ha trovato davvero difficile far incontrare le fazioni rivali in Afghanistan. Il fallimento dell’ISAF nel realizzare la pace è senza dubbio preoccupante. Allo stesso modo, le sue prospettive alla partenza e dopo, sono questioni d’interesse. Il Segretario del Consiglio di Sicurezza russo Nikolaj Patrushev, che ha partecipato alla riunione, osserva “la Russia e i suoi partner nella SCO condividono le preoccupazioni per un possibile sviluppo negativo della situazione in Afghanistan, dopo il previsto ritiro di quest’anno delle forze della coalizione internazionale“. La rinascita dei taliban, la soppressione dei diritti individuali, la proliferazione di estremismo religioso, terrorismo e traffico di droga nelle regioni vicine, sono alcune delle prospettive pesantemente emerse dalle previsioni dei membri della SCO. L’ulteriore discesa dell’Afghanistan nel caos dipenderà anche dal tipo di regime che gli afgani eleggeranno. Un leader come Abdullah Abdullah può essere incline a sostenere le politiche per contrastare i taliban. L’evoluzione della situazione afghana, quindi, dipenderà da fattori interni ed esterni e di come si rapporteranno. Per citare Patrushev, “Molto dipenderà anche dall’esito delle elezioni presidenziali (della repubblica)“.
L’affermazione della SCO secondo cui la forza non è uno strumento efficace per affrontare la crisi afghana, è certamente uno sviluppo positivo. L’applicazione della forza estera ha piuttosto indurito lo spirito indomito dei più duri. I segretari della SCO nella loro dichiarazione “hanno espresso sostegno agli sforzi del popolo afghano verso la riconciliazione nazionale, la riabilitazione della pace e la rinascita del Paese sotto la guida del popolo afghano“. In un certo senso, gli ultimi errori delle varie potenze hanno impartito una lezione ai membri della SCO. Allo stesso tempo, i membri saranno interessati a collaborare con i leader e il popolo afghani instaurando una società pacifica. La posizione dell’Afghanistan e la sua composizione etnica, le relazioni storiche e culturali con i Paesi della regione eurasiatica, ne fanno una zona di interesse per i membri della SCO e i suoi osservatori, come India e Pakistan. In un libro recentemente pubblicato dal Centro Studi della SCO di Shanghai, dal titolo ‘La Shanghai Cooperation Organization: evoluzione e prospettive’, gli autori sostengono che la SCO si è evoluta negli ultimi 13 anni trascendendo il ruolo tradizionalmente concepito di garante della sicurezza. Il libro ha giustamente sottolineato che oltre la sicurezza, i membri devono concentrarsi sulla cooperazione economica, politica e culturale. Inoltre sostengono che “anche se il corso principale della SCO è ancora la cooperazione, non può essere ulteriormente approfondito senza prestare attenzione, studiare e risolvere gli attuali problemi“.
La Cina ha ventilato l’idea di creare un centro per affrontare le minacce alla sicurezza, tra cui il cyber-terrorismo di cui sostiene di essere vittima.
Il rappresentante cinese ha affermato la necessità “di studiare, insieme a tutti gli Stati membri della SCO, la possibilità di istituire un centro della SCO per la lotta alle sfide e minacce alla sicurezza“.
Sull’ordine e la stabilità in Afghanistan, India e Pakistan hanno un ruolo chiave da giocare. Entrambi sono attualmente osservatori della SCO.
La loro piena integrazione con l’ente eurasiatico sarà utile non solo a essi ma anche ai membri attuali e all’Afghanistan. La storia dimostra ampiamente come la via della seta dall’India all’Asia centrale e alla Persia, passasse per ciò che oggi sono Pakistan e Afghanistan.
L’integrazione di India, Pakistan e Afghanistan con la SCO non solo arricchirebbe conoscenze e idee emanate dalle passate associazione di questi Paesi dell’organizzazione, ma anche li aiuterebbe ad affrontare pacificamente il conflitto, come l’organizzazione apertamente ormai patrocina. L’integrazione di India e Pakistan con la SCO comporterà anche molti altri vantaggi per tutti. Si avranno enormi opportunità di cooperazione, contribuendo a definire le politiche energetiche dal nord al sud, dalla Russia a India e Pakistan, e dalla Russia alla Cina.
Contribuirà ad attivare i piani delle pipeline IPI e TAPI, oggi ostaggio delle differenze geopolitiche.
Aiuterà anche l’ISAF a partire, sia attraverso le reti viarie del nord o del sud, passando per il Pakistan, o anche per l’India. Permetterà inoltre alla Russia di espandere la propria rete dall’Asia Centrale e dal Pakistan al Mar Arabico e all’Oceano Indiano. Non sarebbe azzardato sostenere che la cooperazione reciproca aprirà all’Eurasia la via per emergere come zona economica integrata.
Dr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano. I suoi interesse includono conflitti, terrorismo, pace e sviluppo nell’Asia meridionale e gli aspetti strategici della politica eurasiatica.

Fonte:http://aurorasito.wordpress.com/2014/04/24/la-sco-vuole-la-stabilita-dellafghanistan/

LA FEDERAZIONE RUSSA PREPARA LA STRATEGIA "TERRA BRUCIATA" FINANZIARIA


L’agenzia di rating statunitense Standard & Poor (S&P) ha declassato la Russia da BBB a BBB-, quasi a “Paese marcio” (“a meno di una tacca di distanza dallo status di spazzatura“). Tale iniziativa ha chiaramente un carattere politico direttamente legato alla crisi ucraina e all’ostilità sempre più aggressiva verso la Russia del sistema americanista (più entità che potenza organizzata ). S&P giustifica la decisione, mostrando come la sua prospettiva sia legata alla visione effettivamente antagonista della Russia: “A nostro avviso, la situazione geopolitica di tensione tra Russia e Ucraina potrebbe vedere ulteriori deflussi significativi sia di capitali esteri che nazionali dall’economia russa e quindi ulteriormente minare le già indebolite prospettive di crescita“.
ZeroHedge.com commenta il 25 aprile 2014 la notizia concentrandosi sulla reazione ovviamente furiosa della Russia. Tyler Durden dice che la reazione iniziale del Ministero dell’Economia russo minimizza la decisione di S&P. Ma ancora più importante, prevedendo l’imminenza ormai sempre più vicina, in questo contesto e anche nel peggioramento della situazione, di nuove sanzioni preparate dagli Stati Uniti, la Russia prepara la sua risposta. Dipende dal consigliere economico di Putin, Sergej Glazev, economista sostenitore di una politica molto rigorosa contro il blocco BAO. Durden descrive ciò che chiama strategia della “terra bruciata” della Russia, in cui saranno invitati a partecipare i BRICS.
“…Ma molto più importante, e prima di altre sanzioni occidentali che appaiono imminenti, a meno che Obama voglia apparire ancora più debole di quanto lo sia attualmente (concedo, sarebbe difficile), il consigliere del presidente russo Sergej Glazev ha proposto un piano di 15 misure volte a proteggere l’economia del Paese dalle sanzioni, se applicate. Il giornale Vedomosti cita la lettera di Glazev al Ministero delle Finanze. Secondo Vedomosti, come Bloomberg riferisce, Glazev ha proposto:
• La Russia dovrebbe spostare tutti i beni e depositi in dollari ed euro dai Paesi della NATO a quelli neutrali.
• La Russia dovrebbe iniziare a vendere i titoli sovrani dei membri della NATO prima che i depositi in valuta estera della Russia siano congelati.
• La banca centrale dovrebbe ridurre le attività in dollari e vendere le obbligazioni sovrane dei Paesi che sostengono le sanzioni.
• La Russia dovrebbe limitare le attività delle banche commerciali estere per evitare speculazioni sul rublo e deflussi di capitale.
• La banca centrale dovrebbe aumentare l’offerta di denaro in modo che compagnie statali e banche possano rifinanziare prestiti esteri.
• La Russia deve utilizzare monete nazionali nel commercio con i membri dell’Unione doganale e altri partner, non dollari ed euro.
In altre parole, una campagna di terra bruciata in piena regola da parte della Russia. Certo, i buoni del Tesoro degli Stati Uniti detenuti da società russe non sono così sostanziali (e potrebbero essere monetizzati interamente in tre mesi dal POMO della FED), e i legami finanziari occidentali con la Russia, oltre che commerciali, non sono in pericolo, ma se la Russia prendesse il testimone, e gli altri Paesi BRICS, già furiosi per la recente decisione degli Stati Uniti di non accrescerne lo status nel FMI, seguissero l’esempio, allora la vita di Obama diventerebbe un incubo. Soprattutto se il più importante membro dei BRICS, la Cina, facesse una qualsiasi delle molte cose che può fare, indicando, in questa nuova guerra fredda, se è con o contro gli Stati Uniti...”

Fonte:http://aurorasito.wordpress.com/2014/04/26/la-russia-prepara-la-strategia-della-terra-bruciata-finanziaria/

LE SANZIONI OCCIDENTALI RAFFORZANO LA COOPERAZIONE TRA RUSSIA E CINA


Funzionari della Commissione europea a Bruxelles hanno distribuito relazioni sigillate agli ambasciatori degli Stati membri dell’UE che descrivono il potenziale impatto delle sanzioni UE-Russia sui loro Paesi, se i piani procedono.
Nuove sanzioni degli Stati Uniti per punire la Russia per le sue azioni in Ucraina sono annunciate per il 25 aprile.
Il prossimo turno probabilmente colpirà aziende o persone influenti in settori quali servizi energetici, ingegneria e finanziaria, come precisato in un ordine esecutivo del presidente degli Stati Uniti Obama, emesso il mese scorso.
La diplomazia statunitense inoltre lavora dietro le quinte.
Secondo il quotidiano russo Kommersant, gli Stati Uniti, senza successo, tentano di far aderire la Cina alle sanzioni contro la Russia.
Il servizio stampa della Casa Bianca ha rifiutato di commentare, ma non nega. E’ un fatto ben noto che il presidente Obama ha discusso la possibilità di fare aderire la Cina all’occidente, il 24 marzo, rispondendo al leader cinese Xi Jinping durante il vertice G7 a L’Aia.
Visitando la Cina il 15 aprile, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha ringraziato la Cina per la sua “posizione imparziale sull’Ucraina” aggiungendo che i legami Pechino-Mosca avevano raggiunto un’“altezza senza precedenti”.
La visita del presidente russo Putin in Cina è prevista per il 20 maggio…
La Cina ha reso nota la propria intenzione d’investire in grandi imprese in Crimea dopo che la regione s’è riunita alla Russia.
I piani includono due importanti progetti in Crimea: il gasdotto “Potenza della Siberia” e un porto in acque profonde in Crimea. Il gasdotto è un mega-progetto per prelevare 60 miliardi di metri cubi di gas ogni anno dai giacimenti di Kovykta e Chajandinskoe, nell’Estremo Oriente della Russia, dove una diramazione ne trasporterà 38 miliardi di metri cubi l’anno alla Cina.
Il massimo produttore di gas naturale russo, Gazprom, prevede di iniziare la fornitura alla Cina di 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno, circa un quarto delle esportazioni della Russia verso l’Europa. L’ambasciatore della Russia presso l’UE, Vladimir Chizhov, ha detto ad EUobserver, il 16 aprile, che Gazprom e la cinese CNPC hanno un accordo “giuridicamente vincolante” dal 2013 e che lo sfruttamento del campo Chajandinskoe dovrebbe iniziare nel 2019.
“Il progetto si rivolge principalmente al trasporto del gas alle regioni russe e allo sviluppo dell’industria nell’Estremo Oriente russo. L’esportazione del gas è considerata in questo contesto fattore che migliora (significativamente, si deve ammettere) l’economia del progetto, ma non è un prerequisito indispensabile per la sua realizzazione”, ha osservato. Il 14 aprile il vicepremier russo Arkadij Dvorkovich, subito dopo i colloqui con le controparti cinesi, ha confermato che Russia e Cina concluderanno i colloqui sulle forniture di gas.
Secondo lui, la Cina è interessata a progetti sull’energia alternativa in Crimea.
“I colloqui sul gas vanno a termine. C’è la volontà comune di completare i lavori prima della visita del presidente russo in Cina a maggio”, così Interfax citava Dvorkovich, aggiungendo che Russia e Cina prevedono di rafforzare la cooperazione su petrolio e prodotti petroliferi, così come nelle forniture di carbone ed energia elettrica. Secondo lui, la compagnia petrolifera russa Rosneft intende triplicare le forniture di petrolio alla Cina dagli oltre 300000 barili al giorno inviati l’anno scorso.
“Sono state prese decisioni fondamentali, ma i partner cinesi e noi abbiamo il desiderio di rafforzare la cooperazione”.
Russia e Cina continueranno con i piani delle imprese cinesi per costruire un porto profondo 25 metri in Crimea, nell’ambito del nuovo corridoio dei trasporti dall’Asia all’Europa chiamato “cintura economica della Grande Via della Seta”. I costruttori cinesi scaveranno un enorme fossato nei pressi della città crimeana di Frunze per riempirlo d’acqua di mare demolendo una diga. La prima fase da 3 miliardi di dollari comporterà la costruzione di un porto in acque profonde e la ricostruzione del porto di Sebastopoli, in base al materiale fornito dalla Società amministrativa del Canale interoceanico di Pechino.
Una seconda fase, da 7 miliardi di dollari, dovrebbe includere un aeroporto, un terminale GNL e un cantiere. La Cina abbandona il previsto impianto di energia solare da 5 miliardi di dollari in Nevada e invece investe in Crimea.
Inoltre, vi sono piani per affittare circa 10000 ettari di terreni agricoli in Crimea. L’11 aprile il vicecapo della Roscosmos, Sergej Savelev, ha detto in una videoconferenza dedicata al Giorno della Cosmonautica che Russia e Cina coordineranno i futuri principali programmi di ricerca spaziale, “c’è già la cooperazione russo-cinese. L’anno scorso abbiamo deciso di discuterne l’espansione, per lavorare su uno, due o tre progetti di ricerca su larga scala, e ora abbiamo proposte e attendiamo aggiornamenti da entrambe le parti”, ha detto. Savelev ha suggerito che l’accordo di partenariato dovrebbe essere lo stesso del programma ExoMars con l’Europa.
“Dobbiamo dividerci le responsabilità, e ciascuna parte finanzierà la parte che sviluppa. E i risultati saranno utilizzati senza limiti da entrambe le parti”, ha concluso Savelev.
Il 3 aprile la statunitense NASA ha annunciato la sospensione della cooperazione con la Russia in relazione alla situazione in Ucraina, con l’eccezione della Stazione Spaziale Internazionale.
Molti funzionari della NASA hanno espresso disappunto per la decisione, rilevando che la cooperazione scientifica non dovrebbe essere politicizzata.
Il 18 aprile, il viceprimo ministro russo Dmitrij Rogozin ha preso parte ad un incontro dei co-presidenti del comitato russo-cinese per la preparazione delle riunioni periodiche tra primi ministri dei Paesi, che ha avuto luogo a Vladivostok.
Ha detto ai giornalisti che Russia e Cina vedono le prospettive di cooperazione relative ai sistemi di navigazione satellitare GLONASS e Beidou a sostegno dello sviluppo dei chip regionali.
Russia e Cina sono andati abbastanza lontano nel programma congiunto per la creazione di un grande aereo a lungo raggio, ha detto Dmitrij Rogozin.
Vari progetti e piani dettagliati del programma per istituire la joint venture sono stati presentati durante l’evento.
Rogozin ha notato che si tratta di un progetto strategico per la Russia. “Oggi un progetto dettagliato del programma è stato presentato. Vi sono alcune varianti”, ha detto il vicepremier, aggiungendo che “Un progetto operativo per una joint venture è stato prodotto”.
Secondo Rogozin, la creazione di questo aereo di linea consentirà all’industria aeronautica nazionale un nuovo salto qualitativo.
“Se il programma sarà attuato, e non dubito che sarà così, in generale questo ci aprirà la via alla produzione di una serie di velivoli di varie classi, sulla base della modularità”, ha aggiunto Rogozin.
Ha osservato che i partner hanno grandi prospettive unendosi nell’attuazione dei progetti industriali aerospaziali, come la produzione congiunta di un elicottero da trasporto pesante.

L’occidente sembra soffrire con le sanzioni contro la Russia, mentre i legami multilaterali tra Russia e Cina ricevono un impulso potente a vantaggio di entrambe le nazioni. Con una serie di progetti comuni da realizzare, la cooperazione bilaterale è in pieno svolgimento. Non c’è niente che USA e loro alleati occidentali possano fare al riguardo.

Fonti:
http://www.strategic-culture.org/
http://aurorasito.wordpress.com/2014/04/26/le-sanzioni-occidentali-intensificano-la-cooperazione-russia-cina/

UCRAINA: I CARCERATI DI SLAVYANSK NON SONO DELL'OSCE

Gli uomini arrestati a Slavyansk dalle milizie della autodifesa non agivano nell'ambito dell'OSCE e non sono osservatori dell'organizzazione dell'ONU, lo ha dichiarato e confermato ad un canale televisivo austriaco, la ORF, Claus Neukirch, alto rappresentante dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.

"L'Organizzazione non ha mai avuto contatti con le persone ora prigioniere. Per essere precisi essi non sono consulenti per gli affari militari all'OSCE, cioè non sono osservatori militari andati lì con il mandato dell'OSCE. Ora i colloqui con Slavyansk per la loro liberazione non avvengono con l'OSCE ma con il Ministero della Difesa e il Ministero degli Affari Esteri della Germania, sono presenti tre loro militari e un interprete, e con il governo dell'Ucraina che ha invitato questi esperti militari che poi si sono fatti catturare" ha detto Neukirch.

Fonte:http://italian.ruvr.ru/news/2014_04_26/OSCE-i-prigionieri-a-Slavyansk-non-sono-membri-della-missione-OSCE-3853/

IL MINISTERO DELLA DIFESA RUSSO NEGA LE ACCUSE DEGLI STATI UNITI DI AVER VIOLATO LO SPAZIO AEREO UCRAINO

Il Ministero della Difesa russo ha risposto definendo infondate le informazioni del Pentagono che sostengono che sono avvenute ripetute violazioni dello spazio aereo ucraino da parte degli aerei da caccia russi.


"L'obiettivo dei caccia russi è stato il controllo dello spazio aereo russo, non sono state fatte violazioni delle frontiere aeree dei vicini alla frontiera della Russia tantomeno dell'Ucraina" ha sottolineato il Ministero della Difesa.
Il Ministero russo ha definito il richiamo del Pentagono sulle presunte violazioni da parte di aerei da caccia russi dello spazio aereo ucraino "infondato e sconclusionato" in quanto non ha specificato casi specifici di questi incidenti nè, in particolare, gli statunitensi hanno menzionato il momento e nemmeno il luogo in cui essi sono avvenuti.


Fonte:http://italian.ruvr.ru/news/2014_04_26/Min-della-Difesa-russo-ha-negato-linsinuazione-Usa-di-aver-violato-lo-spazio-aereo-ucraino-5162/

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LIBRI LETTI
TEMPESTA GLOBALE,ART BELL,WHITLEY STRIEBER;LA PROSSIMA ERA GLACIALE,ROBERT W.FELIX;ARCHEOLOGIA PROIBITA,STORIA SEGRETA DELLA RAZZA UMANA,MICHAEL A.CREMO,RICHARD L. THOMPSON;MONDI IN COLLISIONE,IMMANUEL VELIKOVKY;LE CICATRICI DELLA TERRA,IMMANUEL VELIKOVSKY;HO SCOPERTO LA VERA ATLANTIDE,MARCO BULLONI;GLI EREDI DI ATLANTIDE,RAND FLEM ATH;IL PIANETA DEGLI DEI,ZACHARIA SITCHIN;IMPRONTE DEGLI DEI,GRAHAM HANCOCK;LA FINE DI ATLANTIDE,RAND FLEM ATH;I MAYA E IL 2012,SABRINA MUGNOS;LA VENDETTA DEI FARAONI,NAUD YVES,L'EGITTO DEI FARAONI,NAUD YVES;LA STORIA PROIBITA,J.DOUGLAS KENYON;SOPRAVVIVERE AL 2012,PATRICK GERYL;STATO DI PAURA,MICHAEL CHRICHTON;APOCALISSE 2012,JOSEPH LAWRENCE;I SERVIZI SEGRETI DEL VATICANO,DAVID ALVAREZ;GENGIS KHAN E L'IMPERO DEI MONGOLI,MICHAEL GIBSON;SCOPERTE ARCHEOLOGICHE NON AUTORIZZATE,MARCO PIZZUTI;UNA SCOMODA VERITA',AL GORE;ECC..
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